Anna Ferrari's Blog
April 23, 2020
Il mio nuovo libro
Voglio presentarvi un estratto da Un libro per guarire che ho scritto quando la speranza era poca, ma il coraggio tanto.
L'ho scritto perché dopo il buio della depressione, tornavo a d appropriarmi della mia mente, del mio cuore e della mia anima.
Poiché ce l'ho fatta, desidero testimoniarlo, molti altri ce la faranno e con Un libro per guarire tendo loro la mia mano, se vorranno afferrarla.
Da: Un libro per guarire di Anna Ferrari
1
INTRODUZIONE
La vita, a volte, va dove vuole lei e ci travolge, facendoci roteare come
certe onde che ci colgono vicino a riva, avvolgendoci nelle loro volute,
quasi con cattiveria, e poi ci restituiscono alla spiaggia un po’ doloranti.
Ricordo quel periodo come un dolore senza interruzione, confusione,
rifiuto, isolamento; poi è passato e io mi sono ritrovata all’improvviso alla
luce accecante del giorno, impreparata e incredula. Per darmi forza mi
sono aggrappata a ciò che da tutta la vita era il mio salvagente: i libri. Per
mesi non ero più riuscita a leggere, non capivo più le parole, non le
ricordavo.
Per togliermi il dubbio di essermi persa per sempre, ho acquistato Il
libro dei bambini (The Children’s Book) della Byatt e ho iniziato a leggerlo
con la fame del denutrito. Solo quando ho capito che la mente mi
ubbidiva, ho trovato la pace e ho letto di nuovo con amore.
In seguito ho riletto le note che scrivevo per non permettere alla
mente di volarsene via: alcune erano ansiose, frettolose, altre più
interessanti e le ho raccolte in questo volume, fatto di impressioni,
intuizioni, commenti nati a seguito di quelle letture appassionate e
vibranti di nuova vita.
Gli autori non sono scelti in ordine cronologico, né alfabetico, ma
esclusivamente di “incontro”, cioè nell’ordine in cui li ho letti, eccezione
fatta per la sezione inglese che ho raggruppato a parte.
[…]
In conclusione, condividere questi miei pensieri è stato un po’ come
prendermi una rivincita sulla vita, riappropriarmi della sua forza vitale
con l’intento di comunicare le mie opinioni ma anche di trasmettere
passione per la parola scritta, far trapelare il suo potere terapeutico.
Potete sfruttare queste pagine come più vi aggrada, un percorso di
scoperta, consigli di lettura, spunti per approfondire certi aspetti di vostro
interesse.
Infine, non mi resta che dire grazie a tutti i lettori che come me amano
i libri.
[…]
CLARICE LISPECTOR
Il mistero della realtà
Legami familiari (Laços de familia, 1960) è una raccolta di quattordici racconti
brevi. L’immagine in copertina dell'edizione che ho in mano è molto bella,
tanto da potersi intendere come un’introduzione alla raccolta: una
fotografia in bianco e nero della scrittrice brasiliana, di origine ebrea nata in
Ucraina. Una donna elegante, dal viso ovale e magra, in atteggiamento
riflessivo, con un filo di perle al collo. Capelli corti, occhi allungati. Un alone
di riservatezza la circonda, l’osservatore scruta il volto e cerca di carpirne i
pensieri, la personalità, che deve essere molto forte, ma nello stesso tempo
celata, un po’ misteriosa.
Le stesse caratteristiche si ritrovano nei racconti. La scrittura della
Lispector non si rivela, piuttosto sfugge, bisogna inseguirla e leggere, anche,
2
o forse soprattutto, quello che non è scritto.
Le aperture sono sempre in medias res, come nella migliore tradizione del
racconto. Quelli della Lispector sono tutti in terza persona, dove un narratore
niente affatto onnisciente non ci fa entrare nei pensieri dei protagonisti. Il
narratore osserva dall’esterno e conduce alla rivelazione attraverso il
comportamento, gli atti, anche quelli mancati, degli stessi.
Lo svelamento è graduale. Spesso si avverte la sensazione di aver perso
qualcosa, di non essere stati attenti ai dettagli, dunque si è costretti a
ripercorrere a ritroso le pagine già lette; talvolta una frase, di solito breve,
getta una luce parziale, offuscata sul narrato e costringe il lettore a rifletterci
sopra, come un presbite che deve strizzare gli occhi per vederci meglio.
I racconti della raccolta sono simili ad abbozzi: all’autrice non interessa
l’aspetto esteriore, qualche accenno quando è necessario impressionare
l’occhio che guarda, ed è parca anche di nomi. Lei stessa definisce i suoi
racconti “impressioni”, e, come si dice anche nella quarta di copertina,
questo tratto ricorda le affinità con Virginia Woolf, l’autrice finissima di To
the Lighthouse (Gita al Faro) e Mrs Dalloway.
