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La signora della porta accanto
La signora della porta accanto
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Ferite Garbate
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Yewande Omotoso (other topics)Simone Weil (other topics)


Cari/e biblio-friends,
la recensione dell’ultimo libro letto nel G.L., arriva in zona Cesarini o – dato che i gol risolutivi arrivano sul finale anche nel mondo del calcio femminile - in zona Bonansea!
Lo ricordate vero la sua rete di testa (quasi al 95°) che ha permesso la vittoria della nostra Nazionale sull’Australia nell’ultimo mondiale? Sono sicura di si!
Beh questa volta – con i dovuti ridimensionamenti del paragone- anche le mie note arrivano tardive e vicine al prossimo incontro.
Ottobre, d'altronde ha cambiato le lancette dell’orologio ed è stato per tutti più impegnato del solito. Mese dolce di vendemmia, imprevedibile nel clima, un po’ come marzo. I Romani questi due mesi, in effetti, li assomigliavano, consacrandoli entrambi a Marte, come dio della guerra, allegoria dello scontro con l’inverno, come dio della rinascita allegoria della primavera.
Ottobre, imprevedibile negli eventi, ha soffiato foglie colorate sulle nostre montagne e tramonti infuocati nei cieli, mentre un mondo è sceso in piazza, a Barcellona, a Santiago del Cile, a Beirut, a Hong Kong con le proprie storie e rivendicazioni, guardando preoccupato anche verso le offensive violente alle porte dell’Europa.
E … una domanda con incerte risposte si è fatta sempre più strada: saremo mai in grado di sopire venti di ostilità e disprezzo reciproco, portati avanti dal passato delle nostre Storie? Saremo mai capaci di conoscerci davvero? Ci comporteremo totalmente da essere umani?
Quest’interrogativo se l’è certamente posto anche la scrittrice, architetto e designer, Yewande Omotoso, classe 1980, nata nell’isola Barbados, autrice della “Signora della Porta accanto”, libro proposto al G.L. dalla nostra amica Stefania.
Non vi aspettate, tuttavia, dissertazioni storiche o analisi politiche. La Storia, quella con la S maiuscola, entra in punta di piedi in questo romanzo. Sinuosa, serpeggia accanto alla vicenda narrata, muovendo leggera i fili di pregiudizi e disincanti.
Siamo in Sudafrica, nell’epoca del post-apartheid, in un quartiere residenziale di Città del Capo, con poche abitazioni, popolate da soli bianchi, dove in un giorno del 1994, si trasloca Hortensia. Lei nera, minuta, subito si fa conoscere, col suo carattere irascibile, alla comunità ”pallida” che fa fatica ad accoglierla. Inizieranno litigi tanto forti quanto futili soprattutto con Marion, bianca di origini ebraiche, alta e grossa, di professione architetto e madre di quattro figli.
Diversissime caratterialmente saranno costrette dai casi della vita, vedove e con quasi un piede nella fossa, ad aver bisogno l’una dell’altra. Ciò le condurrà ad una convivenza forzata e dunque a conoscersi meglio.
La trama si sviluppa tra flashback e dialoghi pieni di umorismo ma in questo romanzo, come è stato più volte sottolineato nel nostro incontro, sono i personaggi ad interessare maggiormente. Ci si trova a cercare di comprendere meglio i caratteri delle protagoniste, le loro chiacchiere, le loro sciocchezze, quel tentare di essere fedeli e coerenti con se stesse e l’inevitabile incorrere nel caos della realtà quotidiana.
Di Hortensia, soprannominata “la terribile” da Marion, ammiriamo il coraggio. Di lei che ha studiato in Inghilterra e che è diventata designer di successo, che si è innamorata di Peter in un periodo in cui le coppie miste venivano guardate con sospetto, ma che dal matrimonio riceve piuttosto ferite garbate che reali doni, ci piace quel carattere burbero e scontroso, che le permette di conoscere la meschinità della realtà senza aver bisogno di leggere un giornale.
Di Marion, bianca, figlia di ebrei fuggiti da un Paese baltico, che nell’intimo matura un atteggiamento di razzismo senza rendersene neppure davvero conto, ci colpiscono i tentativi timidi di cercare una complicità alla Thelma & Louise con Horthensia, dopo averla per anni odiata. Proprio lei che anche con i propri figli, ha pessimi rapporti.
Ci colpisce la caparbietà con cui Marion si realizza nel lavoro in un Paese e in un’epoca difficile per le donne. Marion, sempre in bilico fra notare e non notare, fra ricordare e dimenticare, che soffre di vertigini, proprio nelle geometrie esatte e regolate dell’architettura, riesce a trovare il proprio equilibrio.
Marion e Hortensia sono personaggi pieni di luci ed ombre, ricche di contrasti, che riescono a relazionarsi non attraverso le affinità ma tramite e nonostante i propri muri, le diversità, le ostilità, i pregiudizi e i risentimenti. Vi stupiranno e comprenderete pienamente il senso della citazione scelta dalla Omotoso ad incipit del proprio romanzo, di Simone Weil:
Il muro è ciò che li separa ma anche quel che permette loro di comunicare.
Davvero belli i disegni sulla copertina bianca del libro, realizzati da Julia Binfield, che ritraggono le protagoniste del romanzo, sedute insieme su una panchina sotto un albero ma con frasi discordanti inseriti nei baloons.
Consigliandovi questo romanzo, vi saluto invitandovi a leggere e riflettere sulla seguente risposta della Omotoso, sull’importanza dell’ironia nella sua scrittura, in occasione della sua partecipazione al Salone Internazionale del Libro di Torino:
Penso che l’incongruità sia un magnifico meccanismo attraverso il quale investigare gli aspetti della condizione umana, dell’essere vivi e co-esistere con gli altri. (…).La certezza ha una sua importanza ovviamente, vogliamo che il conducente di un autobus conosca molto bene le regole della strada e che il chirurgo conosca alla perfezione l’anatomia del corpo umano. Eppure, ci sono altri momenti dell’esperienza umana dove il dubbio, l’incongruità e l’ironia sono incredibilmente istruttive. Lo sono perché molte certezze si possono perdere, soprattutto in relazione a quello che siamo sicuri di conoscere e alla giustezza delle nostre opinioni e convinzioni. Questo avvia un viaggio di continua scoperta e riscoperta.
Buona vita
Scritto da Arianna Pascetta