Alan Friedman's Blog

November 26, 2025

Lugano Global Forum, al ‘nuovo Davos’ Prodi e Klaus: “L’Europa è debole”

Al Lugano Global Forum Prodi e Klaus si confrontano sul futuro dell’Europa: tra crisi americana, dazi, AI e sovranità, Bruxelles rischia l’irrilevanza geopolitica ed economica

L’articolo su Euronews

Non una conferenza, ma una conversazione. È così che Alan Friedman, ideatore e direttore del Lugano Global Forum, ha definito la due giorni di incontri internazionali appena conclusa nella città ticinese.

“Il Lugano Global Forum non è un forum tradizionale, ma un dialogo tra 150 protagonisti di altissimo livello che si confrontano sulla direzione che sta prendendo l’Europa e il mondo – ha detto Friedman a Euronews – Non vogliamo sfidare Davos: vogliamo qualità, non quantità.”

Sullo sfondo, il tema scelto per l’edizione 2025: “The Certainty of Uncertainty – Navigating the New Global Disorder”, ovvero come orientarsi nel nuovo disordine mondiale.

Prodi e Klaus, due visioni opposte

A dominare il dibattito è stato il confronto – intenso ma rispettoso – tra Romano Prodi, già presidente della Commissione europea e padre dell’euro, e Václav Klaus, ex presidente della Repubblica Ceca e storico sostenitore del ritorno alle sovranità nazionali.

“Il diavolo nell’Ue si chiama unanimità”, ha dichiarato Prodi, invitando a superare il diritto di veto che paralizza Bruxelles. “L’Europa deve tornare a decidere, a parlare con una sola voce, o sarà schiacciata dalle grandi potenze.”

Con la sua consueta ironia, Prodi ha aggiunto che l’Unione resta “il miglior pane mai sfornato dalla politica. Peccato però che sia cotto solo a metà”.

Prodi ha insistito sulla necessità di una nuova unità d’intenti, soprattutto in materia di politica estera e difesa. “La democrazia americana attraversa una fase di crisi, ma l’Europa deve evitare di ripetere gli stessi errori. O diventiamo un attore globale, o resteremo un’arena di interessi altrui.”

Di segno opposto la visione di Klaus: “L’Europa non è mai apparsa così divisa”, ha ammonito. “Spetta ai singoli Stati riaffermare la propria sovranità. Bruxelles non dispone del potere necessario per esercitare un’influenza decisiva sul piano politico ed economico mondiale.”

Friedman: “Prodi e Klaus, opposti ma concordi sulla fragilità europea”

Friedman, giornalista economico e saggista statunitense, già corrispondente del “Financial Times” e volto noto della televisione italiana, ha riassunto così il verdetto del Forum: “Romano Prodi, l’europeista, e Václav Klaus, l’euroscettico, sono arrivati alla stessa conclusione: l’Europa è debole, fragile e divisa. Se continua così rischia di essere schiacciata tra i grandi poteri del mondo. Per Prodi la soluzione è rafforzare l’Unione; per Klaus, invece, smantellarla.”

Un paradosso che sintetizza bene il clima politico del continente: un’Europa che oscilla tra spinte centrifughe e l’urgenza di ritrovare un ruolo nel nuovo ordine multipolare.

Dazi e tensioni commerciali: l’economia europea sotto pressione

Il Forum ha posto grande attenzione anche ai rischi economici legati alla politica tariffaria di Washington. David French, vicepresidente della National Retail Federation, la più grande associazione commerciale del settore retail a livello mondiale, con sede a Washington, D.C, ha espresso “forte preoccupazione” per l’ipotesi di tariffe fino al 107 per cento sui prodotti europei – inclusa la pasta italiana – giudicandole “un danno enorme per entrambe le economie”.

La deputata democratica Deborah Ross, eletta alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato della Carolina del Nord,ha confermato le tensioni: “La maggioranza degli americani vuole mantenere rapporti solidi con l’Europa, ma i dazi rischiano di incrinare anche i legami politici transatlantici.”

Dal Financial Times, Martin Wolf ha bocciato la strategia di Trump: “Non vi è alcuna logica, né economica né politica, nell’imporre dazi ai Paesi stranieri. È una scelta priva di fondamento intellettuale e strategico.”

