Un giovane fisico, un vecchio scrittore, un doppio esperimento cruciale: la storia di un’amicizia che culmina in una diversa percezione della realtà e di come la realtà vada definitivamente cambiando. L’enorme acceleratore nucleare nel cuore dell’Europa, dove Pietro Brahe lavora sugli elementi ultimi della materia, è un vortice da cui stanno per nascere nuovi oggetti e nuovi linguaggi: accelerazione di un mondo dove le cose perdono la loro natura di cose e diventano pura immaginazione, pura energia, pura luce.È su questa luce, ancora da fermare e da scrivere, che lavora Epstein, sapendo che non potrà più “accucciarsi tra le parole”, che dovrà partire da quella inedita consistenza per cercare il proprio tempo, per raccontare una geografia mobile nella quale “io” e “qui” sono soltanto un punto precario sulla carta, un singolare atlante degli oggetti, dei corpi, dei sentimenti.
Daniele Del Giudice è stato uno scrittore e giornalista italiano. Dopo un periodo come critico e giornalista per Paese Sera, Del Giudice ha esordito nel 1983 con il romanzo Lo stadio di Wimbledon, scoperto da Italo Calvino, edito, come i successivi, da Einaudi, ed incentrato sulla figura di Bobi Bazlen. Il suo secondo libro è stato Atlante occidentale (1985), che racconta il rapporto tra il fisico Pietro Brahe e lo scrittore Ira Epstein. Nel 1988, Del Giudice ha pubblicato Nel museo di Reims, storia di Barnaba e del suo volersi fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 esce Staccando l'ombra da terra, libro che contiene sei racconti dedicati al volo, che vinse il Premio Bagutta. A decorrere dal 6 giugno 2014, gli è stato attribuito un assegno straordinario vitalizio in base alla Legge Bacchelli. Negli ultimi anni l’Alzheimer pian piano gli ha tolto l’intelletto, le parole. Ma le parole che ha lasciato continuano a rischiarare la sua vita rigorosa, anche dolorosa.
Ogni capitolo è stato un incontro con il bisogno di leggere parole esatte e misurate, per poi riporle preziose, piccole e leggere - come il libro-oggetto regalatomi che le contiene - sul comodino accanto al letto da cui "già mi allontano" per tornare a studiare. Un bisogno nato e autoalimentato con la storia, perché mi sono dovuto abituare ad un modo inusuale di intendere i tempi verbali, e soprattutto perché il pregio/difetto del breve romanzo è quello di essere al contempo preciso ed elusivo, fornendo in un solo istante la materia così sfuggente su cui si desidera trovare le giuste parole. Dopotutto il rapporto di amicizia sottile e sottintesa fra i due protagonisti, uno scrittore e un fisico del CERN, e il mondo rapidissimo che stanno cercando di descrivere, uno con le parole che tessono storie globali, estese nel tempo e nello spazio a partire da un particolare o sentimento che le crea, l'altro con le teorie matematiche e le tecnologie più avanzate che l'epoca possa fornire per immortalare le tracce lasciate dall'invisibile, hanno proprio lo stesso carattere della scrittura che dà loro vita. Di questo e di altri parallelismi gode il libro dalla prima all'ultima pagina, senza mai cadere (e anzi ad un certo punto criticandolo) nel disperato tentativo di rendere fruibili con tirate similitudini ciò che va preso come difficile da trattare: la complessità del reale e dei rapporti umani in tutto il ventaglio di loro possibilità. La sensazione costante è quella di uno sguardo luminoso al di là di un vetro che ammortizza i rumori rendendoli suoni impercettibili, quelli del mondo esterno che si cerca di mappare in un atlante, mentre il riflesso parla di sé e della scrittura.
Ira Epstein, scrittore, e Pietro Brahe, fisico, si conoscono, si frequentano, dialogano. Epstein sa “vedere le cose oltre la forma”, è un “visionario di ciò che esiste”, abbina “percezione e sentimento”. Brahe potrebbe sembrare più freddo, materiale, ma sa che “le cose sono costituite da particelle minime di energia”, di “luce”. Vede oltre, pure lui. E guardandosi attorno, o dentro, i due vivono, sostanzialmente, le stesse emozioni. “Atlante occidentale” è una perla di Daniele Del Giudice, un grande scrittore che purtroppo la malattia ci ha rubato.
La storia di una amicizia tra un giovane fisico e un anziano scrittore: non succede praticamente nulla, niente drammi o storie sentimentali, solo pacate conversazioni sulle rispettive visioni del mondo, eppure risulta una lettura godibilissima e niente affatto noiosa come ci si aspetterebbe. Pietro Brahe lavora al Cern di Ginevra, Ira Epstein è in attesa del Nobel: si sfiorano sul campo di volo di un aeroclub - l'episodio più movimentato del racconto - e inizia una sincera frequentazione che si protrae per alcuni mesi. Sono entrambi dei visionari: Pietro legge i tabulati - siamo negli anni 80 - con i resoconti degli esperimenti nei chilometri di laboratori sotterranei nella speranza della grande scoperta; Ira non scrive più storie ma le immagina direttamente attraverso un nuovo modo di osservare il mondo intorno a sé. La materia e la letteratura, gli atomi e le parole: entrambi precisi nei loro mestieri, ma non pignoli, vi si dedicano con molta costanza e dedizione ma anche con la serenità delle menti aperte. Anche la scrittura è precisa, spesso ricca di termini tecnici, eppure è al tempo stesso leggera , nonostante si parli parecchio di fisica (materia di cui so poco e nulla). Un romanzo singolare che avvicina ciò che sembra a prima vista inconciliabile con "precisione e leggerezza". Quattro stelle.
