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«Mi meraviglia» dissi «che tu non ci abbia maledetto tutti per averti rovinato la vita».
«La mia vita?». Sembrava stupita che potessi pensare una cosa del genere. «La mia è stata una vita come tante. È la vostra a essere rovinata».
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Perché ogni giorno mi sveglio come se fossi a lutto? Per chi o per cosa porto il lutto?
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Non diciamo "Ricorda di non uccidere". Perché dimenticarsene non rappresenterebbe una scusa. "Ricordati del giorno del sabbath" sembra più un colpetto di gomito che un vero comandamento».
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L'immagine in movimento mi lascia del tutto indifferente, qualunque siano le sue dimensioni. Troppo naturalistica. E mai abbastanza divertente o disperata. O comunque, mai entrambe le cose insieme, come invece piace a me. Malgrado il mio disinteresse verso quel mezzo, però, sembrava che io ne conoscessi sempre gli animatori. «Non guardarla allora» è la risposta che si riceve in genere quando ci si lamenta della televisione. Ma il problema non è tanto guardarla, quanto venire a sapere di persone la cui esistenza, tutto sommato, sarebbe preferibile ignorare.
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Che io sia divenuto un vignettista, piuttosto che una di quelle più ingenue creature che sono gli illustratori di fumetti, e tanto meno un contabile o un dentista, dimostra soltanto che non sempre seguiamo i nostri impulsi migliori, o, più semplicemente, non sempre conosciamo i nostri impulsi. Ricordo che mia madre mi raccontava con orrore di una sua amica caduta vittima, all'improvviso, di una specie di malattia fantascientifica nota ai dottori sempre che gli fosse nota con il nome di sindrome della mano anarchica (o aliena). La povera donna aveva avuto un colpo apoplettico, in seguito al quale l'emisfero destro del cervello le si era sconnesso dal sinistro, cosicché la mano destra era entrata in profondo conflitto con il resto del corpo. A volte la mano ribelle aveva solamente voglia di afferrare qualcosa che lei non voleva afferrare: una porta, una maniglia, un oggetto al supermercato; altre invece cercava attivamente di intralciarla e di ostacolarla, e una notte la donna si svegliò sentendosi soffocare, perché per poco la mano non riusciva a strangolarla. La nostra psiche è dilaniata da una guerra intestina, ecco come stanno le cose. Una metà di noi stessi distruggerebbe l'altra metà se potesse, e soltanto l'imparziale intercessione del corpo, quando è tutto in regola, ci salva dall'ucciderci - è il caso di dirlo - con le nostre mani. Ma non appena interviene qualcosa a sconvolgere l'equilibrio dell'organismo, ci ritroviamo in balia della faida tra i nostri impulsi psichici. Con la mia mano di illustratore era lo stesso. Anche se ancora non aveva tentato di strozzarmi o di cavarmi gli occhi – e non è detto che un giorno non ci provi senza dubbio agiva indipendentemente dalla mia volontà, ostinandosi a voler fare della satira, nel più totale dispregio della mia natura, che era piuttosto pensosa e introversa, refrattaria al riso e all'esagerazione, e nient'affatto portata alla cruda e spesso crudele ilarità della caricatura.
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Guardavamo con indulgenza a queste infatuazioni per la fede, fintantoché erano passeggere. Era perfettamente sensato, quando si trattava di avvenimenti importanti - nascita, matrimonio, morte - credere un po'. Ma credere molto era tutt'altra cosa, e solo un pazzo poteva farlo.
Di qui la convinzione dell'intrinseca follia della religione nella quale sono stato allevato.
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…ma per quanto mi riguarda non riuscivo a scacciare una fastidiosa sensazione di estraneità: lo conoscevo talmente poco, il suo odore mi risultava sconosciuto, addirittura sgradevole, e quella vicinanza mi metteva terribilmente a disagio, come se persino il corpo a corpo rappresentasse una trasgressione alle regole familiari. Ero turbato, in parte per me stesso, per il fatto che mio padre mi fosse a tal punto estraneo; e in parte per lui, perché si ritrovava un figlio incapace di rilassarsi e di godersi un po' di sana attività sportiva in sua compagnia, da uomo a uomo; in più, ero triste, perché avrei giurato che lui non stava affatto bene. Niente che avesse detto. Niente nel suo modo di respirare o di tenersi in piedi, o nel modo in cui mi teneva stretto. Però emanava qualcosa, quel qualcosa che a volte capita di sentire nei vecchi cani: una stanchezza penetrata fin dentro le ossa, una delusione che va al di là della malinconia, la delusione di chi si è infine rassegnato all'idea che non vivrà mai la vita che aveva sempre sognato. Insomma, un venir meno dell'interesse per ciò che ti circonda, per i tuoi amici, e per te stesso.
