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April 4, 2026

Donald Trump guidato da ego, soldi e vendetta. Così la sua America scivola nel caos

Il Tycoon nelle crisi concentra potere, esige fedeltà e licenzia chi non si piega. L’esito è un governo instabile

Il mio articolo su La Stampa

Donald Trump è disperato. La sua presidenza è in crisi.

Ha iniziato la guerra contro l’Iran senza una strategia e oggi non sa come uscirne. Lo Stretto di Hormuz è nel caos. Il prezzo del petrolio sale. L’economia mondiale rischia di scivolare in recessione, ma questa volta accompagnata dall’inflazione: cioè dalla stagflazione, il peggiore degli scenari.

Benjamin Netanyahu continua a eliminare gli stessi funzionari iraniani con cui JD Vance dovrebbe negoziare. L’Europa, finalmente, comincia a opporsi a Trump. In patria, il consenso del presidente è in caduta libera. I Democratici sembrano sempre più vicini a riconquistare il Congresso a novembre. E lo scandalo Epstein non scompare.

La disperazione di Trump si è vista con chiarezza questa settimana nella cacciata della procuratrice generale degli Stati Uniti — l’equivalente del nostro ministro della Giustizia — la servile Pam Bondi.

Bondi è stata silurata per due ragioni.

La prima è semplice: agli occhi di Trump, non era abbastanza aggressiva nel colpire i suoi nemici. Il presidente non voleva una garante dello Stato di diritto, ma un esecutore politico. Qualcuno disposto a trasformare il Dipartimento di Giustizia in uno strumento di vendetta personale. Trump non ha mai nascosto il desiderio di indagare, perseguire, umiliare e, se possibile, distruggere i suoi avversari politici, da Barack Obama a Joe Biden, fino ai procuratori federali e agli agenti dell’Fbi coinvolti nelle indagini che hanno portato alla sua condanna per 34 capi d’accusa.

Bondi ha provato ad accontentarlo. Ma non è bastato. Ha epurato i funzionari migliori del Dipartimento di Giustizia e si è circondata di giovani fedelissimi Maga, spesso inesperti, ideologizzati e giuridicamente deboli, incapaci di produrre incriminazioni credibili o di costruire i processi-spettacolo che Trump pretendeva.

La seconda ragione è ancora più grave, e più rivelatrice.

Pam Bondi sembra aver gestito male quella che Trump considerava un’operazione di contenimento politico: lo scandalo Epstein. Il problema, per il presidente, non era lo scandalo in sé, ma il fatto che non fosse stato insabbiato meglio. Questo è il punto decisivo. Nell’America di Trump, il fallimento non si misura sul rispetto della legge o delle istituzioni, ma sull’incapacità di proteggere il presidente.

La caduta di Bondi conta non solo per ciò che dice di lei, ma per ciò che rivela di lui. Lo stesso istinto che porta Trump a pretendere fedeltà personale dal suo ministro della Giustizia ha segnato anche il suo rapporto con le forze armate.

Non a caso, l’ex capo degli Stati maggiori riuniti, Mark Milley, aveva lanciato un avvertimento senza precedenti: «Non giuriamo fedeltà a un re, né a un tiranno o a un dittatore. E non giuriamo fedeltà a un aspirante dittatore». Non era una lezione di educazione civica. Era un monito.

Trump ha sempre avuto la tendenza a personalizzare il potere, a trattare le istituzioni non come organismi autonomi dello Stato, ma come strumenti della propria volontà. Il suo ex capo di gabinetto, il generale dei Marines a quattro stelle John Kelly, lo ha detto in modo ancora più netto: Trump «preferisce un approccio dittatoriale al governo» e rientra nella «definizione generale di fascista».

Una volta compresa questa logica, la domanda diventa inevitabile: chi sarà il prossimo?

Con l’aumentare della pressione, Trump reagisce come un animale ferito: colpisce, scarica la colpa sugli altri, inventa nuove follie e prepara nuovi licenziamenti. È il suo metodo di governo.