"Aside from the brief near-collision of planes at the beginning, each flown by the two protagonists, Daniele Del Giudice’s Lines of Light is a calm, quiet, meditative, and largely uneventful book both in terms of content and prose. One might even go so far as to call it a novel of ideas, but it’s also a novel of friendship, in this case between Brahe the physicist (a surname that’s an obvious nod to Tycho) and Epstein the novelist."
E' indubbiamente Carlo Rubbia l'ispiratore della figura del fisico Pietro Brahe, mentre Ira Epstein è chiaramente un alter ego dell'autore. E, quindi, a differenza di quanto possa apparire superficialmente, il centro di questo libro non è la narrazione di un'amicizia, nè una celebrazione della fisica delle alte energie (come sembra pensare Guido Tonelli nella sua ingenua prefazione).
No, questa è una riflessione di Del Giudice sulla scienza e sul futuro, sulle domande che avrebbe voluto fare al Premio Nobel (solo sfiorato nel suo viaggio a Ginevra), sulla ricerca di un senso e di un itinerario verso un avvenire fatto di "non-cose". Questa è una delle intuizioni geniali dello scrittore: il fatto che, confusamente, comprendeva già che scienziati, ingegneri, informatici ci stavano portando in un altro tempo dove le cose avrebbero perso concretezza e oggettività (e, oggi, siamo esattamente in quel tempo, tra icone virtuali, spazi digitali, interazioni sociali online, fatti alternativi).
Epstein, lo scrittore, cerca dal fisico Brahe parole nuove per le non-cose che verranno, lo stimola e provoca per avere reazioni e visioni (nel loro primo incontro lo sfida a dire cosa vede, lo spinge ad una relazione con Gilda, vola insieme a lui sopra l'acceleratore di particelle)...ma Brahe lo scienziato e' in grado di vedere, di "vedere" davvero? Distaccato, freddo, concentrato su numeri, apparentemente incapace di riflessioni astratte o costruzioni metafisiche. E' proprio la visione (e il suo oggetto, la luce) il centro focale del romanzo: lo scrittore vede senza piu' scrivere, trova vita negli oggetti che collega alle persone. Il fisico non vede, negli oggetti trova solo usi e strumenti e fa molta fatica anche a "vedere" le persone - in questo confronto dicotomico tra umanesimo e scienze dure, ho avuto quasi l'impressione che Del Giudice non abbia in realta' ottenuto grande fiducia nell'empirismo dalla sua visita al CERN (il vedere qui inteso non e' categoria oggettiva, ma una capacità di immaginare, costruire, creare, intuire, prevedere: lo sperimentale Brahe non trova nulla, l'ispirato Epstein vede tutto).
Per tutto il libro Epstein si aspetta nuove visioni dallo scienziato: in fatto di luce, da un fisico delle alte energie mi aspettavo qualcosa di piú recente , ma Brahe non ne ha e rilancia : io le ho fatto vedere dove lavoro, le ho detto ciò che vedo, e anche ciò che forse non vedrò. Lei non mi ha mai mostrato cosa vede. E qui seguono pagine di grande spessore, precisione descrittiva e fascino narrativo che Epstein compone davanti al cielo appena dopo uno spettacolo pirotecnico - una risposta anche troppo evidente della forza espressiva e creativa della letteratura.
Lo scrittore quindi si ritrae, capendo che Brahe non può dargli nuove visioni: credevo lei fosse uno degli ultimi metafisici, un metafisico con la macchina fotografica, che vuole un’istantanea di quello che pensa che ci sia. Poi ho capito che non è cosí. Tuttavia, per certi aspetti, lei è una persona molto antica . Finchè, proprio alla fine, davanti ai segni di qualche nuovo bosone, Brahe realizza: capí di colpo ciò che aveva capito Epstein, e provò tenerezza per la pazienza con cui Epstein aveva voluto spingersi fin qui, fin nella gola del leone per prendergli la spina .
E' un testo davvero complesso, questo, in cui la vicenda narrata non punta a sedurre il lettore ma lo pone sempre a disagio, su piani temporali indefiniti (attraverso il continuo e spiazzante mescolamento dei tempi verbali), senza una "trama" convenzionale e senza mettere in chiaro il nucleo centrale del testo. Richiede una lettura attenta, dedicata e approfondita - e, soprattutto, bisogna abbandonare l'idea di trovare qui una celebrazione della fisica delle alte energie.
Consiglio anche la lettura delle pagine del taccuino per cogliere molte intuizioni dell'autore sui fisici e su questo ambiente troppo spesso idealizzato:
Ora devo ammettere che l’unica cosa davvero interessante, tra quelle viste o accadute fin qui, non viene dal versante “fisico” del mio progetto, ma esattamente dall’altra metà, quella che per brevità chiamo “il vecchio scrittore”
il mondo della fisica si divide in due razze: i pesci-squali, i boss, che coordinano la ricerca, e i ricercatori oscuri, o del tipo di quelli che lavorano nell’anonimato o del tipo di quelli che finiscono con l’abbandonare
questi qua (del CERN) sono come i «buoni» dei film americani,
questo modo riservato, antieroico, un po’ triste e rassegnato che hanno questi giovani fisici: come se sapessero di essere arrivati troppo tardi, o quando tutto è troppo sminuzzato, parcellizzato, per essere importante
Colpisce infine il fatto che, letto 30 anni dopo, il fisico Brahe ed il suo lavoro risultano molto più antichi e passati (per tecniche e strumenti) rispetto allo scrittore Epstein (il cui lavoro non è cambiato per nulla).
