In Biblioteca puoi scoprire autori e opere che non conoscevi o di cui avevi sentito parlare ma che ancora non avevi avuto modo di leggere. Ed è per questo che abbiamo deciso di dedicare un angolo alla scoperta di questi "tesori nascosti".
Oggi l'opera e l’autore prescelti sono: “Oleandro bianco" di Janet Fitch.
Astrid Magnussen, 12 anni quando inizia a raccontarci della sua vita (e il racconto arriverà fino ai suoi 18 anni) è affascinata da sua madre Ingrid che fa la scrittrice. È totalmente ammaliata dalla figura materna, così come lo sono gli uomini, che subiscono il suo fascino seducente e pericoloso. Finché non arriva Barry. Barry non è il classico uomo che Ingrid frequenta: non è particolarmente bello e non ha nessun sex appeal. Eppure Ingrid se ne innamora e, quando lui la lascia per un’altra, la donna si vendica uccidendolo con una miscela velenosa di oleandro bianco. A questo punto tutto cambia e il mondo di Astrid ne è sconvolto: fino a quel momento c’erano state solo lei e Ingrid, e ora, per la prima volta, è sola. Inizia a passare da una famiglia affidataria ad un’altra, senza trovare pace, né tranquillità. È così che a 13 anni viene affidata a un’ex-alcolizzata con problemi di tossicodipendenza e la madre, dalla prigione, riallaccia il rapporto con la figlia tramite delle lettere. Astrid desidera solo che la madre la conosca e la apprezzi senza pregiudizi e soprattutto con quell’amore che sembra non riesca a dare neppure a sua figlia: è la storia di una crescita morale sofferta, causata dal distaccamento dalla madre. Un distacco che la porterà a diventare un’adulta autonoma (o quasi). E tutti i trasferimenti di Astrid da una famiglia affidataria ad un’altra confluiscono in un più ampio viaggio metaforico per cercare di spezzare le catene che la tengono strettamente avvinghiata ad una madre-padrona. Una figura materna che si ritiene superiore agli altri, e si comporta di conseguenza. Una donna pericolosa, soprattutto perché la figlia la ritiene perfetta. E diventa il suo modello, attorno a cui plasma la sua vita. Se da un lato la separazione sarà traumatica, alla fine è proprio questa separazione forzata che permetterà ad Astrid di essere una persona “estranea” alla madre, e anche diversa. Perché, per quanto molte delle esperienze affidatarie siano instabili, le consentono di conoscere altro, di vedere oltre il “piccolo mondo” di Ingrid. Ingrid è sociopatica, o meglio ha un disturbo della personalità: non si rende conto o si disinteressa delle ripercussioni delle proprie azioni anche se esse violano la legge o il benessere altrui, né prova colpa o rimorso per i suoi atti. E Ingrid non solo non prova rimpianto, ma in parte ne trae giovamento: uccidere Barry è un sollievo, perché lui l’ha umiliata. È egocentrica: tutto il resto è accessorio, persino la figlia non è nient’altro che una sua emanazione.
Tutto il libro narra di questa dipendenza di Astrid verso Ingrid, di una figlia in cerca di affetto e di una madre soprattutto, ma è anche un romanzo profondo che parla della scoperta della propria identità attraverso le esperienze vissute e le persone incontrate. È consigliato a tutti quelli che amano le storie al femminile e a chi continua, nonostante tutto, a lottare e a credere nella forza delle donne.
Janet Fitch (1955) è nota soprattutto come autrice di questo romanzo, diventato un film nel 2002 diretto da Peter Kosminsky, con Michelle Pfeiffer e Renée Zellweger. Aveva deciso di diventare una storica, attratta dalle potenti narrazioni degli eventi, dalle personalità colossali e dalla potenza e dall'ampiezza dei temi storici. Tuttavia, grazie al soggiorno inglese, per meriti scolastici, presso la Keele University, dove l'ha portata la sua passione per la storia russa, ha preso coscienza di quello che avrebbe realmente voluto fare nella vita: essere una scrittrice.