Marion Jansen, direttrice per il commercio dell’Ocse, ha invitato Washington e Pechino “a trovare un equilibrio: dazi elevati non fanno bene a nessuno, servono soluzioni condivise per stabilizzare i mercati.”

Tecnologia, AI e rischio sistemico

Oltre ai dossier geopolitici, Lugano ha acceso i riflettori sulla rivoluzione tecnologica.

Markus Plitsch, Ceo di Terra Quantum, ha previsto una crescita “straordinaria” dell’intelligenza artificiale grazie all’integrazione con il quantum computing, la nuova frontiera dell’informatica che sfrutta i principi della fisica quantistica per elaborare informazioni in modo radicalmente diverso e per eseguire enormi quantità di calcoli in parallelo, accelerando in modo esponenziale alcuni tipi di operazioni.

Plitsch ha però auspicato cautela: “Come HAL in 2001: Odissea nello spazio, un giorno l’AI potrebbe anche dire ‘no’ agli ordini umani. Serve una governance globale della tecnologia.”

Un monito che lega innovazione e rischio, due variabili ormai centrali nel futuro dell’economia mondiale.

Europa al bivio, Lugano come laboratorio

Alla fine della due giorni, il bilancio di Friedman è positivo: “Siamo molto soddisfatti di questa prima edizione del Forum. Abbiamo voluto mettere in rilievo alcune verità della geopolitica, come l’impossibilità di chiudere la guerra in Ucraina in modo semplice, proprio perché Trump non vuole irritare Putin. Due giorni di riflessione, due giorni di grande importanza.”

Lugano non punta a sostituire Davos, ma a proporre un modello diverso: meno spettacolo, più contenuto. Un laboratorio alpino di diplomazia, economia e pensiero strategico.

“L’unica certezza – conclude Friedman – è l’incertezza. Ma è proprio in tempi confusi che servono leadership, visione e coraggio.”

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Published on November 26, 2025 05:39

November 18, 2025

November 11, 2025

November 10, 2025

November 8, 2025

November 5, 2025

Le mire di Donald Trump dopo il voto di New York

L’elezione di Zohran Mamdani a New York può aprire un nuovo fronte politico, con il tycoon pronto a trasformare il nuovo sindaco in caricatura

Il mio articolo su LaStampa

Un anno fa, il 5 novembre 2024, Donald Trump veniva eletto alla Casa Bianca come 47esimo Presidente degli Stati Uniti. Tra un anno, il 5 novembre 2026, gli americani voteranno per le elezioni di metà mandato – che si preannunciano come un referendum decisivo per capire se i Democratici riusciranno a riconquistare la Camera dei Rappresentanti e imporre un freno costituzionale all’agenda autoritaria di Trump.

Nel frattempo – anche se al momento della stesura di questo articolo non era ancora certo – è altamente probabile che le elezioni americane di ieri abbiano prodotto una nuova figura radicale di sinistra come sindaco di New York City: Zohran Mamdani. In tutti i sondaggi Mamdani era costantemente avanti di oltre 10 punti rispetto al suo rivale più vicino, l’ex governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, caduto in disgrazia.

Mamdani, nato in Uganda e musulmano, si definisce un «socialista democratico». Ha fatto promesse considerate populiste, folli e irrealistiche – dai generi alimentari gratuiti ai trasporti pubblici gratuiti, fino a nuove imposte patrimoniali – ed è ferocemente anti-Israele, che accusa di genocidio, in una città con una vasta comunità ebraica. Ma Mamdani ha avuto un’ascesa meteoritica come anti-Trump. Anche tra molti elettori ebrei. Ed è una delle voci più articolate della sinistra radicale americana dai tempi in cui Alexandria Ocasio-Cortez esplose sulla scena nazionale.

Mamdani si è autodefinito «il peggior incubo di Donald Trump». Trump, dal canto suo, ha appoggiato Cuomo, l’ex governatore la cui reputazione segnata da accuse di molestie sessuali lo colloca appena un gradino sopra Harvey Weinstein nella scala morale. In un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social nel giorno del voto, Trump ha definito Mamdani un «comunista» e ha minacciato di tagliare miliardi di dollari di fondi federali destinati a New York in caso di sua elezione. Ha anche minacciato di inviare truppe federali per aiutare nelle deportazioni e ripristinare «legge e ordine». Con Mamdani sindaco, tutto questo potrebbe davvero accadere. Trump vuole lo scontro.