In effetti tutto è sfumato, rimane solo l’essenziale, a volte neppure questo,
solo i contorni di esseri umani e animali colti in un momento particolare,
senza altre coordinate che aiutino a decifrare quanto sta accadendo. Filtra
solamente uno spiraglio di luce tra due porte semichiuse che poi svanisce,
lasciando tuttavia la ferma percezione che quella luce la si era vista, eccome.
[…]
I ROMANZI di JANE AUSTEN
Una chiacchierata confidenziale
I romanzi di Jane Austen (1775-1817) vengono solitamente etichettati,
specie nelle antologie, come novels of manners che si potrebbe tradurre
come “romanzi/novelle di maniera”.
Con questo termine non si intende certo una sorta di “manierismo”,
bensì la descrizione dei costumi e delle usanze della vita quotidiana di una
determinata classe sociale che, nel caso di Jane Austen, è la gentry, ossia i
grandi latifondisti della classe aristocratica inglese della fine del ’700 e
inizio ’800. Questa denominazione, intesa come etichetta generica, è
comunemente condivisa, fornisce un substrato di informazioni note ed è
un termine assai comune sotto cui raggruppare i romanzi della Austen.
In realtà, però, i suoi romanzi principali – Pride and Prejudice, Sense and
Sensibility, Emma, Persuasion e Mansfield Park –, rivendicano con forza
un’altra caratteristica identitaria, ovvero il mutamento profondo che
avviene nei protagonisti nel corso della storia. Si potrebbe parlare di
bildungsroman, romanzo di formazione, se non ci fosse una netta
differenza: nella scrittrice inglese lo sviluppo o crescita dei main
characters è finalizzato a un obiettivo ben preciso, il matrimonio, l’unione
fisica e spirituale di un uomo con una donna.
Seguendo con attenzione la vicenda, stando alle costole dei personaggi,
si rivelano degli elementi che invitano alla riflessione. Il matrimonio è
sempre raggiunto sia da lui sia da lei dopo innumerevoli difficoltà – o prove
verrebbe da dire –, corona i desideri profondi dei protagonisti a dispetto
3
delle avverse circostanze, e gli sposi, sebbene li abbandoniamo quasi
sempre sull’altare o sul sagrato, siamo certi che vivranno “felici e
contenti”. Già.
La chiusa però, e lo sanno tutti, è mutuata da un genere che le è più
pertinente: la fiaba. Siamo dunque al cospetto di fiabe travestite da
romanzo? Sì e no. Personaggi veramente cattivi non ce ne sono, al
massimo certuni sono capaci di qualche piccolezza su cui ironizzare, altri
sono un po' troppo meschini; della fiaba poi manca l’universalità, elemento
che però nel caso presente non è un difetto.
I romanzi austeniani si possono dunque leggere come fiabe dove tutto
finisce bene, le tensioni si risolvono e i protagonisti raggiungono la
felicità.
Ma non può questo esaurirne il significato: il mondo della Austen è un
mondo reale, fatto di carne, ossa e sangue, trine e belletti, sofà e tavolini
da tè, non un vago “piccolo paese di campagna”.
Con le fiabe però potrebbero avere ancora qualcosa in comune:
dicono che ciò cui dobbiamo aspirare è la felicità, e la felicità richiede
sempre un alto prezzo, non è data se non in presenza di una solida
coscienza individuale.
Dunque il matrimonio è qualcosa di più dell’atto sacrale e civile, è la
celebrazione della raggiunta consapevolezza che solo come tale può
donare e ricevere gioia.
Matrimonio quindi è felicità, indipendenza e presa di coscienza dei
singoli. Il romanzo di formazione quindi si arricchisce di valenze diverse, e
con queste si smentisce.
L'ho scritto perché dopo il buio della depressione, tornavo a d appropriarmi della mia mente, del mio cuore e della mia anima.
Poiché ce l'ho fatta, desidero testimoniarlo, molti altri ce la faranno e con Un libro per guarire tendo loro la mia mano, se vorranno afferrarla.
Da: Un libro per guarire di Anna Ferrari
1
INTRODUZIONE
La vita, a volte, va dove vuole lei e ci travolge, facendoci roteare come
certe onde che ci colgono vicino a riva, avvolgendoci nelle loro volute,
quasi con cattiveria, e poi ci restituiscono alla spiaggia un po’ doloranti.
Ricordo quel periodo come un dolore senza interruzione, confusione,
rifiuto, isolamento; poi è passato e io mi sono ritrovata all’improvviso alla
luce accecante del giorno, impreparata e incredula. Per darmi forza mi
sono aggrappata a ciò che da tutta la vita era il mio salvagente: i libri. Per
mesi non ero più riuscita a leggere, non capivo più le parole, non le
ricordavo.
Per togliermi il dubbio di essermi persa per sempre, ho acquistato Il
libro dei bambini (The Children’s Book) della Byatt e ho iniziato a leggerlo
con la fame del denutrito. Solo quando ho capito che la mente mi
ubbidiva, ho trovato la pace e ho letto di nuovo con amore.
In seguito ho riletto le note che scrivevo per non permettere alla
mente di volarsene via: alcune erano ansiose, frettolose, altre più
interessanti e le ho raccolte in questo volume, fatto di impressioni,
intuizioni, commenti nati a seguito di quelle letture appassionate e
vibranti di nuova vita.