Il nome oggi più esposto è quello di Kash Patel, il discusso direttore dell’Fbi in salsa MAGA. Secondo Reuters, sono in corso discussioni anche su possibili uscite del segretario dell’Esercito Daniel Driscoll e della ministra del Lavoro Lori Chavez-DeRemer.

Anche Tulsi Gabbard, la controversa responsabile delle 17 agenzie di intelligence, inclusa la Cia, appare vulnerabile. Trump ha detto pubblicamente che è «più morbida» di lui sull’Iran, una posizione pericolosa in questa Casa Bianca. La filorussa Gabbard occupa da tempo un posto ambiguo nella politica americana, spesso indulgente verso narrative favorevoli a Mosca, alla Siria di Assad o all’Iran.

Ma il punto più delicato resta il Pentagono.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ex volto di Fox News, ha affrontato la guerra con una miscela di zelo ideologico e incompetenza. Sotto la sua guida, il Pentagono è diventato il teatro di epurazioni improvvise ai vertici. Questa settimana ha rimosso il capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Randy George, insieme al generale David Hodne e al generale William Green, responsabile del corpo dei cappellani. Il Pentagono non ha fornito alcuna spiegazione.

Il momento della decisione è significativo. Migliaia di soldati americani, inclusi i reparti della 82ª divisione aviotrasportata, stanno affluendo in Medio Oriente, mentre altri militari vengono schierati per rafforzare i sistemi di difesa aerea. L’amministrazione rifiuta di chiarire se le truppe di terra americane possano essere trascinate in un conflitto più ampio con l’Iran. In altre parole, il massimo responsabile dell’Esercito è stato rimosso non in tempo di pace, ma nel pieno di un’escalation militare ancora dai contorni incerti.

Perché George è stato licenziato? Non esiste una risposta ufficiale. Ma una possibilità non può essere esclusa: che siano emerse tensioni tra il potere politico e i vertici militari su opzioni considerate troppo rischiose, potenzialmente illegali o strategicamente disastrose. Prima dell’attacco, Trump era stato informato dai vertici militari, incluso il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori, che si trattava di un’operazione «ad alto rischio», con la concreta possibilità di gravi perdite americane.

Nei giorni scorsi, Trump ha inoltre minacciato attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane. Richard Haass, ex presidente del Council on Foreign Relations, ha osservato che una simile scelta «sarebbe probabilmente un crimine di guerra». Non sappiamo se George abbia sollevato obiezioni. Ma la possibilità che siano emerse resistenze nella catena di comando non può essere liquidata.

Ed è qui che il metodo Trump diventa davvero pericoloso.

Non affronta le crisi costruendo consenso o rafforzando le istituzioni. Reagisce concentrando il potere, esigendo fedeltà e licenziando chi non si piega. Il risultato è un governo instabile, pervaso dalla paranoia e sempre più segnato dall’incompetenza.

In ultima analisi, il presidente degli Stati Uniti è guidato da tre forze: ego, denaro e vendetta.

E queste non sono le qualità necessarie in un momento di crisi geopolitica.

Le figure esperte che un tempo fungevano da argine non ci sono più. Resta una presidenza sempre più dominata dall’impulso e dall’ira.

Alla Casa Bianca, l’instabilità non è più una conseguenza.

È diventata il sistema.

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Published on April 04, 2026 03:43

March 31, 2026

L’America in piazza, test di democrazia

C’è una buona notizia e una cattiva notizia dopo l’ultima ondata di proteste “No Kings” negli Stati Uniti. 

