Chi semina vento raccoglie tempesta
Un uomo e un bambino: l'uno severo, rigido, incapace di apprezzare le piccole gioie quotidiane; l'altro timido, sensibile, inconsciamente assetato di vita.
È un padre, Harrington Brande, che vive per il suo lavoro, per le sue aspirazioni e, specialmente, per il suo Nicholas: quel bimbo fragile, malaticcio, bisognoso di cure e protezione, cresciuto dentro una campana di vetro e destinato, agli occhi del genitore, a restarvi per sempre. Un padre e un figlio molto uniti, eppure così soli all'arrivo in un Paese straniero, in mezzo a gente nuova, a tradizioni insolite... Soli, soprattutto, nella sofferta ricerca del bene più prezioso: l'amore.
E proprio questo spasmodico bisogno di tenerezza, questo bruciante desiderio di dare e ricevere affetto, sarà il filo conduttore del racconto, la fatale scintilla da cui, passo dopo passo, divamperà l'implacabile fuoco della gelosia: quella furia devastante alimentata proprio dall'amore, da cui, inevitabilmente, l'amore stesso verrà annientato.
Ci troviamo a San Jorge, pittoresca cittadina della Spagna orientale, dove un ambizioso console americano dalle velleità letterarie, Mr Brande, appunto, si trasferisce col figlioletto di nove anni, per ricoprire una nuova carica.
La quiete del luogo, la (apparentemente) cordiale accoglienza della servitù, l'aria fresca e incontaminata delle soleggiate coste spagnole, sembrano offrire ai nuovi arrivati la tanto agognata pace, il meritato sollievo dalle amarezze della vita, dai ricordi opprimenti, dalla ferita ancora aperta e dolente di un matrimonio finito male.
Un sogno che pare divenire realtà, fino a quando, inaspettatamente, la strada dei Brande incrocia quella di José: un giovane giardiniere del luogo, che con la sua spontaneità, la semplicità e il calore umano, conquista presto l'affetto e l'ammirazione di Nicholas, suscitando, suo malgrado, il feroce ed irrazionale risentimento del console.
La prima cosa che colpisce, leggendo un libro di Cronin, è la sobrietà: quello stile limpido e mai troppo ricercato con cui l'autore conduce la narrazione, facendo riflettere il lettore e conquistandolo poco per volta. Egli non teme di raccontare luci ed ombre della natura umana, ma pur regalandoci vividi ritratti interiori dei protagonisti, preferisce rifuggire dagli psicologismi, riuscendo così ad illustrare l'animo dei suoi personaggi in modo accurato ma semplice al tempo stesso.
The Spanish gardener non è una storia "strillata": è un piccolo romanzo dai toni delicati, che parla di legami familiari, amicizia, sentimenti... Ma è anche, e soprattutto, una profonda ed onesta riflessione sul male che alberga nel cuore umano, sulla cattiveria che, facendosi strada tra le qualità migliori, finisce col distruggere tutto, lasciando dietro sè solo sofferenza.
Harrington Brande, figura centrale del romanzo, è il perfetto emblema di ciò: un uomo duro, pieno di sè, fiero della propria integrità, eppure letteralmente ossessionato, nel proprio intimo, da una disperata sete d'amore. Brande ama, ma lo fa in modo morboso, egoistico, attanagliato dall'invincibile bisogno di possedere in modo esclusivo l'oggetto del proprio affetto, di isolarlo, di forgiarlo a propria immagine e somiglianza, privandolo di ogni residuo di libertà.
Pagina dopo pagina, assistiamo al progressivo concretizzarsi della sua disfatta: lo vediamo vacillare nei suoi princìpi morali, cedere alla gelosia, lasciarsi accecare dal rancore, fino a quando, ormai spintosi troppo oltre, si scopre impossibilitato a tornare indietro, costretto, malgrado l'opprimente rimorso che gli dilania il cuore, a scontrarsi con le imperdonabili conseguenze della sua follia, a toccare con mano il proprio fallimento come marito, padre ed essere umano.