Gli autori non sono scelti in ordine cronologico, né alfabetico, ma
esclusivamente di “incontro”, cioè nell’ordine in cui li ho letti, eccezione
fatta per la sezione inglese che ho raggruppato a parte.
[…]
In conclusione, condividere questi miei pensieri è stato un po’ come
prendermi una rivincita sulla vita, riappropriarmi della sua forza vitale
con l’intento di comunicare le mie opinioni ma anche di trasmettere
passione per la parola scritta, far trapelare il suo potere terapeutico.
Potete sfruttare queste pagine come più vi aggrada, un percorso di
scoperta, consigli di lettura, spunti per approfondire certi aspetti di vostro
interesse.
Infine, non mi resta che dire grazie a tutti i lettori che come me amano
i libri.
[…]
CLARICE LISPECTOR
Il mistero della realtà
Legami familiari (Laços de familia, 1960) è una raccolta di quattordici racconti
brevi. L’immagine in copertina dell'edizione che ho in mano è molto bella,
tanto da potersi intendere come un’introduzione alla raccolta: una
fotografia in bianco e nero della scrittrice brasiliana, di origine ebrea nata in
Ucraina. Una donna elegante, dal viso ovale e magra, in atteggiamento
riflessivo, con un filo di perle al collo. Capelli corti, occhi allungati. Un alone
di riservatezza la circonda, l’osservatore scruta il volto e cerca di carpirne i
pensieri, la personalità, che deve essere molto forte, ma nello stesso tempo
celata, un po’ misteriosa.
Le stesse caratteristiche si ritrovano nei racconti. La scrittura della
Lispector non si rivela, piuttosto sfugge, bisogna inseguirla e leggere, anche,
2
o forse soprattutto, quello che non è scritto.
Le aperture sono sempre in medias res, come nella migliore tradizione del
racconto. Quelli della Lispector sono tutti in terza persona, dove un narratore
niente affatto onnisciente non ci fa entrare nei pensieri dei protagonisti. Il
narratore osserva dall’esterno e conduce alla rivelazione attraverso il
comportamento, gli atti, anche quelli mancati, degli stessi.
Lo svelamento è graduale. Spesso si avverte la sensazione di aver perso
qualcosa, di non essere stati attenti ai dettagli, dunque si è costretti a
ripercorrere a ritroso le pagine già lette; talvolta una frase, di solito breve,
getta una luce parziale, offuscata sul narrato e costringe il lettore a rifletterci
sopra, come un presbite che deve strizzare gli occhi per vederci meglio.
I racconti della raccolta sono simili ad abbozzi: all’autrice non interessa
l’aspetto esteriore, qualche accenno quando è necessario impressionare
l’occhio che guarda, ed è parca anche di nomi. Lei stessa definisce i suoi
racconti “impressioni”, e, come si dice anche nella quarta di copertina,
questo tratto ricorda le affinità con Virginia Woolf, l’autrice finissima di To
the Lighthouse (Gita al Faro) e Mrs Dalloway.
In effetti tutto è sfumato, rimane solo l’essenziale, a volte neppure questo,
solo i contorni di esseri umani e animali colti in un momento particolare,
senza altre coordinate che aiutino a decifrare quanto sta accadendo. Filtra
solamente uno spiraglio di luce tra due porte semichiuse che poi svanisce,
lasciando tuttavia la ferma percezione che quella luce la si era vista, eccome.
[…]
I ROMANZI di JANE AUSTEN
Una chiacchierata confidenziale
I romanzi di Jane Austen (1775-1817) vengono solitamente etichettati,
specie nelle antologie, come novels of manners che si potrebbe tradurre
come “romanzi/novelle di maniera”.
Con questo termine non si intende certo una sorta di “manierismo”,
bensì la descrizione dei costumi e delle usanze della vita quotidiana di una
determinata classe sociale che, nel caso di Jane Austen, è la gentry, ossia i
grandi latifondisti della classe aristocratica inglese della fine del ’700 e
inizio ’800. Questa denominazione, intesa come etichetta generica, è
comunemente condivisa, fornisce un substrato di informazioni note ed è
un termine assai comune sotto cui raggruppare i romanzi della Austen.
In realtà, però, i suoi romanzi principali – Pride and Prejudice, Sense and
Sensibility, Emma, Persuasion e Mansfield Park –, rivendicano con forza
un’altra caratteristica identitaria, ovvero il mutamento profondo che
avviene nei protagonisti nel corso della storia. Si potrebbe parlare di
bildungsroman, romanzo di formazione, se non ci fosse una netta
differenza: nella scrittrice inglese lo sviluppo o crescita dei main
characters è finalizzato a un obiettivo ben preciso, il matrimonio, l’unione
fisica e spirituale di un uomo con una donna.
