Un ottocentesco quartiere di Budapest divenuto ghetto: questo è l'Ottavo Distretto; e qui due giovani gemelli, Giorgio e Nicola Pressburger, vivono la loro infanzia, tra personaggi, eventi e atmosfere così indimenticabili che i fratelli, divenuti adulti, sentono il bisogno di raccontarli. E cosí, nella scrittura nitida di questo libro rinasce il ghetto brulicante di persone e di commerci, in una sinfonia piena di fascino, ironica e nostalgica: dal bizzarro Leuchtner al truffatore Tibor, di strada in strada, di racconto in racconto, si aggiunge un prezioso tassello di una storia piú ampia, di una realtà umana e sociale, storica e culturale destinata a risolversi in una tragedia i cui superstiti si sarebbero dispersi in tutto l'Occidente; i Pressburger sarebbero arrivati in Italia nel '56, in fuga da Budapest. Uscito per la prima volta nel 1986, Storie dell'Ottavo Distretto costituisce una pagina nuova e delicata sull'ebraismo europeo degli ultimi sessant'anni. Una testimonianza letteraria e umana di alta dignità e perfetto controllo stilistico che a suo tempo segnalò il genio di Giorgio e di Nicola, scomparso di lì a poco.
Giorgio Pressburger– narratore, autore e regista teatrale, saggista – è nato a Budapest nel 1937. Si è rifugiato in Italia nel 1956, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. Tra le sue opere: Storie dell’Ottavo Distretto (Marietti 1986, poi Einaudi) e L’elefante verde (Marietti 1988, poi Einaudi), scritti con il fratello Nicola; La legge degli spazi bianchi (Marietti 1989, poi Bur), La neve e la colpa (Einaudi 1998, Premio Viareggio), Nel regno oscuro (Bompiani 2008), Storia umana e inumana (Bompiani 2013). Per Marsilio ha pubblicato Racconti triestini (2015) e Don Ponzio Capodoglio (2017).
"Ma non aspetto risposta ormai a niente [...]. Mi dico che l'universo invecchia e ci vorranno altri mondi, non questo, per ritrovare la gioia di quando ero bambino." (p. 27)
"Se oggi ancora me la cavo a tirare avanti è dovuto all'indifferenza dei tempi che accolgono ugualmente il debole e il forte, il buono e il cattivo, il giusto e l'ingiusto, per gettarli nel gorgo del proprio inarrestabile nulla." (p. 93)