Il mio articolo su LaStampa

La buona notizia è che milioni di americani sono arrabbiati. Abbastanza arrabbiati da uscire di casa, scendere in piazza e dire ad alta voce quello che troppi politici repubblicani, banchieri di Wall Street e grandi dirigenti d’impresa continuano a sussurrare solo in privato: Donald Trump non sta semplicemente governando male. Sta facendo danni veri. I suoi dazi hanno colpito l’economia americana. La sua guerra in Iran è un’improvvisazione pericolosa, gestita da una squadra mediocre. E il presidente stesso appare sempre più spesso impulsivo e vendicativo, quasi compiaciuto del caos che produce. Insomma, la buona notizia è che in America ci sono ancora milioni di cittadini indignati. La cattiva notizia è che non sono abbastanza.

Il numero più importante di sabato non è quello degli 8 milioni di persone, secondo le stime, scese in piazza in oltre 3.000 città di tutti i cinquanta Stati contro Trump. Il numero più importante, in una nazione di 340 milioni di abitanti dove l’astensione è ormai una forma di passività politica strutturale, sono gli americani che non ci sono andati. Nel 2024 circa 75 milioni di americani hanno votato per Kamala Harris. E di questi appena l’11% è sceso in piazza.

Sì, le proteste sono state imponenti. Sì, diffuse. Ma se gli americani avessero davvero capito fino in fondo il pericolo che Trump rappresenta per i loro risparmi, il loro lavoro, i loro figli e il loro futuro, le piazze degli Stati Uniti non avrebbero visto 8 milioni di persone. Ne avrebbero viste 20 milioni. Forse 30. Questa è la vera storia dell’America del 2026. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos di pochi giorni fa mostra che soltanto il 36% degli americani continua ad approvare Trump. Dall’inizio della guerra contro l’Iran, il 28 febbraio, Trump è sceso di quattro punti percentuali. Ma il fatto che più di un terzo dell’elettorato sia ancora con lui significa che almeno cinquanta milioni di elettori continuano ad approvare quello che sta facendo. E questo dovrebbe inquietarci più di quanto le piazze ci rassicurino. La vera tragedia americana di Trump non è soltanto il fatto che il 36% continui a sostenerlo. È che molti altri, pur non amandolo, continuano a comportarsi come se fosse soltanto un presidente un po’ volgare e talvolta sopra le righe. Non hanno ancora capito che Trump è qualcosa di più pericoloso: una minaccia strutturale alla democrazia americana, alla stabilità economica e al ruolo internazionale degli Stati Uniti. Ecco perché “No Kings” conta. Non è stata soltanto una protesta contro Trump. È stata, in fondo, un test di lucidità democratica. E, a mio avviso, troppi americani non l’hanno superato.

Per chi è sceso in piazza contavano molte cose insieme: la deriva autoritaria di Trump, l’assedio alle norme e alle prassi della democrazia americana, le deportazioni, l’uso politico dell’immigrazione e il ricorso ad apparati federali come l’Ice, che molti americani cominciano a percepire non più come strumenti di legalità, ma come strumenti di intimidazione. Non a caso, uno dei punti simbolicamente più forti della protesta è stato il Minnesota, dove la morte di due cittadini americani in distinti interventi federali ha aperto una domanda cupa, quasi da anni Trenta: gli americani devono cominciare ad avere paura del proprio governo? Anche la guerra in Iran ha cambiato il clima politico. Sembra aver rimesso in movimento soprattutto gli elettori più giovani, compresi alcuni giovani uomini che si erano avvicinati a Trump e che ora stanno scoprendo, forse un po’ tardi, che la politica della spacconeria in America di solito si paga a spese di altri: i figli degli altri, le tasse degli altri e prezzi della benzina più alti per tutti.

E qui arriviamo all’altra metà della storia: il costo della vita. Gli americani magari non leggono trattati di diritto costituzionale. Ma capiscono benissimo il prezzo della benzina, della spesa e dell’affitto. E qui i numeri sono devastanti. Solo il 25% approva la gestione del costo della vita da parte di Trump. Solo il 29% approva la sua gestione dell’economia. Sono numeri rovinosi per qualsiasi presidente. Trump sta facendo agli Stati Uniti quello che fece ai suoi sei casinò. Quando gli americani dicono “No Kings”, non stanno soltanto difendendo la Costituzione. Stanno difendendo anche il contenuto del proprio portafoglio. È anche per questo, per il prezzo della benzina e per il costo della spesa, che la guerra in Iran è diventata così rapidamente tossica sul piano politico, fino a dividere perfino il mondo Maga.