"Una volta gli aveva telefonato un correttore di bozze, prima con frasi discrete, poi deciso: "Guardi che a Seattle il cardo pallottola non hanno nemmeno idea di cosa sia"; lui aveva risposto: "Bene, ci metta lei una pianta che le piace, o che piace a quelli di Seattle".
"Negli elenchi manca sempre qualcosa"
"Brahe adesso è più attento e meno teso; si è voltato a guardare Epstein. Segue le sue parole, anche se i pensieri vanno almeno in tre direzioni diverse: molto in avanti, per capire dove Epstein vuole arrivare, molto indietro per ricostruire un percorso scegliendo le cose più vicine, e un po' di lato visto che basta dire un nano, una madre o un viaggiatore perché qualcuno cominci a immaginare"
In bilico tra letteratura e scienza, questo romanzo parla dello sviluppo di un'amicizia tra uno scrittore ormai alla fine della sua carriera e un giovane fisico assunto al CERN, negli anni Settanta-Ottanta. Entrambi appassionati di volo, frequentando lo stesso hangar scatta in loro la curiosità di conoscersi maggiormente. Così Ira Epstein e Pietro Brahe scoprono ulteriori intersezioni, come il fatto di essere entrambi osservatori di interazioni, tra le persone o tra le particelle, e di documentare quanto sperimentato, in romanzi e saggi o articoli e report scientifici. Per quanto il libro fosse breve, non è stata una lettura facilissima, essendo evocativa e ricca di metafore. Comunque, affascinante.
A Ginevra un giovane fisico italiano – studioso di particelle subatomiche all’interno di un enorme anello di accelerazione sotterraneo – diventa amico di un affermato scrittore americano. Entrambi hanno la passione per il volo. Del Giudice si conferma un fuoriclasse nel far convergere linguaggio tecnico-scientifico e stile letterario. La cura nella scelta delle parole è di una sensibilità superiore, di respiro europeo. È un libro che si sofferma sui dettagli, sulle descrizioni precise, sulle relazioni tra avvenimenti e stati d’animo. La luce è la protagonista assoluta, resa struggente attraverso una miriade di sfumature. Il finale, che oltrepassa i limiti del tempo e dello spazio nel tentativo di circoscrivere la complessità del reale, è una bella chicca.
Quando viene pubblicato "Atlante occidentale" nel 1985 il Large Electron-Positron Collider (LEPC) del CERN di Ginevra è ancora in costruzione e verrà reso operativo solo a partire dal 1989. Il LEPC è il primo grande anello acceleratore di particelle con circonferenza di circa 30 km, dismesso nel 2000 e sostituito dal 2008 dal Large Hadron Collider (LHC), a noi ben più noto. Immagino che negli anni '80 la ricerca scientifica sulla fisica delle particelle attraesse l'interesse dell'opinione pubblica molto più di quanto faccia oggi. L'ansia nucleare era ai suoi massimi, vuoi per gli scenari da guerra atomica coi quali ancora si contrapponevano i blocchi Est e Ovest (World Games e The Day After sono film entrambi del 1983), vuoi per il disastro di Chernobyl (1986), vuoi per il successivo referendum sul nucleare italiano (1987). Inoltre, se oggi la Direttrice generale del CERN è l'italianissima Fabiola Gianotti, nel 1984 Carlo Rubbia vince il premio Nobel per la fisica modificando un altro acceleratore di particelle, il più piccolo SPS (2 km di diametro), e scoprendo le particelle responsabili dell'interazione debole (lo scrivo ma non ho la più pallida idea di che cosa si tratti). Inoltre, il CERN è precursore del mondo e dell'Europa come oggi ci sono familiari: il centro si sviluppa a cavallo di Svizzera e Francia e i ricercatori attraversano continuamente un confine che in pratica cessa di esistere, così come nel sottosuolo profondo non esiste per effetto dei tunnel sperimentali all'interno dei quali corrono alla velocità della luce le particelle che devono essere rivelate; ed è al CERN che nel 1989 nasce il World Wide Web come protocollo che permette il rapido scambio di dati tra gli scienziati. Non stupisce quindi se uno scrittore italiano curioso e innovativo si interessa del CERN, delle attività che vi si svolgono e svolgeranno, del significato che i risultati delle ricerche rivestiranno per la vita dell'uomo, per i suoi comportamenti, le sue iterazioni sociali, il suo rapporto materiale e filosofico con il mondo naturale e con quello da lui creato. Come Pietro Brahe e Ira Epstein, protagonisti del romanzo, Daniele Del Giudice è un visionario, si costringe a esserlo. Ricercatore del CERN il primo, scrittore affermato a una svolta della carriera il secondo, entrambi affrontano la sfida di vedere ciò che ancora non esiste. Brahe è alla ricerca dei segnali dell'esistenza di quelle particelle e forze invisibili supposte dalle teorie subatomiche, della via sperimentale che possa renderle visibili. Epstein, dopo una vita di scrittura basata sugli oggetti e sulle relazioni che gli uomini stabiliscono con loro e a causa con loro con se stessi e con gli altri, decide di