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La Sanfelice
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La Sanfelice
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Leggendolo, ho avuto quasi l'impressione di avere fra le mani l'ultima e più grande fatica di Dumas, come se avesse profuso in essa tutto ciò che gli restava del suo grande talento, come se avesse voluto dimostrare al Mondo che anche lui, volendo, avrebbe potuto passare la vita a scrivere romanzi storici à la Hugo, pieni di minuziose ricostruzioni storiche, di denuncia sociale, di lezioni morali, ma semplicemente non volle; a tutto ciò preferì il sano e godereccio divertimento (e per questo gli saremo eternamente grati).
E a parer mio ci è riuscito, La Sanfelice non ha davvero nulla da invidiare ai grandi romanzi storici impegnati, ma se ne condivide tutti i pregi, ne condivide ahimè anche i difetti.
Ho trovato eccessive le dettagliatissime azioni guerresche che si susseguono, per lunghi tratti la Storia sovrasta il racconto romanzato e relega i suoi protagonisti sullo sfondo.
Si sente, e parecchio, l'assenza della mano di Auguste Maquet, abilissimo nell'intrecciare realtà storica e finzione letteraria; non per nulla Fernand Chaffiol-Debillemont sosteneva che Maquet realizzava ciò che Dumas non riusciva a scrivere.
Tuttavia il nostro Alexandre ce la mette tutta per sopperire alle sue mancanze, nel modo a lui più congeniale: copiando spudoratamente interi passi dal Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco e dai saggi sul Regno di Napoli di Giuseppe Giorgiani e di Luigi del Pozzo, arrivando in alcuni punti a copiare persino se stesso; ma chi siamo noi per giudicare? Chi non ha mai copiato un intero passo da un libro per una ricerca scolastica scagli la prima pietra!
E a parer mio ci è riuscito, La Sanfelice non ha davvero nulla da invidiare ai grandi romanzi storici impegnati, ma se ne condivide tutti i pregi, ne condivide ahimè anche i difetti.
Ho trovato eccessive le dettagliatissime azioni guerresche che si susseguono, per lunghi tratti la Storia sovrasta il racconto romanzato e relega i suoi protagonisti sullo sfondo.
Si sente, e parecchio, l'assenza della mano di Auguste Maquet, abilissimo nell'intrecciare realtà storica e finzione letteraria; non per nulla Fernand Chaffiol-Debillemont sosteneva che Maquet realizzava ciò che Dumas non riusciva a scrivere.
Tuttavia il nostro Alexandre ce la mette tutta per sopperire alle sue mancanze, nel modo a lui più congeniale: copiando spudoratamente interi passi dal Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco e dai saggi sul Regno di Napoli di Giuseppe Giorgiani e di Luigi del Pozzo, arrivando in alcuni punti a copiare persino se stesso; ma chi siamo noi per giudicare? Chi non ha mai copiato un intero passo da un libro per una ricerca scolastica scagli la prima pietra!
Qui sull'edizione da scegliere c’è ben poco da discutere, ce n’è una sola, quella Adelphi, d'indubbia qualità.
Non posso che condividere la tua opinione appieno. In particolare sulla fatica a digerire gli infiniti dettagli. Il libro è un capolavoro, ma mi sono gustato molto di più la lettura dei moschettieri. La Sanfelice spesso mi ha fatto passare serate di sbadigli :P
Sav, un'analisi perfetta! Per non dire della bellezza del logo (al pari degli altri), disegnato da Maestro quale sei!E, a proposito di Maestri, qui manca solo un po' di musica per accompagnare le letture...
Raffaello wrote: " Il libro è un capolavoro, ma mi sono gustato molto di più la lettura dei moschettieri."
Concordo, è una lettura appagante, ma fornisce un appagamento di natura diversa rispetto agli altri romanzi di Dumas.
Paulusque wrote: "E, a proposito di Maestri, qui manca solo un po' di musica per accompagnare le letture..."
Qui sarebbe d'uopo un Cimarosa, visto che compare anche lui nel romanzo, ma per la scelta del brano delego chi ne sa più di me…
Concordo, è una lettura appagante, ma fornisce un appagamento di natura diversa rispetto agli altri romanzi di Dumas.
Paulusque wrote: "E, a proposito di Maestri, qui manca solo un po' di musica per accompagnare le letture..."
