“O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari”
Sono alcuni famosi versi, di straordinaria intensità, di una delle poesie dedicate da Leopardi alla luna. Italo Calvino ha scritto che, in una ideale antologia poetica sulla leggerezza della luna, questa “va lasciata tutta a Leopardi. Poiché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.”
Michele Mari sostiene da sempre che dalle ossessioni nasce la vena artistica, e dunque, indagando sull’arte leopardiana, gli sarà sorta la domanda sull’ossessione del poeta per la luna. Da qui ha costruito, con inesauribile fantasia ed anche con ironia, un “giallo” con elementi horror quali delitti efferati e strane simbologie, avente come protagonista l’adolescente Giacomo, chiamato Tardegardo, presentato come un giovanetto serioso, sempre dedito agli studi da mattina a sera, circondato da familiari come il Signor Padre Monaldo e la Signora madre Paolina, estremamente severi e rigidi, lei nelle sue certezze religiose e lui nel suo disprezzo verso i Francesi. La storia gialla è un pretesto, che Michele Mari usa -divertendosi assai secondo me- per fare prima di tutto la sperimentazione linguistica che è tipica dei suoi libri: il linguaggio usato è quello dell’epoca, un linguaggio ottocentesco aulico e colto, che, lo assicuro, non appesantisce la lettura né è fastidioso sfoggio di erudizione dello scrittore, anche perché, come accade anche negli altri libri da lui scritti che ho letto, alla lingua aulica affianca descrizioni di episodi divertenti , come la scena in cui Tardegardo viene sorpreso dai fratelli nella selleria a fare ginnastica, in modo da umanizzare e rendere più vicino al lettore il protagonista togliendone il tono serioso e al contempo elevare con il linguaggio le descrizioni di attività quotidiane e semplici. Il tutto come un gioco, un fantasioso gioco che diverte lui e chi legge. E sempre con il sorriso Mari scrive un’opera colta, di pensiero, con alcune tesi leopardiane che vengono spiegate dal poeta stesso a suo fratello Orazio, narratore degli eventi, come la tesi sulla scienza che non ha bisogno di abbellimenti perché contiene in sé la bellezza, mentre l’ignoranza ritiene che il Vero vada abbellito con orpelli fantastici.
Michele Mari, scrittore istrionico, con quest'opera realizza una felice fusione tra vita e stile, regalandoci un libro godibilissimo.