Avevo letto a mio tempo “Reduce”, da fan di lunga data di Giovanni Lindo che spesso ha ascoltato le parole del vate del punk nostrano come quelle di un guru. Certo, dall’ideologia marxista – così tanto “fedele alla linea” (Giovanni, rimembri ancora quando cantavi “A ja ljublju S.S.S.R”?) – al culto del pontefice Ratzinger ne è passata di acqua sotto i ponti. Eppure, in questo testo denso di lirismo, terra, sangue, esperienza biografica e storica legata alla tradizione “appenninica” tosco-emiliana, c’è molto del personaggio Ferretti e della sua evoluzione (perché di questo si parla) umana. Il “ritorno” del figliol prodigo alla famiglia di origine: questa è la parabola con cui l’autore spiega la sua decisione di vivere a Cerreto Alpi, suo natio borgo selvaggio sulle montagne emiliane, al confine con la Maremma. E, finalmente, anche i lettori possono capire le ragioni di una scelta così radicale, che non è rinnegare quello che è stato ma approdare ad una maturità più consapevole ed autentica, sempre lontana dal capitalismo e dal consumismo che ci spingono ad essere atomi dispersi, privi di reali e concrete relazioni sociali di spessore. Parte da lontano, il Ferretti, dagli antenati che lasciarono l’Italia a fine ‘800 per farvi ritorno agli inizi del nuovo secolo, dopo aver guadagnato qualche soldo in terra americana, terra di promesse, speranza e nuova vita. E poi la storia della giovane madre, rimasta vedova in giovane età e lasciata sola a crescere il piccolo Giovanni Lindo in mezzo ai disagi e alle tribolazioni di un’epoca, fino all’evanescenza nella malattia che la fa tornare bambina. C’è la storia dei cavalli, dei quali ha scelto di prendersi cura e che ha deciso di cavalcare alla maniera dei cavalieri medievali (non come i moderni fantini per i quali l’animale è solo uno “strumento”, un altro tributo alla moderna tèchne che ogni slancio vitale distrugge). C’è l'omaggio al leggiadro Tancredi, domato e amato. Ripercorriamo insieme all’autore anche l’esperienza della Bottega di musica e comunicazione, aperta da Ferretti a Bologna negli anni 2000 e rivolta a venti giovani studenti selezionati con lo scopo di realizzare progetti legati alla città. E poi, ancora, la religione, la morte, i riti ancestrali che legano alla sacralità della terra. Non manca una menzione al tanto discusso rapporto con la politica, alla cosiddetta “svolta” che ha visto Ferretti arrivare a scrivere per “Il Foglio” di Giuliano Ferrara e difendere a spada tratta i diritti alla vita nel referendum sulla fecondazione assistita. Possiamo, noi giovani focosi atei e pieni di ribellione, non condividere le scelte dell’uomo (che pure ha dovuto lottare con il demone del cancro, arrivando recentemente ad una pacificazione dell’anima, ad una nuova alba dell’essere), eppure le sue motivazioni sono così ben scritte ed analizzate nelle pagine di quello che assomiglia molto ad un saggio piuttosto che ad un testo autobiografico. Una critica a tutte le ideologie, che trasformano “gli esseri umani in pedine funzionali ad uno schema dato” e che non esauriranno mai la splendida complessità della realtà, né i sentimenti e il legame autentico con le proprie radici.