L’elezione di Mamdani è pittoresca, ma non dimentichiamo che questa è New York City – non l’America. New York è un’eccezioneun avamposto liberale e progressista, una roccaforte del Partito Democratico. Tuttavia il team di comunicazione di Trump potrebbe usare Mamdani per dipingere l’intero Partito Democratico come «comunista», facendo di lui il volto del socialismo democratico e dell’Antifa. Mamdani è perfetto: giovane, orgogliosamente socialista, figlio di immigrati, pro-inquilini, pro-sindacati, anti-Wall Street, fluentemente immerso nel linguaggio dei movimenti sociali. Insomma, l’esatto tipo di figura progressista che Trump può trasformare in caricatura: Antifa. Comunista. Radicale. Uomo nero. I discorsi dei comizi praticamente si scrivono da soli.

Ci sono state poi anche elezioni importanti per i governatori in New Jersey e Virginia, un test della forza dei due partiti a un anno dalle elezioni di metà mandato. In Virginia i sondaggi indicavano la democratica Abigail Spanberger in vantaggio solido sulla repubblicana Winsome Earle-Sears, segnalando una possibile riconquista democratica della poltrona di governatore. Barack Obama ha fatto campagna per Spanberger in Virginia, e questo conta. In New Jersey, ieri sera, la democratica Mikie Sherrill era in vantaggio sul repubblicano Jack Ciattarelli ma con un margine molto più ristretto.

Ma il voto più interessante si è svolto in California, sulla “Proposition 50” del governatore Gavin Newsom, che consentirà alla legislatura statale di ridisegnare i 52 collegi congressuali in vista delle elezioni del 2026. L’approvazione della misura comporterà l’eliminazione di cinque seggi tradizionalmente repubblicani. È la risposta di Newsom al gerrymandering ordinato da Trump in diversi Stati repubblicani come il Texas, dove cinque seggi democratici stanno per essere cancellati.

Fra un anno, la revisione delle mappe elettorali in pochi Stati – forse quattro o cinque Stati a guida repubblicana e due o tre a guida democratica – potrebbe determinare la capacità dei Democratici di riconquistare la Camera dei Rappresentanti. Il Senato probabilmente rimarrà nelle mani dei Repubblicani. Durante questa settimana elettorale, l’atmosfera a Washington è tutt’altro che rassicurante. La Corte Suprema inizia le udienze su un ricorso che potrebbe smantellare il vasto regime tariffario di Trump. Intanto, il governo federale resta chiuso per shutdown, e la proposta di bilancio di Trump lascerebbe senza copertura sanitaria tra i 10 e 15 milioni di americani.

In questo contesto, l’emergere di una figura combattiva e mediaticamente brillante come Mamdani nella città più grande d’America non è una nota a piè di pagina – è una scintilla in un campo secco. Trump, che governa per contrasto e conflitto, non lo teme; probabilmente lo desidera. Mamdani è il perfetto antagonista: incarnazione vivente di quell’America multiculturale, multietnica, redistributiva e internazionalista che Trump vuole fermare al confine e sconfiggere alle urne. Per Trump, Mamdani è perfetto: è il diavolo.

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Published on November 05, 2025 03:27

November 4, 2025

Un nuovo disordine mondiale

La politica estera degli USA di Donald Trump appare imprevedibile, dirompente e spesso economicamente dolorosa persino per i più stretti alleati americani.

Il mio articolo sul Corriere del Ticino

Gli Stati Uniti di Donald Trump non sono più il garante dell’ordine liberale occidentale che ha contribuito a garantire stabilità globale dal 1945. Oggi la politica estera di Washington appare imprevedibile, dirompente e spesso economicamente dolorosa persino per i più stretti alleati americani.

L’America resta la maggiore potenza militare, la più grande economia mondiale e il leader indiscusso dell’innovazione tecnologica. Eppure il comportamento mercuriale del presidente sulla scena internazionale ha indebolito la credibilità americana e danneggiato la reputazione degli Stati Uniti come difensori del diritto internazionale.

Per anni si temeva un ritiro isolazionista degli USA. Invece stiamo assistendo a qualcosa di diverso: una forma di bullismo occasionale e di neo-interventismo. Trump ha bombardato siti nucleari iraniani e colpito imbarcazioni sospette di narcotraffico nei Caraibi. Ha minacciato azioni militari contro Danimarca, Panama, Venezuela e oggi persino la Nigeria. Insieme alle guerre commerciali, queste mosse hanno ridotto il rispetto globale per Washington.