Seguendo con attenzione la vicenda, stando alle costole dei personaggi,
si rivelano degli elementi che invitano alla riflessione. Il matrimonio è
sempre raggiunto sia da lui sia da lei dopo innumerevoli difficoltà – o prove
verrebbe da dire –, corona i desideri profondi dei protagonisti a dispetto
3
delle avverse circostanze, e gli sposi, sebbene li abbandoniamo quasi
sempre sull’altare o sul sagrato, siamo certi che vivranno “felici e
contenti”. Già.
La chiusa però, e lo sanno tutti, è mutuata da un genere che le è più
pertinente: la fiaba. Siamo dunque al cospetto di fiabe travestite da
romanzo? Sì e no. Personaggi veramente cattivi non ce ne sono, al
massimo certuni sono capaci di qualche piccolezza su cui ironizzare, altri
sono un po' troppo meschini; della fiaba poi manca l’universalità, elemento
che però nel caso presente non è un difetto.
I romanzi austeniani si possono dunque leggere come fiabe dove tutto
finisce bene, le tensioni si risolvono e i protagonisti raggiungono la
felicità.
Ma non può questo esaurirne il significato: il mondo della Austen è un
mondo reale, fatto di carne, ossa e sangue, trine e belletti, sofà e tavolini
da tè, non un vago “piccolo paese di campagna”.
Con le fiabe però potrebbero avere ancora qualcosa in comune:
dicono che ciò cui dobbiamo aspirare è la felicità, e la felicità richiede
sempre un alto prezzo, non è data se non in presenza di una solida
coscienza individuale.
Dunque il matrimonio è qualcosa di più dell’atto sacrale e civile, è la
celebrazione della raggiunta consapevolezza che solo come tale può
donare e ricevere gioia.
Matrimonio quindi è felicità, indipendenza e presa di coscienza dei
singoli. Il romanzo di formazione quindi si arricchisce di valenze diverse, e
con queste si smentisce.
Published on April 23, 2020 06:47
September 12, 2019
Storia di un'anima affamata
Quando il cibo è tuo nemico. Ho pubblicato da poco questo articolo su Medium. Vi invito a leggerlo, a cliccare sulle manine se vi è piaciuto e se avete un account Medium.
Per chi non lo ha, eccolo qui:
When food is your enemyStory of a hungry soul
Anna Ferrari
Sep 12 · 10 min read
Photo by muhammad umair on UnsplashFood is a mighty word: it has metaphorical meanings (food for the body, food for the soul), contains several connotations (food is good for your health, food is bad for your health, food is conviviality, food is business, food is show, food is great cooks), is symbolic (you can eat your liver, eat a part of an enemy’s body gives the eater the same characteristics as the thing eaten, I eat you because I love you, I eat you because I want to possess you) Even: I eat you to protect me, as the titan Cronos did with his children.
The myth appears in the ancient Greek poet Esiodo’s Theogony, literally “the genealogy and birth of Gods”. Crono and Rhea gave life to six children, but the father knew that one of them would have deposed him, so he devoured them one after the other. The last, Zeus, however, was saved by Rhea, who gave Cronos a big stone to eat, instead. Grown, Zeus was able to make Cronos disgorge the contents of its stomach: the stone and its children. In a great war, then, the Titanomachy, Zeus overthrew Cronos.
By Francisco Goya — [1], Public Domain, Cronos eating his childHe [Cronos] vomited the stone first, swallowing it last. And it Zeus fixed in the broad-wayed earth, in hallowed Pytho beneath the vales of Parnassos, to be a sign hereafter, a wonder for mortal men. He loosened his father’s brothers from destructive bonds, 13 sons of Ouranos, whom their father bound in his folly. They remembered gratitude for his benefactions and gave him thunder and gleaming lightning and flash. Before, monstrous Gaia hid them. Relying upon these, Zeus lords over mortals and immortals
Food is a pleasure, food is also a torment, not as much as body weight is concerned, whereas existence in itself is the matter at stake.
In a word, food is never simply food, it is always something more and different. A mother gives food to her children as a gesture of affection, food is love, is heat, gives completeness, is creation, creativity, is venom, is colour, smell, shapes.
A very basic and immediate equation is food=body=mother. The newborns suck food from the mother and in this way they perceive their body. Food is also life, materiality, sexuality, both at a primitive stage, as instinct, and even nowadays in that love games imply the use of particularly “sexy” food.
Given this extraordinary semantic richness of the word, it does not seem strange that food can be as well a symptom of dangerous psychological diseases. Unconscious, our unconscious sees more deeply than our conscious part. Where this latter notices an apple, the former perceives sin, transgression, disobedience.
At the very early stages of our life we are not conscious of what happens around us, but the unconscious stores up thousands of gestures, tones of voice, facial expressions, is even able to capture what similarities all this material shares and put it away it in a particular zone of the soul (it reads “unconscious”), where it takes roots and generates many branches, which, at a given moment, triggered by a specific event, bloom and produce the disease.
There is not a personal commitment, an individual will that can lead the soul to develop the disease, but the person affected by the disturb is, in a certain way, predestined to it, because of specific environmental, behavioural, psychological, historical, and social elements.