Qui sarebbe d'uopo un Cimarosa, visto che compare anche lui nel romanzo, ma per la scelta del brano delego chi ne sa più di me…
Eccomi dunque, Lord Paulus, non stavo lucidando i cannoni bensì ero in testa d'albero, e fu così che non udii l'accorata invocazione... ma non allargateVi troppo nel chiamarmi Maestro, ché qui c'è chi in fatto di musica la sa molto più lunga di me...!
Piuttosto, già che sono qui, vedrò di difendere il mio Dumas preferito dalle accuse di lungaggini ed eccesso di dettagli: per me il libro della sfilza infinita di sbadigli (pur riconoscendone la grandezza, ci mancherebbe...) è stato i miserabili, proprio quell'Hugo sopra citato; mentre con La Sanfelice ricordo bene di non avere mai sbadigliato neanche una volta, mai mi è venuto l'istinto di sfogliare in avanti per vedere "...sì, vabbé, ma questo spiegone dove finisce?".Certo è che la mole è impegnativa, il contesto storico assolutamente rilevante e permea il racconto in tutto e per tutto, quindi la decisione di intraprendere questa lettura va presa un poco meno alla leggera di quanto si potrebbe fare con altri romanzi...
@Malacorda,
Beh è pur sempre un Dumas! Per quanto possa sforzarsi, non farà mai sbadigliare quanto un Hugo, è fisiologicamente impossibile! ;-P
Beh è pur sempre un Dumas! Per quanto possa sforzarsi, non farà mai sbadigliare quanto un Hugo, è fisiologicamente impossibile! ;-P
Ho finito il primo tomo della Sanfelice. Mi mancano solo mille pagine alla fine! Questa edizione Adelphi, per fortuna, salva le diottrìe, nonostante la mole.
Paulusque wrote: "Ho finito il primo tomo della Sanfelice. Mi mancano solo mille pagine alla fine!"
(view spoiler)
Lo so, dopo aver aperto lo spoiler il gruppo si spopolerà, ma non ho saputo trattenermi😔
Sei nel bel mezzo della storia allora, di fronte al precipitare degli eventi! Me la ricordo come molto avvincente, quella parte lì.
Specialmente la "gita in barca" della famiglia reale.["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>
(view spoiler)
Lo so, dopo aver aperto lo spoiler il gruppo si spopolerà, ma non ho saputo trattenermi😔
Sei nel bel mezzo della storia allora, di fronte al precipitare degli eventi! Me la ricordo come molto avvincente, quella parte lì.
Specialmente la "gita in barca" della famiglia reale.["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>["br"]>
Ecco, mi hai fatto di nuovo ribaltare dalla poltrona!Sono proprio in quel punto. Una fase concitata e appassionante.
Eh ma via, dicci qualcosa di più su questo tuo pasto luculliano protrattosi per anni… hai gradito tutte le portate o il pesce di fra' Pacifico ti è risultato indigesto?
Ho gradito molto, Sav! Mi ha ricordato Guerra e Pace, per la lettura. Le parti guerresche e affollate di personaggi volano più veloci e con meno attenzione. Le parti introspettive e relative alla love story catturano di più il lettore. Ferdinando il mattatore è uno spettacolo! Mi è piaciuta molto la figura di Ruffo, retto e fedele alla missione.Non ti cito neanche gli echi delle Confessioni di Nievo che ben conosci e ami più di me.
Un'ultima nota: Dumas conosceva benissimo la geografia napoletana, strada per strada.
Gran bel paragone, ora mi hai fatto venire voglia di leggere Guerra e Pace!
I ritratti storici di Ferdinando e del cardinal Ruffo sono eccezionali, concordo, fra i migliori usciti dalla penna di Dumas. Ricordo di aver apprezzato molto anche Nelson e Championnet.
Pensa che invece a me era sfuggito il paragone con Nievo, ma ora che mi ci fai pensare è vero, c’è la stessa speranza nell'avvenire nei confronti della rivoluzione e la stessa atmosfera da fine del mondo di fronte al suo fallimento. E poi se non ricordo male anche Carlino finiva a Napoli in quei concitati giorni.
Napoli che Dumas conosceva davvero a menadito, come saprai il romanzo ha preso forma durante il suo lungo soggiorno partenopeo, non solo ti fa rivivere il golfo di Napoli davanti agli occhi, ma in queste pagine trasmette anche tutto il suo grande amore (direi quasi ammirazione) per quella città e i suoi abitanti.