non scrivere più si interroga su quale potrà essere il suo nuovo modo di raccontare ora che gli oggetti stanno svanendo per essere sostituiti dall'immaterialità, conseguenza dei risultati delle ricerche condotte da quelli come Brahe che permea la vita comune. I due, appassionati di volo (e anche questo è un indizio sulle loro attitudini), si conoscono per un mancato incidente aereo, si interessano l'uno all'altro, si cercano per trascorrere tempo di fronte al lago, al cospetto del massiccio del Giura che si proietta nel sottosuolo del centro di ricerca, davanti a uno spettacolo di fuochi di artificio che preannunciano le traiettorie delle particelle negli acceleratori e aiutano Epstein a descrivere la propria esperienza visiva. L'uomo visionario non è un genio incostante che ottiene risultati senza sforzi, ma un pragmatico e testardo essere volente. Per vedere (l'invisibile oppure la realtà profonda del presente che muta in continuazione) ci vuole energia e una grande perseveranza, perché si vede prima come intenzione e poi si vede come risultato. E Del Giudice, che si pone sullo stesso piano intenzionale dei suoi protagonisti, racconta l'alba di un'evoluzione scientifica che è sempre anche umana; lo fa senza ricorrere a mimetismi metaforici o a una retorica abusata. Lo fa attraverso l'incontro di due personaggi apparentemente lontani se non addirittura contrapposti, avvicinati dalla reciproca curiosità, da un riconoscimento di se stesso nell'altro. Lo fa rivelando indirettamente come indirettamente si può rendere visibile ciò che non lo è, per contrasto, utilizzando la scrittura come elemento sensibile in grado di registrare il contemporaneo, aderendo al soggetto che ha deciso di riprodurre sulle pagine. Un metodo che mostra quanto abbia ascoltato e imparato prima di decidere cosa fare della propria volontà, che a differenza degli oggetti non può farsi immateriale e scomparire, se vogliamo ancora e sempre chiamarla vita.
"Sì, - ha sorriso Epstein. - Chissà, forse saranno dei fatti con meno movimento, meno azione. Dei fatti che per ogni persona occuperanno meno spazio esterno, come tutto, del resto... ".
Ho incontrato questo (bellissimo) romanzo per merito di Massimo Mantellini, che ringrazio pubblicamente.
Potete anche fare a meno di leggere la mia recensione e fare riferimento alla sua, che trovate qui: Atlante occidentale, una recensione.
Molti anni fa sono stato a una mostra su Budapest tra il 1890 e il 1919. Se non ricordo male, era al Palazzo delle esposizioni di Roma, prima del restauro che ne ha fatto uno spazio interessante ma ampiamente sottoutilizzato (salvo che per il ristorante dell’ultimo piano, immagino). La mostra veniva da Venezia, scrive il catalogo che ancora ho. Il sottotitolo era: L’anima e le forme. Un titolo mutuato da una raccolta di saggi sull’arte di György Lukács, marxista filosofo e di Budapest pure lui. Per molti anni a seguire ho ricordato male il titolo della mostra (e della raccolta di saggi di Lukács). Pensavo fosse Anima ed esattezza, che – a pensarci – non è poi male, e nemmeno troppo lontano né dall’oggetto della mostra, né dal tema di fondo che Lukács sviluppa nei suoi saggi:
Nella scienza c’impressionano i contenuti, nell’arte le forme; la scienza ci offre i fatti e le loro connessioni, l’arte invece ci offre anime e destini. Qui le due strade divergono, qui non ci sono né sostitutivi né transazioni. Se in epoche primitive, ancora indifferenziate, arte e scienza (e religione e morale e politica) erano un Tutto indistinto, non appena la scienza si è emancipata ed è divenuta autonoma, ogni agente preparatorio ha perso il suo valore. Soltanto quando qualcosa ha sciolto tutti i suoi contenuti in una forma ed è divenuto pura arte, allora non può più diventare superfluo, allora la sua precedente scientificità è del tutto dimenticata e priva di significato. Esiste dunque una scienza dell’arte; ma esiste anche un modo del tutto differente con cui i temperamenti umani si manifestano, che trova la sua espressione per lo più nello scrivere sull’arte. […] Esistono […] due tipi di realtà dell’anima: l’uno è la vita e l’altro è il vivere; entrambi sono ugualmente reali, ma non possono esserlo contemporaneamente. Nell’esperienza di ogni uomo sono contenuti i due elementi, anche se con intensità e profondità sempre diverse […]. Da quando esiste una vita e degli uomini che vogliono capirla e ordinarla è esistito sempre questo dualismo nelle loro esperienze. […] Lo stesso dualismo divide anche i mezzi dell’espressione; qui il contrasto è tra immagine e «significato». Il primo principio è creatore d’immagini, il secondo di significati; per l’uno esistono soltanto le cose, per l’altro soltanto le loro relazioni, categorie e valori. [Lukács, György (1910). L’anima e le forme (Die Seele und die Formen. Trad. it. di Sergio Bologna). Parma: Guanda. 2002. ISBN: 9788877109866. pp. 17-20].