As to these previous points, a great number of books have been written, and important psychologists have treated the issue. We may cite some of them, among the most known:
Fabiola De Clerq, Donne invisibili (Invisible Women) and Tutto il pane del mondo (All the Bread of the World)Renate Göckel, Donne che mangiano troppo (“Ebsucht oder die Scheu vor den Leben”, Women who eat too much)Ute Ehrhardt, Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto (“Gute Maachen kommen in der Himmel, bose uberall hin”, Good Girls Go to Heaven, Bad Ones Everywhere)S. Forward and D. Frazier, Emotional Blackmail.Photo by Brenda Godinez on Unsplash
I am not a psychologist, I have only read about and studied the topic, so let’s concentrate on an individual story of a hungry soul. It does not need to say that we are dealing with anorexia.
It started in a very unnoticed way: a round, thin, Italian pizza was too much. Maybe she was not full, but the mind imposed to stop eating, the mind wanted to exert its supremacy upon the body.
Other tiny steps she took toward a unique direction: diminishing the quantity of food eaten; so at breakfast six biscuits and a cup of white coffee could make the person fatter — the mind keeps on repeating — , hence the decision was quick: the biscuits little by little became 4, then 2, then zero, and the milk disappeared from coffee.
The parents, at this point, were worried and had the girl visited by various doctors and specialists. Some suggested she should eat bread and jam in the morning, increase the quantity of sugar and fats, eat more often, say 5 times a day. The already anorexic girl was terrified by these pieces of advice, all going to force her to put on kilos. This for her was insane, dirty, provoked only rejection. She never returned to those doctors, worsening her health condition. Now, with different knowledge, we can say that those psychologists did their job very badly and did not respect the basic needs of the girl: being understood and helped to win her fear of food.
One of them mentioned as first the magic word: anorexia, he claimed that the girl could have developed the new malady (it was the ’80s and very little they knew about food diseases) that forced girls (the boys rarely fell ill with anorexia; nowadays the number is although increasing) not to eat at such a degree that some of them reached 35 kilos of weight.
Anorexic people are really competitive with themselves: for them, it is never enough what they do, their goals are always inadequate, and they think they could overcome their limits easily, especially because they either do not know what their limits are or consider their value very high. Thus that precise comment, probably uttered with a bit of negative judgment (at those time psychological diseases were still considered as a tantrum to be treated hard) and a blaming expression, as to insinuate she was a stupid and superficial, spoilt girl, activated a reaction. The girl enraged inside, she was too proud to accept that someone presumed badly about her, she swore to herself she would reach 32 kilos, so he could see what she was made.
By that time she was already a mom of a wonderful boy of 3, had never had weight problems, was considered a beautiful girl. Yet, she started looking at food differently: food was to make her fat, very fat, her mantra was the less she swallowed, the better it was for her. Every day it became a kind of fight, silent fight, between her and food: every day she diminished the quantity of it, chose mainly low calories food, left in the plate quite a half of what there was.
The husband was a kind of fatalist: “she would soon be hungry again” he said, in good faith, he was not made for psychological explanations. Later on, the parents became angry, they made believe they did not care what and how much she ate, but actually, they hated her because she was so thin, because she disobeyed, because she, through her body, screamed there was something wrong with her and her family.
Step by step she won the bet: she was exactly 32 kilos, for 168 cm height.
In the photos of that period, she appears as a skeleton dressed up. two big sad eyes and a dull, wary expression of fear and pride.
This poor soul did this all for food.
Then, fortunately, there was a recovery.
When she started being well again, she read lots of books about anorexia, food, weight and discovered a big part of herself that had been buried for a long time. It happened that while she was reading a paragraph, she already knew what the next paragraph would have been about. Or she foresaw what the writer was speaking about, or a sentence remained in her mind for days, until she saw the hidden meaning of her obsession with it. In one word, she became aware of the anorexic part of her, a part that had been lingering a long time before taking control of her.
Finally, she acquired awareness, started a journey of mindfulness, and could understand that she was not a superficial, spoilt girl, but an ill person, and as such, she was looking for a cure. She might have believed it was she who controlled the anorexic behaviour, who decided how much of an apple she could eat at each meal, projecting on her ego an enormous power; but it was not, it was the illness, the anorexia, which controlled her, it needed to break that tie, to believe anew that she too had a mind, could formulate thoughts, had ideas.
It was a long journey, the recovery. And it had little to do with material food and kilos gained. Surely, there was an initial period in which eating was a priority, there was a risk of life, of losing cognitive capacities, but the dangerous period lasted shortly, she recovered, ironically, thanks to packets of biscuits. And psychological help.
The recovery was a kind of apprenticeship of life. There was a lot to learn, mainly to feel the body not as an enemy, but as the most cherished friend. The girl comprehended that she was not to become an aerostat, as she had always believed during the anorexic years, instead she had to become first a person, then a woman, then a mother, then a wife, then an independent woman, in addition, she conceived she had to have a job, to do what she liked most, to recognize she had dreams to follow for realizing them.