Eppure, una delle regole più antiche della politica americana è che una guerra, almeno all’inizio, tende a compattare il Paese attorno al presidente. Trump è riuscito nell’impresa opposta. La guerra non ha unito il Paese attorno a lui. Lo ha isolato ancora di più. Una chiara maggioranza di americani oggi disapprova i suoi attacchi contro l’Iran. Non siamo davanti a George W. Bush dopo l’11 settembre. Siamo davanti a Donald Trump dopo aver sfinito il Paese per quattordici mesi. Gli americani non si stanno stringendo attorno a lui. Se ne stanno allontanando.

Se la rabbia di oggi terrà, i repubblicani rischiano seriamente di perdere la Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026. Il Senato è una partita più difficile per i democratici, perché la mappa elettorale resta sfavorevole. Ma non è più impensabile neppure quello. Trump forse continuerà a tenere gran parte del Partito repubblicano in pugno. Ma sta cominciando a perdere il Paese. È lo stesso Paese che lo ha eletto due volte e che, troppo a lungo, ha finto di considerarlo normale. Esiste perfino la possibilità di un’ondata elettorale travolgente contro Trump a novembre. E se i democratici dovessero davvero riprendersi la Camera, le conseguenze sarebbero immediate. Tornerebbero le inchieste. E nella primavera o nell’estate del 2027, un procedimento di impeachment diventerebbe altamente probabile. La Camera potrebbe votarlo a maggioranza semplice. Ma la rimozione dall’incarico è un’altra storia. Per quella servirebbero 67 voti su 100 al Senato. Una soglia molto difficile da raggiungere anche in uno scenario favorevole ai democratici. Ed è questo, alla fine, il significato più cupo di “No Kings”.

Quelle marce non sono state soltanto una protesta contro un uomo. Sono state uno specchio puntato contro una nazione. E quello specchio ha mostrato una resistenza crescente, ma anche una gigantesca dose di compiacenza. Sì, otto milioni di americani sono scesi in piazza. Ma il vero scandalo di sabato non è quanti siano usciti. È quanti siano rimasti a casa.

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Published on March 31, 2026 01:23

March 27, 2026

March 18, 2026

Trump perde la leadership mentre Xi conquista il mondo. E la Russia passa all’incasso

Gli alleati storici iniziano a chiedersi se non sia Pechino a offrire più stabilità

Il mio articolo su La Stampa

Donald Trump è entrato in guerra con l’Iran e, nel giro di pochi giorni, ha perso qualcosa di ancora più decisivo delle vite americane: il controllo della narrazione globale.

Il principale beneficiario di questa guerra illegale e strategicamente confusa è la Cina. Subito dopo, la Russia.

Il vertice accuratamente coreografato a Pechino con Xi Jinping, previsto per fine marzo, è stato rinviato dalla Casa Bianca. Trump deve restare a Washington a gestire la sua guerra. In realtà, è il conflitto ad aver già preso il sopravvento su di lui. Così sparisce un momento pensato per proiettare forza, stabilità e visione strategica. E, con esso, si dissolve anche l’immagine che Washington intendeva accreditare.

Solo pochi giorni prima, il presidente americano aveva invitato pubblicamente la Cina, insieme a Giappone, Corea del Sud e agli alleati europei, a inviare navi militari per riaprire lo Stretto di Hormuz. Un appello arrivato dopo che era emerso come Trump e il suo ristretto “dream team” composto da Hegseth, Witkoff e Kushner non avessero previsto cosa fare nel caso di una chiusura dello Stretto da parte dell’Iran.

