Thomas Mann è uno scrittore alquanto complicato da leggere e da recensire: la sua è una prosa barocca, di stampo realista ma ingioiellata da potenti introspezioni, pagine filosofiche e riflessioni sull'arte, sulla vita e sulla musica, i suoi eroi raggiungono vertici di tensione che suscitano disagio ed inadeguatezza, e le vicende di cui narra sono sospese in un clima decadente e pieno di tormento.
Più che uno scrittore per pochi, è un autore per chi ha pazienza e voglia di ascoltare e riflettere.
Il libro in questione raccoglie tre dei suoi più famosi racconti, i cui impianti messi assieme restituiscono una visione quasi totale della sua poetica e del suo stile, e sono un ottimo punto di partenza prima di cimentarsi con lavori più lunghi e meticolosi quali I Buddenbrook o La montagna incantata.
La morte a Venezia, il primo dei tre lavori qui presenti, è una tormentata vicenda omoerotica che si consuma negli sguardi e nei pensieri del protagonista, Aschenbach, sullo sfondo di una Venezia vicina alla devastante epidemia di colera.
Le osservazioni e gli incontri di un solitario silenzioso sono insieme più sfumati e più netti di quelli dell'uomo socievole, i suoi pensieri sono più gravi, più singolari, e mai privi di un'ombra di tristezza. Impressioni e percezioni facilmente eliminabile con un'occhiata, un sorriso, uno scambio di opinioni, lo preoccupano oltre misura, si approfondiscono nel silenzio, diventano importanti, si trasformano in evento, in avventura, in sentimento. (p.24)
Aschenbach è una sorta di alter-ego di Mann, uno scrittore dalla sensibilità decadente, un esteta che si innamora dell'equivoca bellezza di un quattordicenne polacco di nome Tadzio, e arriva ad intravedervi un canone di perfezione classica, tipicamente greca: non a caso, in una delle ultime pagine, il protagonista, dopo aver cominciato a metabolizzare le proprie pulsioni omosessuali, si confronta con il Fedro di Platone, principalmente con l'ideale platonico di bellezza, sempre pervaso dalla figura di Eros.
Il racconto è profondo e allo stesso tempo angosciante, Mann restituisce il ritratto di un artista travagliato e messo in discussione dai suoi stessi ideali, un uomo che si confronta con le sue stesse passioni perverse e per mezzo di esse è condotto a gramo destino. E il tutto viene coronato dal ricco simbolismo, di matrice sia estetica sia greca, attraverso cui l'autore delinea la figura in sé dello scrittore: esso è colui che soffre delle pulsioni che descrive e degli scorci che riesce a delineare mediante la parola, è colui il cui amore per la bellezza e la raffinatezza sconfinano in un atteggiamento di disagio nei confronti dell'esistenza. Tra i tre è probabilmente il racconto che più fa riflettere, tuttavia è il più difficile da digerire: Mann, in queste poche decine di pagine, ha condensato tutta la sua triste crisi interiore.
Anche in Tonio Kröger è presente un Eros confuso ed incompreso: il protagonista, di cui viene principalmente delineata la sua sensibilità artistica, vive due innamoramenti, rispettivamente il primo nei confronti di un giovane ragazzo in età adolescenziale e il secondo nei riguardi di una donna in età più matura. Emblematico il capitolo IV, ove il giovane scrittore si confronta con l'amica Lisaweta Iwanowna sul senso della ricerca artistica e sulla sorte dell'artista: la tensione all'arte porta con sé un alone di tragicità, giacché per la ricerca c'è sempre un prezzo da pagare affinché si possa trovare la propria strada. Ed è attraverso un ritorno alle proprie origini, un viaggio in Danimarca, che Tonio Kröger spera di portare a compimento il proprio conflitto interiore. In realtà, come tutti gli eroi tratteggiati da Mann, arriverà ad un vertice di tensione in cui si scoprirà incapace di conciliare vita e arte: l'artista è condannato a perseguire un obiettivo che non gli darà mai soddisfazione definitiva, la ricerca sarà sempre momento pieno di angoscia e di sofferenza, e anche qualora si raggiungesse la presunta comprensione della vita, un tale ideale verrebbe presto messo in discussione e si avvierebbe un nuovo cammino. Il racconto fa soprattutto riflettere in questo, ovvero nel binomio vita-arte, senza risolverlo con il tipico disprezzo decadente, bensì con un approccio quasi "esistenzialista".
L'ultimo dei tre racconti, Tristano, fa quasi il verso all'opus magnum di Mann, La montagna incantata, anche se in realtà vuole essere una satira nei confronti del Tristano e Isotta di Wagner. Ambientato nel sanatorio "La Quiete", ritorna ancora una volta una storia d'amore, stavolta tra un uomo e una donna, tra uno scrittore e una malata di polmonite, ove vengono messi in forte contrapposizione lo spirito dionisiaco e lo spirito apollineo di Nietzsche. L'Eros, questa volta, si esprime nella comprensione e nella certezza di poter elevare la dignità dell'amata: lo scrittore Spinell, infatti, dopo aver approfondito la conoscenza della donna amata, si convincerà del fatto che col suo attuale marito essa venga svalutata, a favore invece del figlio sano e pieno di vitalità. La vicenda si chiude con un elemento estremamente inquietante, preceduta dallo scontro tra i due uomini, ovvero tra due concezioni di vita, quella idealistica dello scrittore e quella pragmatica del borghese capitalista.