In those dark years, food was never neutral, a pizza was not only a pizza but a means of rebellion, a gesture of rejection, an incredible amount of calories, something that would make her grow bigger like Alice in the famous novel by Lewis Carrol.
Photo by Paolo Nicolello on Unsplash
Food was an enemy. She was able to do without it, was stronger than the other people who ate, they were weak, dirty, contaminated, sexed. Every time she had an exam at University, for example, she had to fast so that she could remain intact and make her brain emerge in all its splendour. The most beautiful and important thing was her brain, her intelligence, her knowledge. Feelings? She could not feel sentiments, like the food they would have destroyed her, she felt unable to deal with them both.
Another aspect was the unbelievable quantity of time she could study or work, the absurd quantity of books she could read in a very short time, the multitude of notes she was able to take down, or of research she could do. Even to 15 hours a day.
She also had a very active behaviour: only stairs, never lift, walking instead of taking the bus, had an entire series of little precise gestures to accomplish a task that would have worn out everybody else.
Rejecting food was as a rejection of the “heavy” part of life, the responsibility. She remained “light” so that she did not have to dirty her hands with the mud of material life. She was superior to instincts so low such as hunger.
And thanks to the little supply of food, she did not feel tiredness and could be “perfect”, at least so she believed.
Not eating was also a way to exorcise death. Food is corruptible, and our body corrupts because it is made of the same substance as food. Corruptibility is the characteristic of death, she secretly believed to be immortal, that is why she also never realized that she was playing with her life.
She read about eremites, who could fast for 40 days, and in this way, they succeeded in seeing God; scientific studies had proved that their physical age was inferior to their chronological age because the body had corrupted less in comparison to normal people that ate. Anorexic people feel they are very near those spiritual men or women, they have a special spiritual identity that only the absence of food could realize.
In certain periods, the anorexic who is healing feels proud to have been anorexic, they consider this status as a privileged condition, accorded only to superior beings. They venerate thinness as proof of intelligence, smartness, beauty. Feelings for them are always a bit too invasive and disturbing.
Life is not so schematic, humans do not have control of the vital strength that keeps alive a person of 32 kilos. When anorexic people learn this simple lesson, they have recovered.
Anna Ferrari is a teacher and writer. Her last novel Unfathomable Destiny was released in 2018 and speaks about two courageous women, Gwyny, of Celtic origins, and Beatrice, a modern girl, who fight to live their lives as they want, without impositions. Nice, isn’t it?
Here you can find her other stories on Medium. Be sure to clap if you liked “When food is your enemy” and have a Medium account.
Eating DisordersFoodAnorexia NervosaPsychologyBody Image
WRITTEN BY
Anna Ferrari
Writer and teacher. Loves reading, has a website www.ferrarianna.com and a blog; her beloved topics are literature, women’s culture, psychological well being.
Per chi non lo ha, eccolo qui:
When food is your enemyStory of a hungry soul
Anna Ferrari
Sep 12 · 10 min read
Photo by muhammad umair on UnsplashFood is a mighty word: it has metaphorical meanings (food for the body, food for the soul), contains several connotations (food is good for your health, food is bad for your health, food is conviviality, food is business, food is show, food is great cooks), is symbolic (you can eat your liver, eat a part of an enemy’s body gives the eater the same characteristics as the thing eaten, I eat you because I love you, I eat you because I want to possess you) Even: I eat you to protect me, as the titan Cronos did with his children.
The myth appears in the ancient Greek poet Esiodo’s Theogony, literally “the genealogy and birth of Gods”. Crono and Rhea gave life to six children, but the father knew that one of them would have deposed him, so he devoured them one after the other. The last, Zeus, however, was saved by Rhea, who gave Cronos a big stone to eat, instead. Grown, Zeus was able to make Cronos disgorge the contents of its stomach: the stone and its children. In a great war, then, the Titanomachy, Zeus overthrew Cronos.
By Francisco Goya — [1], Public Domain, Cronos eating his childHe [Cronos] vomited the stone first, swallowing it last. And it Zeus fixed in the broad-wayed earth, in hallowed Pytho beneath the vales of Parnassos, to be a sign hereafter, a wonder for mortal men. He loosened his father’s brothers from destructive bonds, 13 sons of Ouranos, whom their father bound in his folly. They remembered gratitude for his benefactions and gave him thunder and gleaming lightning and flash. Before, monstrous Gaia hid them. Relying upon these, Zeus lords over mortals and immortals
Food is a pleasure, food is also a torment, not as much as body weight is concerned, whereas existence in itself is the matter at stake.
In a word, food is never simply food, it is always something more and different. A mother gives food to her children as a gesture of affection, food is love, is heat, gives completeness, is creation, creativity, is venom, is colour, smell, shapes.
A very basic and immediate equation is food=body=mother. The newborns suck food from the mother and in this way they perceive their body. Food is also life, materiality, sexuality, both at a primitive stage, as instinct, and even nowadays in that love games imply the use of particularly “sexy” food.