In sostanza, Trump chiedeva a Pechino e all’Europa di farsi carico del caos che lui stesso aveva innescato.

L’Europa ha risposto no. Senza ambiguità. E Trump, sorprendentemente, sembra cadere dalle nuvole.

Dopo quattordici mesi di guerra commerciale contro l’Europa, dopo aver messo in discussione l’articolo 5 della Nato, insultato i leader europei, minacciato la Groenlandia e il Canada, tagliato il sostegno all’Ucraina e, di fatto, allineato le sue posizioni a quelle di Vladimir Putin, il presidente americano si stupisce che a Bruxelles, Parigi, Berlino e Roma la risposta sia stata semplice: «Questa non è la nostra guerra».

Pechino, invece, non ha nemmeno sentito il bisogno di rispondere. Ha fatto qualcosa di molto più significativo: ha aspettato in silenzio.

Xi Jinping non reagisce d’impulso. Appartiene a una tradizione confuciana: osserva, valuta, attende. E nel XXI secolo, spesso vince chi sa aspettare più a lungo. Xi può permettersi di lasciare che Trump si impigli da solo nelle proprie contraddizioni.

È questa la vera storia che si sta consumando dietro le prime pagine: non solo una nuova e pericolosa guerra di scelta in Medio Oriente, ma un trasferimento di soft power che avviene in tempo reale. Trump non sta semplicemente indebolendo la leadership americana: la sta cedendo, pezzo dopo pezzo, a Pechino.

L’ironia è quasi brutale nella sua evidenza. Mentre Trump asfalta l’ordine internazionale liberale costruito dagli Stati Uniti negli ultimi 75 anni, la Cina – pur restando una dittatura brutale – si propone come garante di stabilità e prevedibilità globale.

Lo schema non è nuovo. L’anno scorso, durante la guerra commerciale di Trump, quando la Cina lasciò intendere di poter usare le terre rare come arma, fu Trump a cedere per primo. Pechino non alzò la voce, non improvvisò: aspettò. E vinse. In silenzio.

Oggi lo stesso copione si ripete su una scala più ampia e più pericolosa. La Cina continua a garantirsi flussi energetici dall’Iran attraverso Hormuz quasi senza interruzioni. La Russia, alleggerita dalla pressione delle sanzioni energetiche americane, incassa più che mai, alimentando anche il proprio sforzo bellico in Ucraina. Trump continua intanto a intensificare le pressioni su Zelensky. E minaccia il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato.

Intanto, nel Golfo e ben oltre, si insinua un dubbio profondo: diversi alleati storici degli Stati Uniti iniziano a chiedersi se una relazione più stretta con la Cina non offra maggiore stabilità e prevedibilità rispetto a un’America diventata imprevedibile, aggressiva e incoerente.

È così che cambia il potere nel mondo contemporaneo: non con dichiarazioni clamorose, ma con dubbi che si insinuano. Non con annunci solenni, ma con l’erosione della fiducia. Il risultato è un disordine globale in cui l’impero americano, nonostante gli atti neo-imperialistici di Trump, non si espande, ma ne accelera il declino.

La credibilità degli Stati Uniti oggi appare profondamente erosa.

Negli Stati Uniti, le conseguenze si misurano con un linguaggio molto più diretto. La base elettorale Maga di Trump può anche non seguire le dinamiche dei colli di bottiglia marittimi o della competizione tra grandi potenze. Ma capisce due cose: le bare e il prezzo della benzina.

Trump aveva promesso nessuna nuova guerra e energia a basso costo. Ha consegnato invece un conflitto aperto, senza una chiara strategia d’uscita, e un aumento dei prezzi energetici che colpisce direttamente i suoi stessi elettori.

Il paradosso è ormai evidente. Nel tentativo di mostrare forza, Trump rivela la sua debolezza. Rifiutando le alleanze, ha approfondito l’isolamento. Cercando di dominare il sistema globale, ne accelera la trasformazione, a vantaggio della Cina.

