Cristina Obber
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L'altra parte di me
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published
2014
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2 editions
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Era solo un selfie
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Ci vediamo in chat
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Luna - Era solo un selfie
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L'orco in cameretta
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Amiche e ortiche
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Non lo faccio più
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published
2012
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2 editions
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La ricompensa
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published
2011
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Primi baci
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E io qui, nuda
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“Succede, a volte, di provare una grande attrazione per qualcuno che poco ha a che fare con i nostri valori, le nostre abitudini, le nostre passioni. Che sia chimica, follia, istinto animale poco importa. Ciò che importa è che spesso, invece di dare alle cose il proprio nome, ci si affanna a interpretarle nel modo più indolore possibile, per non mettere in discussione la propria dignità, per tener fede a dogmi e precetti dai quali ci si sta svincolando, senza volerlo ammettere. (…) Si forniscono alibi, giustificazioni, si cercano attinenze che non esistono ma alle quali ci si aggrappa come polpastrelli in una scalata che renderà difficile sgretolare poi la roccia, pena il precipizio.”
― La ricompensa
― La ricompensa
“Con Irene bisognava diluire. In un litro di silenzio le sue pretese si disperdevano lente, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. La rabbia lasciava spazio a nuove apprensioni che stendevano ligie il tappeto della riconciliazione, nell’attesa di un nuovo incontro.”
― La ricompensa
― La ricompensa
“Ogni sera, per riuscire a dormire, Alfredo fantasticava.
Di stendere il cadavere di Irene sul tavolo di una sala operatoria e farla a pezzi meticolosamente e freddamente come in fondo lei aveva fatto a pezzi lui.
O di aspettarla sotto casa, nel vano scale, tra le cantine e l’ascensore, per cingerle al collo la stessa cravatta con la quale avevano giocato spesso, a letto.
Fantasticava, sulla paura nei suoi occhi, su suppliche e disprezzo, sull’espressione contratta che le avrebbe lasciato sul volto.
Fantasticava, e si addormentava sereno.”
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Di stendere il cadavere di Irene sul tavolo di una sala operatoria e farla a pezzi meticolosamente e freddamente come in fondo lei aveva fatto a pezzi lui.
O di aspettarla sotto casa, nel vano scale, tra le cantine e l’ascensore, per cingerle al collo la stessa cravatta con la quale avevano giocato spesso, a letto.
Fantasticava, sulla paura nei suoi occhi, su suppliche e disprezzo, sull’espressione contratta che le avrebbe lasciato sul volto.
Fantasticava, e si addormentava sereno.”
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