A onor del vero, non tutto è fallito. Il ruolo di Trump nel processo di cessate il fuoco a Gaza è stato costruttivo e importante e il presidente merita credito per questo.

Tuttavia, l’approccio improvvisato e transazionale alla politica estera genera più incertezza che stabilità. Stiamo entrando in una fase che potremmo definire «Nuovo Disordine Mondiale», un’epoca in cui l’America non riesce più a imporre automaticamente la propria volontà. Tre esempi lo dimostrano: Cina, Ucraina e tariffe.

Cina: una tregua che assomiglia a una sconfitta

Trump ha avviato la guerra commerciale con Pechino già nel suo primo mandato, ma lo scorso aprile ha dichiarato una sorta di «giorno della liberazione».

La «tregua» annunciata dopo l’incontro con Xi Jinping in Corea del Sud la settimana scorsa è stata in realtà una sconfitta per gli Stati Uniti. La Cina aveva minacciato di bloccare l’export di terre rare e minerali strategici verso l’Occidente e forte del suo monopolio è riuscita a far retrocedere Washington. È bastato promettere l’acquisto di qualche tonnellata di soia, riaprire il rubinetto delle terre rare e permettere a Trump di mettere le mani su TikTok, affidandola ai suoi sponsor finanziari in orbita MAGA guidati da Larry Ellison di Oracle.

Risultato: Trump ha ridotto i dazi. Una sconfitta camuffata da tregua. La Cina è apparsa più forte degli Stati Uniti.

Ucraina: una linea americana oscillante ed erratica

L’Ucraina resta il test decisivo della coesione occidentale. Il sostegno americano è stato vitale per Kiev dal 2022, ma oggi Trump non offre più aiuti finanziari diretti: preferisce vendere armi agli europei, lasciando che siano loro, poi, a sostenere Kiev.

Su dossier sensibili, l’Europa non può più dare per scontata la costanza strategica americana. Le politiche USA su Kiev oscillano. Ma l’Europa è divisa e debole, è quasi irrilevante sulla scena globale.

Nel frattempo Vladimir Putin corteggia Trump da mesi e finora ha funzionato. E ora? Il presidente americano ha iniziato solo di recente ad esercitare pressioni su Mosca. Saranno efficaci?

La Svizzera intanto ha dimostrato disponibilità a contribuire al processo della ricostruzione dell’Ucraina, in linea con i suoi valori di neutralità attiva e la sua lunga tradizione umanitaria.

Dazi: il fuoco «amico» sugli alleati

Il terzo esempio dell’approccio trumpiano è la guerra commerciale. Gli Stati Uniti hanno applicato tariffe del 39% su molte esportazioni svizzere, inclusi prodotti industriali e di precisione. Una forma di coercizione economica mascherata da strategia – che colpisce soprattutto partner e amici.

Per la Svizzera le conseguenze sono tangibili. Sulla base dei dati macroeconomici aggiornati, il gruppo di esperti sulla congiuntura prevede una crescita modesta: +1,3% nel 2025 e appena +0,9% nel 2026. UBS stima che dazi americani persistenti potrebbero ridurre il PIL elvetico fino allo 0,4%. E gli analisti avvertono che fino a 20 mila posti di lavoro sono potenzialmente a rischio.

Conclusione: mantenere la calma in un’epoca di volatilità

Gli Stati Uniti restano la grande potenza predominante, ma oggi sono meno prevedibili e meno rispettati. Il mondo si sta adattando a questo nuovo disordine mondiale, dominato dall’incertezza. L’Europa deve rafforzare la propria autonomia strategica, diversificare i mercati e pensare seriamente alla difesa. Ma l’Europa resta divisa.

La Svizzera dovrà sperare di convincere Washington ad abbassare i famigerati dazi del 39%. Tuttavia, conoscendo il carattere sobrio ed elegante della vostra classe dirigente, dubito che vedremo Berna proporre a Trump il Premio Nobel per la Pace, o inviare a Washington il presidente della Confederazione con in mano una corona d’oro massiccio da consegnare nello Studio Ovale.

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Published on November 04, 2025 02:24

November 3, 2025

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