Romanzo autobiografico con cui Enzo Biagi ripercorre gli anni tra le due guerre. L'arrivo a Bologna a nove anni dalla campagna nel 29 con un inverno freddissimo, gli anni della scuola, gli approcci con il fascismo, le frequentazioni "sovversive" e l'oratorio, l'inizo della carriera giornalistica giovanissimo prima all'Avvenire, poi al resto del Carlino, la guerra con la chiamata alle armi e la destinazione ai servizi sedentari per problemi cardiaci, la scelta di raggiungere i partigiani dopo l'otto settembre, il ritorno in città con la liberazione. Nulla di nuovo, storie personali che si intrecciano con la Storia con la esse maiuscola.
Lo stile di Biagi è da giornalista di cronaca, ricco di aneddoti, di citazioni, di frasi a effetto: una galleria quasi infinita di personaggi, amici, vicini di casa, colleghi del giornale, soldati, partigiani, tutti tratteggiati con poche frasi, che si accavallano e si perdono dopo poche pagine salvo poi forse ritrovarli più avanti. Con amara ironia racconta ancora una volta vizi e virtù italiche: quanta arte dell'arrangiarsi, quanti volta gabbana, quanti a salire sul carro del vincitore di turno, oggi fascisti, poi badogliani, poi chissà.. Biagi osserva, deplora, compiange chi ha perso la vita con lo sguardo di chi scrivendo molti anni dopo sa già come andrà a finire.
Alla fine sono rimasto, lo confesso, un pò deluso: più cronaca che romanzo, privo di tensione narrativa finisce per non suscitare particolari emozioni. Biagi sa come intrattenere il lettore da giornalista che scrive un articolo denso, degno di attenzione fino alla fine, ma quando leggi il successivo la settimana dopo lo hai già in buona parte dimenticato. Così è un pò questo romanzo: un amarcord di aneddoti arguti, ironici, anche divertenti che però sfuggono dopo qualche pagina...
Tre stelle in memoria di Biagi che è stato un grande giornalista, altrimenti ne avrei attribuite anche meno.