Questa suggestione lukacsiana mi sembra un buon punto di partenza, anche se quello di Del Giudice è un romanzo (e che romanzo!) e non un saggio di estetica. L’anima e le forme, dunque. Ma anche anima ed esattezza.
La storia che racconta questo romanzo è compatta e non di meno (nondimanco, scriverebbero Machiavelli e Carlo Ginzburg) rarefatta. È la storia di un incontro casuale, e forse improbabile, tra Ira Epstein, un anziano scrittore tedesco in odore di Nobel, e Pietro Brahe, un giovane fisico italiano che lavora al CERN di Ginevra (un particellaro, direbbe mio figlio). I due sono attratti proprio dal tema che assillava anche il giovane Lukács: il dualismo tra anima e forme, tra individualità fragile e strutture che danno al caos del vissuto individuale senso e unità (identità, direi io). In Lukács, e forse anche in Daniele Del Giudice, soltanto l’arte, l’opera artistica, può produrre una forma, perché è fine a sé stessa e chiusa (nel senso di auto-contenuta); l’opera scientifica è aperta, perché mai definitiva, superabile e superata da nuove scoperte, nuove evidenze, nuove teorie.
Forse semplificando un po’, al centro dell’attrazione tra i due c’è un interesse specifico per la luce: la luce della fisica, l’evolversi della sua interpretazione, può mettere in crisi la luce della poesia e della letteratura, tanto da indurre Epstein a non scrivere più, se non un Atlante della luce a uso personale ed esclusivo. In uno dei passaggi più celebri Epstein descrive i fuochi d’artificio sul lago di Ginevra con esattezza e proprietà di linguaggio “dopo un tempo abbastanza lungo” rispetto all’evento. E, naturalmente, la scelta di Epstein è la stessa di Del Giudice, le parole di Epstein quelle che Del giudice scrive: per entrambi (e per Lukács) solo post factum, dopo l’accadere caotico degli eventi, l’arte, la letteratura, la parola, possono dare loro una forma e un ordine. Traendone i componenti dall’Atlante, occidentale o universale che sia.
Poi ha alzato il viso verso lo spazio di cielo buio dove c’erano stati i fuochi, lasciando andare le spalle contro lo schienale, scivolando di piú nella poltrona, distendendo le gambe nel ghiaietto. Aspetta. Da Epstein non viene niente. Nuova pausa. Nuovo sospiro, di lato. Nuovo silenzio. Dopo un tempo abbastanza lungo, e un respiro profondo, Epstein cominciò a dire in tono tranquillo: «Ci furono due botti secchi, senza luce, e i fuochi cominciarono». «Questo ho potuto vederlo anch’io», ha detto piano Brahe. «Linee traccianti, – riprese Epstein senza tenere conto dell’interruzione, – entravano dal basso nel riquadro di cielo buio, esplodevano in alto con un boato perforante, si divaricavano in un punto dove la materia diventava luce, probabilmente il sodio luce gialla, il bario luce verde, il rame luce azzurra, il magnesio luce bianca, lo stronzio luce rossa, e il calomelano… Lei conosce il calomelano?…» (pos. 1764)
Questo è solo un assaggio, ma vi suggerisco di leggerlo tutto, questo passaggio vertiginoso.
Non ho mai letto un romanzo come questo. L’unica parentela che mi viene in mente è quella dell’ultimo Calvino. Si potrebbe dire che Epstein ha l’occhio di Palomar.
Qualche esempio:
Si trovarono uno di fronte all’altro, senza punti di fuga per lo sguardo […] (pos, 88)
C’è un punto in cui la stanchezza diventa cosí sottile e liquida che continuare sembra la cosa meno faticosa, e andarsene è difficile […] (pos. 274]
«Il rumore di fondo?» ha detto lei, come ormai chiamavano senza piú confine tra acustica e ottica qualunque disturbo nella percezione netta di una cosa. (pos. 412)
«Negli elenchi manca sempre qualcosa, – disse Epstein. – È il destino degli elenchi». (pos. 647)
Ogni oggetto era comportamento trasformato in cosa, e poi ritrasformato in comportamento […] (pos. 794)
Certo, spiegare era necessario, ma avrebbe mai potuto spiegare che per quello che lui vedeva e cercava di vedere letteralmente non esisteva immagine, lui vedeva cose di cui non c’era immagine, se non quelle convenzionali e formalizzate di rigorosa fantasia, arbitrarie e potenti, rispetto alle cose, come un alfabeto. (pos. 1067)
[…] Epstein era rimasto colpito una volta di piú dalla velocità con cui passava dalla sua natura di donna alla sua natura di ragazza o viceversa solo cambiando il modo di prendere la luce, e questo gli sembrava uno dei suoi tratti piú belli. (pos. 1097)
Gli piaceva che anche l’utile stesse diventando a colori, come le scarpe e i vestiti, gli sembrava che cosí fosse tutto piú leggero, meno importante. Anche il significato, pensò, sta diventando sempre piú leggero, probabilmente a colori. (pos. 1149)