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Quindi non ha senso chiedersi se di fronte alla stessa tentazione si sarebbe comportato in maniera diversa: quella tentazione a Manny non sarebbe mai venuta. E il carattere di una persona non è determinato soltanto dai princìpi che le vengono trasmessi, ma anche dalle tentazioni che tende ad attirare su di sé.
Colpevole, spaventato, con i nervi a fior di pelle, ma addolcito dalla dolcezza che ispirava negli altri, il che è come dire innamorato di se stesso perché lo amavano gli altri, probabilmente Asher non si era mai sentito così febbrilmente vivo.
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Lei lo guardò. Ad Asher parve che nei suoi occhi ci fosse dell'odio, o almeno così disse a Manny. «Beh, non posso. Se lei non vuole vederti, allora tanto meglio. La dimenticherai. Sei solo un bambino. Alla tua età i sentimenti non sono così profondi».
Detto ciò, e dopo aver raccontato le buone nuove al marito, il suo odio nei confronti del figlio si trasformò di nuovo in amore.
Ma si sbagliava su parecchi punti. Non fu affatto meglio. All'età di Asher i sentimenti sono molto profondi. E lui non la dimenticò.
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Più passano gli anni, più capisco per quale ragione Tsedraiter Ike ripetesse sempre la sua canzone. «Sono soltanto io, dai paesi di là dal mare, Barnacle il marinaio». Sono soltanto io. Una frase che anche mia madre aveva cominciato a impiegare quando mi telefonava. Soltanto io. Nessuno che sia degno di stima.
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Lei desidera discorrere d'arte con lui. È confusa per ciò che le ha detto sulla caricatura. Mendel le ha detto che l'arte non consiste in una semplice riproduzione di ciò che non appartiene al suo territorio. Che l'artista ricrea sempre l'oggetto della sua visione, e in tal modo fa apparire qualcosa che prima non c'era. Disegnare una caricatura, però, vuol dire riconoscere una dipendenza da qualcosa di precedente all'opera, se non addirittura evocare quel qualcosa, perché solo richiamando l'originale il caricaturista può far sì che gli altri si accorgano della sua esagerazione. In questo senso, il caricaturista è l'artista che meno somiglia a Dio, quello meno originale. Ma poiché egli è per natura un artista satirico, e la principale spinta alla satira è il diniego della realtà, allora è anche quello che maggiormente somiglia a Dio.
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Ho bisogno di credere che continuano a pensare a me. Non pretendo che provino un sentimento di nostalgia, ma che almeno mi considerino unico. Solo in questo modo esisto in quanto uomo. Non nella carne, come una donna, che vive nei figli, nella casa che si è fatta, nei risultati tangibili della sua devozione. No, l'uomo è una creatura più spirituale. L'uomo vive nella percezione affettiva che la donna ha di lui e che si porta dietro. E quando la donna rivela questo omuncolo affettivo all'uomo del quale è un'idealizzazione, quell'uomo riesce a stento a contenere la sua felicità.
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«Ogni uomo uccide le cose che ama» disse, quando sollevai lo sguardo su di lui. «Il vigliacco lo fa con un bacio. L'uomo valoroso con una spada. Ma talvolta anche il vigliacco lo fa con la spada».
Mi augurò la buonanotte e si ritirò un'altra volta.
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I matti ci sanno fare con i bambini, questa era una cosa che avevo già notato in precedenza. Forse i bambini sono della taglia giusta. Forse non si accorgono delle loro stranezze. Non intendo spingermi al punto di affermare che hanno in comune con i pazzi delle doti visionarie. Però sembravano trovarsi a loro agio con lui come lo sarebbero stati con qualunque altro bambino. Al punto che mi ritrovai a chiedermi se per caso Manny non possedesse un talento speciale per fare il padre, un dono che, tragicamente, non aveva mai trovato l'opportunità di esercitare. E dire che doveva confrontarsi con dei termini di paragone insolitamente buoni.
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Fu dura cercare di spiegargli, senza urtare i suoi sentimenti di ebreo onorario, che a un funerale ebraico, come regola generale, non si fa grande sfoggio di fiori, e comunque non li si mette mai sulla bara. I fiori ai funerali erano troppo banali e vistosi. La parola MAMMA composta da rose rosa era impensabile per un ebreo. Quella PAPÀ fatta di gerani rossi altrettanto. La norma era la semplicità. Un'austera semplicità di fronte alla grande democrazia della morte. Se si iniziano a mettere fiori sulla bara, immediatamente il ricco verrà sepolto nello sfarzo e il povero nella miseria.
«È una religione veramente bella» disse Mick. Non era in grado di trattenere le lacrime.
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