È facile odiare Harrington Brande, disprezzarlo per ciò che è e per le sue azioni, eppure, malgrado tutto, il suo personaggio un po'di pena me l'ha ugualmente suscitata, perché dietro la crudeltà, l'arroganza e l'egoismo, si nasconde un uomo insicuro, tormentato, in fin dei conti immaturo; un uomo che prova amore, che vorrebbe ardentemente essere amato, ma che, purtroppo, non sa amare realmente.
La meschinità umana, però, come Cronin ci dimostra, possiede molte facce, a volte proprio quelle che mai ci si aspetterebbe; e così lo scrittore, con tutta la franchezza di una condivisibile indignazione, non esita a smascherare i molti lati controversi di alcuni esponenti della stessa categoria medica (cui egli apparteneva) attraverso l'ambigua figura del professor Halevy: l'inquietante emblema di una psichiatria dannosa, di una visione distorta e morbosa della natura umana, che con subdola malizia tenta di contaminare il candore e la spensieratezza dell'infanzia.
E a fare le spese di tutto ciò, naturalmente, sarà il piccolo Nicholas. Lui, protetto dalla sua innocenza di bambino, non capisce le perfide insinuazioni dei grandi, ma ne prova istintivamente paura, vergogna, tanto più che, responsabili delle sue angosce, sono proprio coloro che dovrebbero invece rassicurarlo, confortarlo, proteggerlo dalle brutture della vita.
Erano i primi anni '50 quando Cronin diede alle stampe questo romanzo, ed è impossibile non restare colpiti dal coraggio con cui, in quell'epoca, egli osò affrontare, sia pur velatamente e con estrema sensibilità, questioni tanto delicate, servendosi sempre di un linguaggio pacato, e riuscendo a parlare a tutti, senza mai turbare, neppure per un istante, i lettori.
In The Spanish gardener, tuttavia, a trovare posto non sono solo il dolore e lo smarrimento: nel corso di questa toccante storia, infatti, c'è ampio spazio anche per i buoni sentimenti: l'amicizia tra Nicholas e José, la genuina allegria della famiglia Santero, povera ma unita, l'incontenibile entusiasmo per le partite di pelota della domenica, costituiscono alcune delle pagine più belle del romanzo, pagine in cui Cronin, con l'abilità dei più grandi scrittori, ci regala un indimenticabile affresco della luminosa Spagna e delle sue ammalianti atmosfere: le stradine caratteristiche e piene di colori, i giardini rischiarati dal sole, il gusto per le cose semplici, la voglia di vivere.
Niente però appare superfluo: ogni evento, in questo libro, trova in qualche modo corrispondenza nelle vicende personali dei protagonisti, e così ci accorgiamo che l'incontro tra due culture distanti (quella americana e quella ispanica) rappresenta innanzitutto il contrasto tra due diverse concezioni della vita e della famiglia: da un lato il rigido e austero formalismo dei Brande, dall'altro il vivace e spontaneo calore dei Santero; due modelli a confronto, attraverso cui il piccolo Nicholas, per la prima volta, guarderà alla vita con occhi diversi, comprendendo il significato dell'amicizia e imparando, inconsapevolmente, ad esprimere la propria personalità.
La conclusione della storia sembrerebbe quasi arrivare troppo presto.
Dispiace lasciarsi alle spalle l'incantevole scenario della Costa Brava, le toccanti vicende di un Nicholas improvvisamente cresciuto e ormai deciso a riprendersi ciò che gli è stato ingiustamente tolto, ma dispiace soprattutto separarsi da un romanzo che con garbo, semplicità e tenerezza ha saputo intrattenere, commuovere e far riflettere.
E se il racconto si chiude, in modo implicito ma inequivocabile, sulle speranze di un futuro migliore ed ormai prossimo, ad imprimersi nella memoria è soprattutto la figura di quell'uomo, ormai l'ombra di se stesso, che è riuscito ad avvelenare l'esistenza propria e altrui, e a cui, negli anni della maturità, non resta altro che il patetico ricordo di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, e che non sarà mai più.