Nel frattempo, Pechino si muove con la calma di chi sa che il tempo è dalla propria parte. Quando Trump ha ventilato il rinvio del vertice, la risposta cinese è stata composta, quasi paterna: la diplomazia di un adulto che gestisce un bambino indisciplinato.

Xi Jinping sorride. È fortunato: Trump fa tutto da solo.

E Xi, a differenza di Washington oggi, ha chiaro un principio fondamentale della geopolitica: il vantaggio decisivo non appartiene quasi mai a chi parla più forte o si muove più in fretta, ma a chi riesce a modellare il contesto mentre gli altri si affannano a inseguirlo.

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Published on March 18, 2026 00:05

March 12, 2026

March 11, 2026

Trump e Netanyahu sono in un vicolo cieco, rischi enormi per l’economia globale

Washington scopre che il prezzo politico e finanziario potrebbe essere altissimo

Il mio articolo su LaStampa

La guerra contro l’Iran voluta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu rischia di diventare uno degli errori strategici più costosi degli ultimi decenni.
Ci sono guerre che nascono da una strategia. E poi ci sono guerre che nascono da un errore di calcolo. Il conflitto contro l’Iran lanciato da Donald Trump insieme a Benjamin Netanyahu rischia di appartenere alla seconda categoria: una guerra iniziata con obiettivi mutevoli e che ora espone l’economia mondiale a uno shock potenzialmente devastante.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla campagna militare contro Teheran, la narrativa della Casa Bianca è cambiata più volte. Prima la minaccia imminente. Poi il programma nucleare. Poi la distruzione delle capacità militari iraniane. Poi il regime change.
In pochi giorni la giustificazione politica della guerra è diventata una sequenza di obiettivi che si spostavano continuamente, alimentando l’impressione di una strategia improvvisata più che di un piano coerente.

Dodici giorni dopo, lo stesso presidente americano sembra già preparare la ritirata politica. Trump ha dichiarato mercoledì che la guerra potrebbe finire presto perché non c’è «praticamente nulla che resti da colpire». E con la consueta sicurezza ha aggiunto: «Quando io voglio che finisca, finirà».
Il problema è che queste parole rivelano la debolezza centrale della guerra: non è mai stata accompagnata da una strategia chiara sugli obiettivi o su come finirla.

Già prima degli attacchi c’erano stati avvertimenti a Trump dal suo stesso entourage. Il capo degli stati maggiori congiunti, il generale Dan Caine, aveva messo in guardia Trump sui rischi di escalation e sulle conseguenze imprevedibili di un conflitto diretto con l’Iran.

Intanto cresce il nervosismo anche dentro la stessa amministrazione. Il Wall Street Journal ha riferito che alcuni consiglieri del presidente stanno spingendo per trovare rapidamente una via d’uscita politica dalla guerra, temendo che il conflitto possa trasformarsi in un pantano militare ed economico. E le conseguenze economiche stanno già emergendo.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato uno dei punti più pericolosi del pianeta. Il prezzo del greggio è volatile, e si è avvicinato ai 100 dollari al barile, riaccendendo il rischio di una nuova ondata di inflazione globale proprio mentre molte economie stavano cercando di uscire dalla fase più difficile degli ultimi anni.

Gli economisti chiamano questo fenomeno supply shock: una crisi improvvisa dell’offerta che fa salire i prezzi e rallenta la crescita. È lo stesso meccanismo che durante la pandemia di Covid contribuì a spingere l’inflazione ai livelli più alti degli ultimi decenni.

Il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio da parte dei Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia dovrebbe contribuire a calmierare i prezzi. Ma una nuova dichiarazione scomposta di Trump, o del suo “Segretario alla guerra”, Pete Hegseth, potrebbe farli risalire in qualsiasi momento. Se la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi, l’impatto potrebbe essere significativo: energia più cara, catene di approvvigionamento più fragili e nuove pressioni sui prezzi in Europa, negli Stati Uniti e in Asia.

