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La peste
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Graziano Fusilli | 279 comments Mod
Cosa rende un libro un classico?
C’è una sorta di criterio, di formula per considerare un romanzo tale?
In questi anni nel nostro GdL "Chiave di Lettura" ce lo siamo chiesti tante volte.
Abbiamo trovato certamente convincenti le motivazioni di Italo Calvino nel suo saggio “Perché leggere i classici”, che spesso abbiamo citato in altri resoconti.

Fra tutte ricordo le seguenti:
- I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»;
- Dʹun classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima;
- Dʹun classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura;
- Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Qualcuno potrebbe obiettare che il Canone non sia affatto un oggetto di natura ma un prodotto di cultura, cioè che sia frutto di scelte fatte per i più svariati motivi. Sarà poi che è la storia a fare il giudizio.

Certo l’ultimo libro scelto da commentare nel nostro gruppo lettura “La peste” di Albert Camus, pubblicato per la prima volta nel 1947, ha avuto e ha una grande risonanza in letteratura, nel pensiero e nella cultura generale.

Negli ultimi tempi inoltre, per le vicissitudini dovute alla pandemia, è stato un testo che ha avuto una vera e propria impennata delle vendite sia in Italia che all'estero.

Con "La peste", lo ricordiamo, Camus vinse il Premio Nobel con la seguente motivazione:

Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo una dimensione estesa a livello mondiale.

Vi invito prima di leggere i suoi testi a dare uno sguardo alla sua biografia e a vedere come egli risolva i numerosi inciampi della sua esistenza. Albert Camus nasce il 7 novembre 1913 a Mondovi, in Algeria, ai tempi colonia francese. Figlio di immigrati francesi, perde il padre durante la Prima Guerra Mondiale. Madre e figlio si trasferiscono quindi ad Algeri, nel quartiere popolare di Belcourt. Iniziato al piacere della lettura dallo zio, Camus mostra da subito una vivace intelligenza, ed è incoraggiato a proseguire gli studi dal suo insegnante di filosofia, Jean Grenier. Approda così alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Algeri ma, colpito da tubercolosi, è costretto a ridimensionare gli impegni di studio. Inoltre, la malattia gli preclude una carriera da insegnante, non potendo superare gli esami medici necessari all'abilitazione.
In tutte le sue opere, sia articoli che romanzi si avverte la nostalgia dell’infanzia. Si avverte il suo coraggio, le sue scelte non convenzionali, le riflessioni che acquisiscono una valenza universale capace di superare i meri confini della contingenza storica, riuscendo a descrivere la condizione umana. Tutti i suoi lavori sono tesi allo studio dei turbamenti dell'animo umano di fronte all'esistenza, in balia di quell'assurdo definito come «divorzio tra l'uomo e la sua vita». L'unico scopo del vivere e dell'agire, per Camus, sta dunque nel combattere, le ingiustizie: «Se la Natura condanna a morte l'uomo, che almeno l'uomo non lo faccia», usava dire.

L’opera che abbiamo letto questo mese racconta la peste di Orano, in Algeria, negli anni Quaranta, quando il Paese è ancora sotto la dominazione francese. La pestilenza che scoppia nella città algerina assume il significato simbolico del male che si sviluppa nel mondo. Il protagonista è un medico, il dottor Rieux che assiste a un’improvvisa moria di ratti in città. Poi iniziano ad ammalarsi le persone, tutte con gli stessi sintomi incurabili, Rieux capisce che si tratta di peste bubbonica. La gente non vuole crederci. Poco dopo, l’epidemia esplode e la città d’Orano viene chiusa e isolata. Il dottor Rieux s’impegna con tutte le sue forze ad aiutare i malati e a contrastare il morbo, aiutato da Jean Tarrou, ex studente di giurisprudenza incapace di sopportare il cinismo della professione forense, dedito ora ai viaggi e alla scrittura. Intorno a loro, altri personaggi che vivono in modo diverso questa situazione: chi la nega, chi crede sia una punizione divina, chi cerca di scappare, chi si rifugia nell'alcool, chi lucra sulla tragedia. La peste non fa che peggiorare e mietere morti per mesi, finché, verso la fine dell’anno, viene testata una nuova cura, che sembra funzionare, e il morbo inizia a perdere virulenza. Tarrou viene contagiato e muore, e così anche la moglie di Rieux, appena prima che l’epidemia si spenga e la città venga riaperta. La peste finirà con il placarsi, ma, come dice il dottore, occorre restare vigili perché il bacillo della malattia non scompare mai e potrebbe comparire in un’altra città felice.

Facile, riguardando il romanzo di Camus, sentirlo sulla propria pelle. Personalmente avevo letto “La peste” da ragazza. Leggendolo dopo la pandemia, lo si assapora con maggior consapevolezza e anche con maggior senso claustrofobico. Facile anche prendere a prestito le parole di Camus per non dimenticare la lontananza delle persone care, di coppie separate da vincoli burocratici, di cari che da soli hanno affrontato la malattia in ospedale, di medici ed infermieri che si sono isolati. Facile ricordare la privazione della libertà, della paura della morte e dell'impotenza umana di fronte alle catastrofi naturali. Camus, lo ricordiamo, aveva messo in scena la peste come metafora del nazionalsocialismo appena sconfitto, ma anche in quanto emblema d’ogni tipo di male che in ogni epoca storica è in grado di minacciare l'umanità. Tutti, di là dalle personali credenze e speranze, condividono la stessa condizione di vita terrena. Tragica a volte. Nessuno può salvarsi da solo. La solidarietà è un valore fondante!

Voglio salutarvi aggrappandomi ad un’altra citazione di Camus:
«Ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare»;
e ad una di Bertold Brecht (che non so perchè ma durante la lettura mi ritornava in mente):
«Come si alzerebbe l’uomo al mattino
senza l’oblio della notte che cancella le tracce?
Chi è stato sbattuto a terra sei volte
come potrebbe risollevarsi la settima
per rivoltare il suolo pietroso,
per rischiare il volo nel cielo?
La fragilità della memoria
dà forza agli uomini».

Ricordare e dimenticare per andare avanti. Strategia dell’Uomo che deve cercare di guardare l’altro sempre come un fratello.
Lascio a voi lettori altre possibili considerazioni.


Buona vita
Arianna Pascetta


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