“Oggi è il sei maggio. Fra due settimane esatte, il venti, vi telefonerò qui. Sono praticamente certo di poterlo fare in quella data. Vi telefonerò anche il venti giugno, e il venti luglio... il venti di ogni mese finché non avrò trovato ciò che cerco. Le mie telefonate vi faranno capire che sono ancora vivo, che non sono incappato in qualche pericolo inatteso. Finché permarranno queste condizioni, voi dovrete semplicemente custodire la busta in cassaforte e aspettare che io venga a richiederla. Se invece non vi avrò telefonato entro la mezzanotte di ogni ventesimo giorno del mese, saprete che probabilmente sarò nelle condizioni di non farlo mai più. Allora, e solo allora, dovrete aprire la busta, leggere il suo contenuto e procedere nel modo che il vostro buon senso riterrà più opportuno”
Queste le parole che un misterioso visitatore, con una strana barba dai riflessi colorati, pronuncia davanti a Thumm nel suo ufficio di New York, dove l’ex poliziotto gestisce una agenzia di investigazioni private. Inizia una storia bizzarra e misteriosa, con un codice segreto da decifrare, indizi buffi e di difficile interpretazione, persone scomparse, furti misteriosi, un museo, un uomo dal cappello azzurro …
Un po’ debole la parte narrativa, dove il rapporto tra i sessi è visto in un modo che era già stereotipato per il 1933 in cui è stato scritto figuriamoci oggi. Viene ripreso il cliché a me sgradito che era comparso ne La tragedia di Z. In compenso, a differenza di questo romanzo, la parte gialla l’ho trovata valida, con una scelta dell’assassino, del movente e del mezzo sorprendenti e difficili da scoprire (l’ho letto insieme ad Anna ed entrambi, pur avendo compreso parte della dinamica, siamo rimasti spiazzati dal finale), eppure (nei limiti del genere) verosimili.