Oggi l'opera e l’autore prescelti sono: “Oleandro bianco" di Janet Fitch.
Astrid Magnussen, 12 anni quando inizia a raccontarci della sua vita (e il racconto arriverà fino ai suoi 18 anni) è affascinata da sua madre Ingrid che fa la scrittrice. È totalmente ammaliata dalla figura materna, così come lo sono gli uomini, che subiscono il suo fascino seducente e pericoloso. Finché non arriva Barry. Barry non è il classico uomo che Ingrid frequenta: non è particolarmente bello e non ha nessun sex appeal. Eppure Ingrid se ne innamora e, quando lui la lascia per un’altra, la donna si vendica uccidendolo con una miscela velenosa di oleandro bianco. A questo punto tutto cambia e il mondo di Astrid ne è sconvolto: fino a quel momento c’erano state solo lei e Ingrid, e ora, per la prima volta, è sola. Inizia a passare da una famiglia affidataria ad un’altra, senza trovare pace, né tranquillità. È così che a 13 anni viene affidata a un’ex-alcolizzata con problemi di tossicodipendenza e la madre, dalla prigione, riallaccia il rapporto con la figlia tramite delle lettere. Astrid desidera solo che la madre la conosca e la apprezzi senza pregiudizi e soprattutto con quell’amore che sembra non riesca a dare neppure a sua figlia: è la storia di una crescita morale sofferta, causata dal distaccamento dalla madre. Un distacco che la porterà a diventare un’adulta autonoma (o quasi). E tutti i trasferimenti di Astrid da una famiglia affidataria ad un’altra confluiscono in un più ampio viaggio metaforico per cercare di spezzare le catene che la tengono strettamente avvinghiata ad una madre-padrona.
Una figura materna che si ritiene superiore agli altri, e si comporta di conseguenza. Una donna pericolosa, soprattutto perché la figlia la ritiene perfetta. E diventa il suo modello, attorno a cui plasma la sua vita. Se da un lato la separazione sarà traumatica, alla fine è proprio questa separazione forzata che permetterà ad Astrid di essere una persona “estranea” alla madre, e anche diversa. Perché, per quanto molte delle esperienze affidatarie siano instabili, le consentono di conoscere altro, di vedere oltre il “piccolo mondo” di Ingrid. Ingrid è sociopatica, o meglio ha un disturbo della personalità: non si rende conto o si disinteressa delle ripercussioni delle proprie azioni anche se esse violano la legge o il benessere altrui, né prova colpa o rimorso per i suoi atti. E Ingrid non solo non prova rimpianto, ma in parte ne trae giovamento: uccidere Barry è un sollievo, perché lui l’ha umiliata. È egocentrica: tutto il resto è accessorio, persino la figlia non è nient’altro che una sua emanazione.
Tutto il libro narra di questa dipendenza di Astrid verso Ingrid, di una figlia in cerca di affetto e di una madre soprattutto, ma è anche un romanzo profondo che parla della scoperta della propria identità attraverso le esperienze vissute e le persone incontrate. È consigliato a tutti quelli che amano le storie al femminile e a chi continua, nonostante tutto, a lottare e a credere nella forza delle donne.
Janet Fitch (1955) è nota soprattutto come autrice di questo romanzo, diventato un film nel 2002 diretto da Peter Kosminsky, con Michelle Pfeiffer e Renée Zellweger. Aveva deciso di diventare una storica, attratta dalle potenti narrazioni degli eventi, dalle personalità colossali e dalla potenza e dall'ampiezza dei temi storici. Tuttavia, grazie al soggiorno inglese, per meriti scolastici, presso la Keele University, dove l'ha portata la sua passione per la storia russa, ha preso coscienza di quello che avrebbe realmente voluto fare nella vita: essere una scrittrice.
A cura di Valentina Pascetta