I ritratti storici di Ferdinando e del cardinal Ruffo sono eccezionali, concordo, fra i migliori usciti dalla penna di Dumas. Ricordo di aver apprezzato molto anche Nelson e Championnet.
Pensa che invece a me era sfuggito il paragone con Nievo, ma ora che mi ci fai pensare è vero, c’è la stessa speranza nell'avvenire nei confronti della rivoluzione e la stessa atmosfera da fine del mondo di fronte al suo fallimento. E poi se non ricordo male anche Carlino finiva a Napoli in quei concitati giorni.
Napoli che Dumas conosceva davvero a menadito, come saprai il romanzo ha preso forma durante il suo lungo soggiorno partenopeo, non solo ti fa rivivere il golfo di Napoli davanti agli occhi, ma in queste pagine trasmette anche tutto il suo grande amore (direi quasi ammirazione) per quella città e i suoi abitanti.
Ora fai anche tu parte dell’esclusiva Confraternita dei Sanfelici, ristrettissima cerchia di grandi amatori dumasiani. Presto riceverai per posta la decorazione-patacca a forma di sfogliatella da appuntare al petto per farne sfoggio nelle grandi occasioni di gala. ;-p
Guerra e Pace te lo raccomando senza meno! E' splendido! E come non far cenno alla comparsa di Lucca nell'incipit?Anche Nelson e Championnet meravigliose figure, vero.
Carlino era lì e anche sull'Adriatico con Carafa (che stava con la Pisana).
Sapevo del suo soggiorno napoletano e mi ha fatto venir voglia di tornarci (adoro Napoli!). Ho cercato molti luoghi: in particolare il convento di San Martino con la sua vista strepitosa sul Golfo.
Grazie per la decorazione: ne farò buon uso, Sav!
ma Dumas non ha fatto il ministro della cultura a Napoli? amore appassionato ma non del tutto ricambiato se non ricordo male
Sì, fu direttore del museo archeologico. Ne parla anche nel romanzo, quando fa riferimento al curioso episodio della statua commissionata da Ferdinando a Canova.
Nominato da Garibaldi in persona!
Poi lasciò l'incarico dopo tre anni, come lui stesso racconta nel romanzo se non erro, perché come straniero era inviso agli italiani, sentimento ancor oggi sentitissimo quando si assegna a uno straniero la direzione di un museo dopo regolare concorso; la qual cosa la dice lunga sulla nostra indole. Diciamo che se 160 anni fa quei malumori erano almeno comprensibili, con una nazione appena nata e un pezzo d'Italia ancora sotto il giogo dello Straniero opressor, oggi sono solo sintomo di provincialismo e xenofobia, due discipline in cui il nostro popolo è campione indiscusso!
Poi lasciò l'incarico dopo tre anni, come lui stesso racconta nel romanzo se non erro, perché come straniero era inviso agli italiani, sentimento ancor oggi sentitissimo quando si assegna a uno straniero la direzione di un museo dopo regolare concorso; la qual cosa la dice lunga sulla nostra indole. Diciamo che se 160 anni fa quei malumori erano almeno comprensibili, con una nazione appena nata e un pezzo d'Italia ancora sotto il giogo dello Straniero opressor, oggi sono solo sintomo di provincialismo e xenofobia, due discipline in cui il nostro popolo è campione indiscusso!



❝ Le rivoluzioni sono come Saturno: -ha detto Vergniaud- divorano i propri figli ❞
L'ultimo del grandi romanzi storici di Dumas, scritto fra il 1863 e il 1865 in seguito al suo viaggio a Napoli durante l'impresa dei Mille, per struttura rappresenta quasi un’anomalia all'interno del corpus dumasiano. Le prime trecento pagine sono solo di presentazione dei personaggi, poi la trama finalmente inizia pian piano a dipanarsi fino a regalarci un maestoso affresco storico della fugace storia della Repubblica Partenopea, messa in scena anche col secondo fine di ritrarre degnamente sia i più nobili e gloriosi ideali della Rivoluzione, prima che Napoleone la divorasse, sia i suoi più biechi errori; ma Dumas non si ferma qui: vi sono descrizioni paesistiche così pittoriche che al lettore sembrerà di camminare per le vie di Napoli o fra le rovine di Pæstum; saggi sull'indole partenopea che spaziano da San Gennaro al brigantaggio; e da ultima, ma non meno coinvolgente, la triste storia della prigionia del padre, il generale Dumas, e dei numerosi tentativi di avvelenamento che subì nelle carceri borboniche.