D’altra parte non gli era mai riuscito di concepire un personaggio o una situazione o un sentimento se non in una certa aria e in una certa luce, convinto alla fine che l’atmosfera sia esattamente ciò che è, la massa d’aria che circonda una storia. (pos. 1288)
Poi aveva capito che le cose piú importanti avvengono nella distrazione, non nella concentrazione, e aveva imparato la necessità di distrarsi. (pos. 1378)
«Non so, sono due modi complementari. Quando sono nella metà generosa debbo sforzarmi di recuperare la parte economica, e quando sono nella metà economica non ne posso piú, e mi sforzo di rientrare in quella generosa. Ma, come le ho detto, sono due punti della stessa onda, forse basterebbe riuscire a ridurne la lunghezza e ad aumentarne l’altezza, rendendola piú frequente, frequentissima, in modo che risulti una continuità». (pos. 1549)
[…] un apprezzamento, o un rifiuto, o una perplessità, con cui ciascuno dei due indica all’altro qualcosa di sé […] (pos. 1577)
«[…] Certe volte mi sembra che la geografia sia la scienza piú fondamentale, legata com’è alla terra per via del nome, e cosí legata alle persone per via dell’orientamento… Forse il vero centro del pensiero e del sentimento è nell’orecchio, dove ci sono gli ossicini dell’equilibrio…» (pos. 1882)
Tempo: qualche giorno Cosa serve: il vostro sapere
Ho letto un libro e mi ha fatto bene, mi ha fatto bene come quel bene che sento quando guardo i tulipani gialli. È stato un qualcosa di caldo e piacevole che arriva alla bocca dello stomaco, come una tisana quando fa freddo fuori. Questo libro è stato un incontro fortuito, il primo accaduto grazie al fatto che ho aperto questo profilo; mi sono fidata ciecamente di un post che parlava dell’amore viscerale di @thepinkhousegraphic scritto sul blog di @signorinalave. È arrivato dritto alla bocca del mio stomaco, a riscaldare senza bruciare, in un momento in cui avverto molto freddo, ad abbracciarmi. I protagonisti sono due visionari, uno scrittore che vive a Ginevra e uno scienziato italiano che lavora al CERN negli anni ‘80, la prefazione scritta dal fisico Guido Tonelli certifica come sia verosimile quanto scritto e come le due professioni non siano così diverse. I due si incontrano letteralmente quasi scontrandosi, come se fossero due astri destinati a collidere. Fra di loro nasce un’amicizia sincera in cui i due uomini si raccontano, ognuno con le proprie parole e la propria lettura del mondo. È complesso descrivere con le giuste parole questa storia, l’alternanza di registro scientifico e registro lirico e la loro mescolanza mi ha coinvolto ad ogni pagina. La semplice straordinarietà degli eventi o la loro straordinaria semplicità vi lascerà pieno il cuore. Mai nessuno vi descriverà così bene dei fuochi d’artificio.
Avrò sproloquiato in questo post più del mio solito lasciando impressioni più che recensioni? Forse si, ma in fondo “l’importante non era scriverne, l’importante era provarne un sentimento”.
Torno a Del Giudice dopo la lettura di Un uomo sottile di Pierpaolo Vettori, grazie al quale ho scoperto l'esistenza, nell'edizione più nuova di Atlante occidentale, di un "taccuino di Ginevra". L'emozione di leggere qualcosa di diaristico, non costrutto narrativo ma sua fondamenta, indubbiamente c'è, anche se prevedibilmente frammista alla tipica sensazione di secondarietà e non indispensabilità che questo materiale offre. Qualche spunto interessante a ogni modo c'è, per completisti dell'autore (di cui a dire il vero non ho ancora letto tutto). Le tre stelle sono per questo taccuino, non per il libro, magnifico, che ho commentato altrove qui in Goodreads.
This is an aesthetic buddy novel about an experimental physicist and a novelist in and around Geneva. Its focus is the visible and the invisible, seeing and insight, in physics, fiction, and life.
The novel is elusive, and yet precise, as the light in its English title (or, in a different way, as the atlas in the title of the Italian original). It’s as if Richard Powers had some (just some) of the sensibility of Nicholas Mosley, and a withheld rather than wild lyricism.
The ending is too pat, but this beautifully translated short novel provides a very worthwhile reading experience.
Daniele del Giudice è uno scrittore di cui sento sempre più la mancanza in questi tempi di mediocrità estetica. Chi ha amato questo romanzo corra a recuperare i suoi Racconti, scoprirà un mondo incredibile.
Non lo so perché Daniele Del Giudice non è considerato il più grande autore italiano vivente. Forse perché da un po' di anni è sparito dalla circolazione. Comunque questo libro è qualcosa di incredibile. Chi non lo ha letto si è perso qualcosa, davvero.