Given this extraordinary semantic richness of the word, it does not seem strange that food can be as well a symptom of dangerous psychological diseases. Unconscious, our unconscious sees more deeply than our conscious part. Where this latter notices an apple, the former perceives sin, transgression, disobedience.
At the very early stages of our life we are not conscious of what happens around us, but the unconscious stores up thousands of gestures, tones of voice, facial expressions, is even able to capture what similarities all this material shares and put it away it in a particular zone of the soul (it reads “unconscious”), where it takes roots and generates many branches, which, at a given moment, triggered by a specific event, bloom and produce the disease.
There is not a personal commitment, an individual will that can lead the soul to develop the disease, but the person affected by the disturb is, in a certain way, predestined to it, because of specific environmental, behavioural, psychological, historical, and social elements.
As to these previous points, a great number of books have been written, and important psychologists have treated the issue. We may cite some of them, among the most known:
Fabiola De Clerq, Donne invisibili (Invisible Women) and Tutto il pane del mondo (All the Bread of the World)Renate Göckel, Donne che mangiano troppo (“Ebsucht oder die Scheu vor den Leben”, Women who eat too much)Ute Ehrhardt, Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto (“Gute Maachen kommen in der Himmel, bose uberall hin”, Good Girls Go to Heaven, Bad Ones Everywhere)S. Forward and D. Frazier, Emotional Blackmail.Photo by Brenda Godinez on Unsplash
I am not a psychologist, I have only read about and studied the topic, so let’s concentrate on an individual story of a hungry soul. It does not need to say that we are dealing with anorexia.
It started in a very unnoticed way: a round, thin, Italian pizza was too much. Maybe she was not full, but the mind imposed to stop eating, the mind wanted to exert its supremacy upon the body.
Other tiny steps she took toward a unique direction: diminishing the quantity of food eaten; so at breakfast six biscuits and a cup of white coffee could make the person fatter — the mind keeps on repeating — , hence the decision was quick: the biscuits little by little became 4, then 2, then zero, and the milk disappeared from coffee.
The parents, at this point, were worried and had the girl visited by various doctors and specialists. Some suggested she should eat bread and jam in the morning, increase the quantity of sugar and fats, eat more often, say 5 times a day. The already anorexic girl was terrified by these pieces of advice, all going to force her to put on kilos. This for her was insane, dirty, provoked only rejection. She never returned to those doctors, worsening her health condition. Now, with different knowledge, we can say that those psychologists did their job very badly and did not respect the basic needs of the girl: being understood and helped to win her fear of food.
One of them mentioned as first the magic word: anorexia, he claimed that the girl could have developed the new malady (it was the ’80s and very little they knew about food diseases) that forced girls (the boys rarely fell ill with anorexia; nowadays the number is although increasing) not to eat at such a degree that some of them reached 35 kilos of weight.
Anorexic people are really competitive with themselves: for them, it is never enough what they do, their goals are always inadequate, and they think they could overcome their limits easily, especially because they either do not know what their limits are or consider their value very high. Thus that precise comment, probably uttered with a bit of negative judgment (at those time psychological diseases were still considered as a tantrum to be treated hard) and a blaming expression, as to insinuate she was a stupid and superficial, spoilt girl, activated a reaction. The girl enraged inside, she was too proud to accept that someone presumed badly about her, she swore to herself she would reach 32 kilos, so he could see what she was made.
By that time she was already a mom of a wonderful boy of 3, had never had weight problems, was considered a beautiful girl. Yet, she started looking at food differently: food was to make her fat, very fat, her mantra was the less she swallowed, the better it was for her. Every day it became a kind of fight, silent fight, between her and food: every day she diminished the quantity of it, chose mainly low calories food, left in the plate quite a half of what there was.
The husband was a kind of fatalist: “she would soon be hungry again” he said, in good faith, he was not made for psychological explanations. Later on, the parents became angry, they made believe they did not care what and how much she ate, but actually, they hated her because she was so thin, because she disobeyed, because she, through her body, screamed there was something wrong with her and her family.
Step by step she won the bet: she was exactly 32 kilos, for 168 cm height.
In the photos of that period, she appears as a skeleton dressed up. two big sad eyes and a dull, wary expression of fear and pride.
This poor soul did this all for food.
Then, fortunately, there was a recovery.
When she started being well again, she read lots of books about anorexia, food, weight and discovered a big part of herself that had been buried for a long time. It happened that while she was reading a paragraph, she already knew what the next paragraph would have been about. Or she foresaw what the writer was speaking about, or a sentence remained in her mind for days, until she saw the hidden meaning of her obsession with it. In one word, she became aware of the anorexic part of her, a part that had been lingering a long time before taking control of her.
Finally, she acquired awareness, started a journey of mindfulness, and could understand that she was not a superficial, spoilt girl, but an ill person, and as such, she was looking for a cure. She might have believed it was she who controlled the anorexic behaviour, who decided how much of an apple she could eat at each meal, projecting on her ego an enormous power; but it was not, it was the illness, the anorexia, which controlled her, it needed to break that tie, to believe anew that she too had a mind, could formulate thoughts, had ideas.