Ma la guerra sta diventando anche un problema politico per Trump. Un sondaggio della Cnn mostra che il 59% degli americani disapprova gli attacchi contro l’Iran, mentre solo il 41% li sostiene. Perfino nella base trumpiana emergono segnali di disagio. Alcuni commentatori conservatori e figure vicine al movimento Maga criticano l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente, ricordando che una delle promesse centrali della campagna di Trump era proprio quella di evitare nuove guerre.

Questo spiega il crescente nervosismo tra i repubblicani. Il senatore Rand Paul ha avvertito che il partito rischia «un disastro elettorale» alle elezioni di metà mandato. Dietro le quinte la preoccupazione è evidente. Lo shock energetico provocato dalla guerra potrebbe colpire proprio gli Stati che decideranno il controllo del Senato a novembre. Poi c’è la questione del ruolo della Russia. Secondo valutazioni dell’intelligence occidentale, la Russia starebbe fornendo assistenza tecnica e di intelligence all’Iran per migliorare la precisione degli attacchi contro obiettivi americani nel Golfo.

Interrogato su queste informazioni, l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff ha detto che Mosca gli avrebbe assicurato di non essere coinvolta e che «dobbiamo prenderli sulla parola». Se si tratti di ingenuità o di deliberata cecità politica è difficile dirlo. Trump, del resto, ha continuato a difendere Vladimir Putin, che sembra idolatrare e per il quale ha ripetutamente proposto la cancellazione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere russe. Intanto il Cremlino incassa miliardi grazie ai prezzi più alti del greggio, rafforzando la propria capacità di finanziare la guerra in Ucraina.

Nel frattempo uno degli obiettivi dichiarati del conflitto – fermare il programma nucleare iraniano – appare tutt’altro che raggiunto. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran possedeva circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale che potrebbe teoricamente essere sufficiente per circa dieci armi nucleari se ulteriormente raffinato.

In altre parole: la guerra non ha completamente eliminato il problema nucleare che pretendeva di risolvere. Forse la frase più rivelatrice di questo conflitto non è stata pronunciata da Trump ma da uno dei suoi negoziatori, il suo amico Witkoff. Quando gli è stato chiesto come finirà la guerra, Witkoff ha risposto: «Non lo so». È una risposta che riassume perfettamente la guerra di Trump e Netanyahu: un conflitto iniziato senza un vero piano su come terminarlo.

È vero che Trump può dichiarare la vittoria in qualsiasi momento e ordinare il ritiro delle forze americane. Ma gli israeliani sembrano pensarla diversamente. Il ministro della Difesa Israel Katz ha detto mercoledì che la campagna contro l’Iran continuerà «senza limiti di tempo» finché Israele non avrà ottenuto la vittoria. Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta paralizzato, petroliere vengono incendiate, Mojtaba Khamenei rimane al potere a Teheran, il regime continua a esportare petrolio verso Cina e India e l’uranio arricchito iraniano non è stato ancora localizzato. Questo significa che mentre Washington cerca una via d’uscita, il danno è già fatto.

La credibilità americana nel mondo esce gravemente indebolita. Trump e i repubblicani rischiano di pagare il prezzo politico alle elezioni di novembre con la possibile perdita della Camera dei Rappresentanti. E il resto del mondo, dall’Europa al Medio Oriente, si ritrova ancora una volta a raccogliere i pezzi di una crisi provocata da una decisione strategica avventata.

Una guerra che avrebbe dovuto dimostrare la forza dell’America rischia invece di mostrare i limiti del suo potere. Trump sarà ricordato come un aspirante imperialista che, attraverso i suoi errori ha di fatto accelerato la fine dell’impero americano.

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Published on March 11, 2026 23:35

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