Mi è successo con questo autore quello che spesso accade nei momenti di sconforto e necessità, ovvero che di idealizzarlo al punto che, senza aver mai letto una riga dei suo scritti, avessi nella mia testa la sinossi di diverse opere del nostro – controverse e brillanti, ma inafferrabili. Avevo molte aspettative per questo libro: autore vissuto a Venezia per lunghissimo tempo, libro che metteva in scena un dialogo tra la fisica contemporanea (dell’84) e la letteratura, Il non plus ultra. Ho trovato un romanzo raffinatissimo, tessuto a partire dalla luce, come descritto in maniera eccezionale nel passaggio in cui si racconta il processo creativo di Epstein, ma in forma di ragnatela: rarefatto, simmetrico, bidimensionale. In maniera anche un po’ sconvolgente, queste tre caratteristiche sono contemporaneamente gli aspetti positivi del romanzo e quelli negativi. In generale la natura duplice, fredda e luminosa di questo libro dialoga continuamente con gli assiomi della fisica quantistica che vi avviene sullo sfondo. Farei però fatica a dire ciò che succede in questo romanzo, cosa potenzialmente positiva, se non che questa difficoltà deriva dalla pochezza e appunto dalla rarefazione degli avvenimenti raccontati. Anche qui mi sfiora la mente un paragone con gli esperimenti condotti al CERN, la magnitudine infinitesimale delle particelle e la probabilità minuscola che un esperimento dia dei risultati positivi (in un tempo ragionevole) … grandi esperimenti su materia minuscola generano dei risultati potenzialmente epocali, ma per quanti? Venendo alla simmetria: il libro vi è incardinato e si sviluppa su molteplici assi, anche se non è facile individuarli si ha la costante sensazione della sua presenza ‘architettonica’. Uno tra tutti gli episodi di simmetria è l’esercizio di descrizione che Epstein chiede a Brahe (capitolo V), speculare alla richiesta di Brahe a Epstein di descrivere i fuochi d’artificio (Capitolo XI. Pezzo di un virtuosismo impressionante, Pag. 138-142). “Così […] parlo delle due storie incrociate, raccontate ciascuna in prima persona, con l’aiuto, forse, di qualche ponte in terza: il giovane fisico e il vecchio scrittore […] L’incidente è la collisione che mette in moto il racconto. ‘E questo – concludo parlando con Criso – per un romanzo che si svolge attorno ad un collider è in qualche modo congruente’. Lui [Criso] sorride, minimizza, non dà giudizi […] Anzi, certe volte precede […] Anche quando nel suo ufficio avevo provato a parlargli dei tempi ‘morti’ del non lavoro, lui aveva anticipato tutto dicendo: ‘Be’, certo, osservare, digerire e riflettere è fondamentale per uno scrittore. Daniele del Giudice – Taccuino di Ginevra, 1984. La sensazione che mi è rimasta è che questo romanzo fosse un grande esercizio e una riflessione sui modi della scrittura e sul lavoro dello scrittore, un secondo libro difficile e privo di brio, come da ammissione dell’autore. La narrazione di questo romanzo è questa, immaginare lo scrittore con la prospettiva del ‘ricercatore della realtà’, dello ‘scienziato dei fatti’ e in ultimo, questo il parallelo suggerito, come uno scienziato ‘crea’ il mondo attraverso i risultati dei suoi esperimenti, così lo scrittore crea il mondo attraverso la sua narrazione: in questi due processi il quoziente d’invenzione come quello di oggettività si equivalgono sempre, invariabilmente dal soggetto che li esplicita. “L’affinità con Calvino è forse verso ciò che ha rappresentato nella letteratura italiana. E cioè qualcosa che prima di lui non c’era e che, secondo me, dopo di lui non ci sarà più […] la letteratura intesa come forma di conoscenza, che racconta ciò che le altre forme di rappresentazione e di conoscenza non riescono a narrare.” - Daniele del Giudice, intervista durante il programma Nautilus. 11 novembre 1985 Si arriva così al finale, dove la vera scoperta di Brahe è che Epstein aveva già capito tutto, non solo il suo esperimento appena terminato con successo, ma proprio tutto, specie ciò che ho scritto prima. È proprio come si esplicita il finale a lasciare a desiderare e a far scadere ciò che lo precede in una di banalità che già lascia un po’ infastiditi, se non che questa pochezza viene oltretutto condita da una mistificazione travestita da lirismo (quelle ‘chiacchiere strane’ che Fiero aveva poco apprezzato nei suoi racconti). Qui ritorno l’ambiguità perché, appena prima del dialogo finale, Epstein, in un ultimo volo appassionato e libero - con lo sguardo pieno dello stesso amore che un demiurgo potrebbe avere per il proprio universo – ripercorre in maniera veramente emozionante tutti gli avvenimenti del libro, compresi quelli in cui non era presente. Ci si accorge quindi della sottile circolarità (qui ritorno l’anello del CERN) dell’opera, di cui Epstein sarebbe lo scrittore. “E adesso?” – “Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova” – “E questa?” – “Questa è finita”. - “Finita finita?” – “Finita finita” – “La scriverà qualcuno?” – “Non so, penso di no […]”. L’ultima opera dello scrittore Epstein - come la prima era stata Atlante della andature e quella definitiva, quella che scriverà solo per lui, sarà Atlante della luce – è il libro che teniamo in mano, Atlante Occidentale.
"Lines of Light" is the story of two men - Pietro Brahe ( a nod to the 16th c. astronomer Tycho Brahe), who works as a physicist at a cyclotron in Zurich (at the Paul Scherrer Institute, a precursor of the Large Hadrom Collider), and Ira Epstein, a German novelist who has retired nearby. They first meet when the two private airplanes they are each piloting nearly collide (!) over a private airfield. Over time, the two become friends and begin to talk about the different ways in which they see, sense, and think about the world around them - especially the topic of light.
Neither man takes making friends lightly, and for much of the novel their slow and thoughtful dance toward friendship is ever-present. Del Giudice treats the two men somewhat like particles; whatever they do "above ground" seems to reflect the physics that occurs in the cyclotron underground. In the end, the two men become close just as Ira decides to return to Germany.
