Il testo è molto denso, adatto a un pubblico che ha ottime conoscenze di filosofia. Per quanto il linguaggio non diventi mai astruso, resta comunque ostico per tutti i non specialisti.
Communitas, deriva da cum + munus: cum indica "insieme", "con", mentre munus indica il debito, ciò che si deve dare. Quindi, la comunità è formata da un'insieme di persone accomunate da un debito. Alla luce di ciò, si può dire che la comunità nasce non da un possesso, ma da qualcosa che bisogna restituire. Partendo da questo assunto, Esposito attraversa il pensiero di cinque grandi filosofi della comunità, mostrando una vera e propria storia di tale concetto: Hobbes, Rousseau, Kant, Heidegger, Bataille.
Secondo Hobbes, gli uomini sono accomunati dalla possibilità di uccidersi l'un l'altro. Per tale motivo, la comunità nasce dalla paura: il singolo individuo rinuncia all'esercizio della violenza sul più debole affinché uno più forte non faccia la stessa cosa su di lui. Per tale motivo, la comunità si istituisce sulla base di un impedimento: la società è ciò che impedisce l'assassinio, cioè la negazione di una negazione. Il sovrano incarna colui che deve mantenere in atto questo divieto, anche attraverso l'uso della violenza: il sovrano, quindi, diventa espressione dell'intera comunità, dove ognuno rinuncia a essere soggetto delegando la propria azione politica al sovrano, che diventa il soggetto di tutti. Attraverso il sacrificio, quindi, si esercita questo potere di morte che serve, a sua volta, a impedire ulteriore violenza.
Rousseau, invece, sostiene che l'origine non è rappresentata da un sacrificio, perché questo sarebbe di già conseguenza della comunità. Lo stato originario, di natura, è caratterizzato da un'assenza di legami, un puro esistere che non prevede convenzioni e impedimenti di tipo comunitario. Ovviamente, questo stato non va concepito all'interno di un tempo storico, bensì all'interno di un tempo mitico: è uno stato irraggiungibile, perché mai esistito, eppure sempre presente nel suo ritirarsi, nel suo essere inafferrabile. La comunità, quindi, porta al suo interno degli elementi di corruzione che la pongono già in difetto rispetto al mitico stato originario. Anche il "contratto sociale" partecipa a questo tempo mitico: prefigura una comunità dove governanti e governati combaciano, cioè uno stato pensabile e non realizzabile. La comunità, infine, non è che qualcosa di necessario, ma sempre da farsi, che non riesce mai a raggiungere quel momento originario di pura essenza, senza impedimenti. Infine, il collante della comunità di Rousseau sembra essere la compassione: cioè, nel momento in cui sento la sofferenza altrui, capisco cosa non fare all'altro affinché non capiti lo stesso a me: paradossalmente, la comunità nasce da un moto individualistico, di pura paura della sofferenza per sé, compresa attraverso la presenza dell'altro.
Nel pensiero di Kant, l'uomo acquisisce la sua libertà in quel momento originario in cui compie il male, perché libero di entrare in contrasto con il creato di Dio, che è bene. Per tale motivo, l'origine, per Kant, è differente da quella pensata da Rousseau: non è un momento felice, anzi: è il momento in cui sopraggiunge il male. Per tale motivo, la comunità si rende necessaria attraverso la Legge, la quale non ha nessun soggetto anche se ogni uomo le è soggetto: nel senso, però, di colui che viene "assoggettato" e non di soggetto attivo e fondante, poiché la Legge precede il soggetto stesso. Nella Legge, il soggetto perde il suo amor proprio, perché deve limitare se stesso secondo quanto sancito dalla legge, guadagnandone in "rispetto di sé". In sostanza, tutti gli uomini devono alla legge una parte della propria soggettività, quindi tutti sono accomunati da questa negazione. Quindi, la comunità si riunisce intorno a uomini che non hanno niente-in-comune. La comunità, quindi, è impossibile: non può essere riempita, perché la mancanza del debito è necessaria affinché ci sia la Legge. Allora, la comunità è sia necessaria che impossibile e r-esiste nella sua tensione di debito e dover essere.
Heidegger, al contrario, critica il concetto di dover essere, affermando che l'uomo è ciò che deve. Quindi, è nell'essenza stessa il suo dovere, quindi l'uomo è già sempre nella comunità, è già sempre all'interno di quei dettami che lo pongono nel mondo e nella comunità. Per tale motivo, il problema della comunità non si pone: l'esserci è già da sempre essere-nel-mondo, quindi è già condizionato dalla comunità che lo trascende e ne condiziona l'essenza stessa. L'uomo, nell'esercizio della sua libertà, si allontana da questo stato in cui è sempre immerso, diventando così "improprio", cioè non conforme a questo stato originario. Da ciò la consapevolezza che la proprietà più propria dell'uomo è il suo essere sempre improprio, cioè già lontano dalla sua origine. L'origine, quindi, non è qualcosa che si trova alle spalle, ma qualcosa che si trova sempre di fianco e che non si può toccare. Siamo divisa da essa, c'è uno scarto che non ci fa combaciare con essa, rendendoci impropri. Per Heidegger, la comunità originaria è la Grecia Antica, ma sempre vista in un'ottica mitica e non storica. Ma è proprio l'impossibilità di un ritorno a quell'epoca che permette alla comunità di andare avanti, di proiettarsi verso il futuro, pur esistendo e derivando da quell'era originale.
Infine, c'è il pensiero di Bataille: qui la comunità è possibile solo nella consapevolezza che tutti siamo accomunati dall'impossibilità dell'esperienza della morte. Morendo, viene impedita ogni esperienza e vedendo la morte altrui non ho la possibilità di viverla perché, vivendo, già sto negando quell'esperienza di morte. Questo impossibilità dell'esperienza della morte ci pone nella finitudine, quindi nella consapevolezza che si è già finiti: per tale motivo, siamo già sempre sacrificati, a nulla e a nessuno, e per questo non più sacrificabili.
La comunità è ciò che manca, è quella cosa che non riesce ad essere perché ci accomuna sempre un'assenza o una negazione: è la sua assenza che ci pone sempre in tensione verso di essa e a costituirla, sempre, come problema, come qualcosa sempre da pensare e mai di de-finito.