In this excerpt, Epstein telling Brahe how he writes: "'In my books, if I told the story of a dwarf or a mother or a traveler, I would start from an umbrella, a sweater, the legs of a table. You may think of a visionary as one who sees marvels, or who sees a bridge straining to become an arch - not one who feels, without touching, the porosity of cement. I'm a visionary of what exists, of what is, and such vision can be just as disquieting for its precision and concreteness.'
"Brahe is all attention now, forgetting his discomfort. He follows Epstein's words, though his thoughts are going in three directions: in advance, to see where Epstein is heading; in retard, to reconstruct the course, lingering on the more familiar landmarks; and sideways, since it is enough to say dwarf, mother, or traveler to start the mind imaging."
Del Giudice writes with a precision that is striking and oddly beautiful. It's a slow novel (albeit very short), that encourages one to linger over its many marvelously observed moments. At the very end of the novel, as Epstein departs, Brahe spots a diorama of Zurich housed in the Zurich train station. As he peers closer and closer and the tiny mountains, the roads, the building he recognizes, he spies the train station where he himself stands, and suddenly he seems to see himself inside and Epstein in his train. It's the same view that we, the reader, see.
Reportedly, Del Giudice's first manuscript was discovered by Italo Calvino, and one can see a number of sly homages to Calvino in this wonderful novel.
Un testo decisamente impervio, di scrittura cristallina ed eterea. Non so quanto possa arrivare al lettore medio che, come me, sia digiuno di problemi di fisica delle particelle, oltre una vaga cultura generale. Certamente, questa edizione col taccuino finale rappresenta un grande aiuto. Paradossalmente, ho apprezzato più queste note preliminari, nelle quali si ripercorre il lavoro di indagine che condusse a questo romanzo, del romanzo stesso. Questo è un saggio di analisi di una amicizia tra due figure fortemente simili, indipendentemente dal loro lavoro: un fisico, ma del Novecento (e quindi colto, avvertito: si rilegga quel che si dice, nel taccuino, dei fisici attempati appassionati di Kant) e uno scrittore, anch'egli del Novecento, ma iniziale (e quindi raffinato, curioso, esatto). La somma di queste righe è un diario di viaggio a Ginevra dove chi ha amato la città ritroverà qualche nuvola e poche indicazioni topografiche. Per il lettore di inizio XXI secolo, questo importante lavoro degli anni Ottanta appare, temo, come un riuscito esercizio di stile.
Leggete questo romanzo per capire perché Daniele Del Giudice era lo scrittore più all’avanguardia che abbiamo mai avuto, e soprattutto per capire che scrittore abbiamo perso. Come giustamente sottolinea Guido Tonelli nella prefazione, Daniele Del Giudice aveva fatto qualcosa mai fatto prima d’ora: penetrare le vite dei fisici e i loro studi sulla materia, ma insinuando un dubbio. Attraverso la figura di Pietro Brahe e il suo incontro con lo scrittore Ira Epstein - tanto simile a Bobi Bazlen de “Lo stadio di Wimbledon”, ma anche presagio di quello che sarebbe diventato Del Giudice - Del Giudice racconta i limiti della scienza, che non riesce ad andare oltre la materia, che trova difficoltà nel mettere ordine al caos, e del suo bisogno di un’altra anima - la letteratura - per comprendere meglio il mondo.
Sono sicuro di non esser riuscito a cogliere il punto di questo libro, e sono rimasto molto infastidito dall'uso dei tempi verbali, soprattutto per la sovrabbondanza del passato prossimo. Ma dentro ho visto degli spazi, degli interstizi, delle folgorazioni importanti. E un senso dell'amicizia veramente altissimo.
Leggere questo libro è stato un po' come assistere a uno spettacolo di magia: non capisci bene cosa sta succedendo, ti chiedi dov'è il trucco e non puoi fare a meno di continuare a guardare. Ecco, l'autore usa le parole in una maniera così spettacolare, musicale e immaginifica, che forse non bastano 5 soli sensi per apprezzare appieno quest'opera.
Il libro affronta tematiche importanti come la diversa rappresentazione della realtà proposte dalla scienza e dalla letteratura. Non c’è una trama vera e propria; l’autore cerca più di proporre riflessioni e sentimenti. L’uso dei tempi verbali è decisamente particolare: si salta da un tempo all’altro nella stessa pagina. Una lettura interessante.
Non saprei come definirlo: da un lato una storia fatta più dal taciuto che dal detto; dall'altro un'esplosione di sensazioni, tensioni impalpabili, angoli polverosi riportati alla luce. E poi la luce stessa, momento di massimo splendore e manierismo al contempo.
Questo libro mi ha lascia perplesso, ma nel senso più straordinario del termine.
Non è un romanzo perfetto, forse, ma contiene momenti di incredibile purezza, riflessioni di profondità estrema, un punto di vista nuovo sulla percezione di spazio, tempo e luce, oltre a creare un mondo affascinante, allo stesso tempo compatto e ambiguo. Da leggere, e soprattutto da rileggere.
Ci ho ritrovato tutto quello che avevo amato dello stadio di Wimbledon e forse anche di più. La precisione, l’elusività, la commovente delicatezza, un attaccamento fortissimo al tempo contemporaneo e agli oggetti di cui esso è costituito.
All'inizio non ci capivo niente e tutt'ora ci ho capito poco e l'ho letto male. Eppure è talmente bello che alcune descrizioni ti sfiorano anche se le leggi sovrappensiero. Alla fine mi sono un po' commossa. Da rileggere con più attenzione