It was a long journey, the recovery. And it had little to do with material food and kilos gained. Surely, there was an initial period in which eating was a priority, there was a risk of life, of losing cognitive capacities, but the dangerous period lasted shortly, she recovered, ironically, thanks to packets of biscuits. And psychological help.
The recovery was a kind of apprenticeship of life. There was a lot to learn, mainly to feel the body not as an enemy, but as the most cherished friend. The girl comprehended that she was not to become an aerostat, as she had always believed during the anorexic years, instead she had to become first a person, then a woman, then a mother, then a wife, then an independent woman, in addition, she conceived she had to have a job, to do what she liked most, to recognize she had dreams to follow for realizing them.
In those dark years, food was never neutral, a pizza was not only a pizza but a means of rebellion, a gesture of rejection, an incredible amount of calories, something that would make her grow bigger like Alice in the famous novel by Lewis Carrol.
Photo by Paolo Nicolello on Unsplash
Food was an enemy. She was able to do without it, was stronger than the other people who ate, they were weak, dirty, contaminated, sexed. Every time she had an exam at University, for example, she had to fast so that she could remain intact and make her brain emerge in all its splendour. The most beautiful and important thing was her brain, her intelligence, her knowledge. Feelings? She could not feel sentiments, like the food they would have destroyed her, she felt unable to deal with them both.
Another aspect was the unbelievable quantity of time she could study or work, the absurd quantity of books she could read in a very short time, the multitude of notes she was able to take down, or of research she could do. Even to 15 hours a day.
She also had a very active behaviour: only stairs, never lift, walking instead of taking the bus, had an entire series of little precise gestures to accomplish a task that would have worn out everybody else.
Rejecting food was as a rejection of the “heavy” part of life, the responsibility. She remained “light” so that she did not have to dirty her hands with the mud of material life. She was superior to instincts so low such as hunger.
And thanks to the little supply of food, she did not feel tiredness and could be “perfect”, at least so she believed.
Not eating was also a way to exorcise death. Food is corruptible, and our body corrupts because it is made of the same substance as food. Corruptibility is the characteristic of death, she secretly believed to be immortal, that is why she also never realized that she was playing with her life.
She read about eremites, who could fast for 40 days, and in this way, they succeeded in seeing God; scientific studies had proved that their physical age was inferior to their chronological age because the body had corrupted less in comparison to normal people that ate. Anorexic people feel they are very near those spiritual men or women, they have a special spiritual identity that only the absence of food could realize.
In certain periods, the anorexic who is healing feels proud to have been anorexic, they consider this status as a privileged condition, accorded only to superior beings. They venerate thinness as proof of intelligence, smartness, beauty. Feelings for them are always a bit too invasive and disturbing.
Life is not so schematic, humans do not have control of the vital strength that keeps alive a person of 32 kilos. When anorexic people learn this simple lesson, they have recovered.
Anna Ferrari is a teacher and writer. Her last novel Unfathomable Destiny was released in 2018 and speaks about two courageous women, Gwyny, of Celtic origins, and Beatrice, a modern girl, who fight to live their lives as they want, without impositions. Nice, isn’t it?
Here you can find her other stories on Medium. Be sure to clap if you liked “When food is your enemy” and have a Medium account.
Eating DisordersFoodAnorexia NervosaPsychologyBody Image
WRITTEN BY
Anna Ferrari
Writer and teacher. Loves reading, has a website www.ferrarianna.com and a blog; her beloved topics are literature, women’s culture, psychological well being.
Published on September 12, 2019 07:11
July 25, 2019
In ricordo di Andrea Camilleri
Fu un amico a consigliarmi Montalbano, il celebre commissario siciliano di Vigata. Come sempre, se si tratta di un nuovo libro, ero entusiasta di conoscere qualcosa di nuovo, ma quella volta rimasi delusa e arrabbiata: non capivo niente, "trasi", "macari", "vidiri", "vasata", ogni poche parole dovevo fare l'analisi logica, tornare indietro per trovare parole simili, confrontarle, e poi non ero del tutto sicura di aver capito.
"Ah, Camilleri non fa per me" conclusi.
Poi ci fu la stagione televisiva di Montalbano, e "vedere" le parole mi aiutò a capirle. Vai a sapere se fu per la simpatia del personaggio, o perché qualche meccanismo in me si era messo in moto, fatto sta che da un rifiuto passai a un'infatuazione. La Sicilia, il suo dialetto, i suoi tipi umani, i suoi paesaggi, tutto mi prendeva e con una tale forza che mi dedicai quasi esclusivamente alla lettura di Camilleri per un bel pezzo, Montalbano, ma anche i romanzi.
Cominciai a seguire anche le interviste: mi piaceva sentirlo parlare, sembrava che il discorso non si esaurisse mai dentro di lui, riusciva a spiegare profondamente i propri pensieri con semplicità e spesso enunciava in modo scherzoso o comunque incisivo verità umane condivise dai più ma che nelle sue parole acquisivano limpidezza e convinzione. Ammiravo molto anche la vivezza della sua intelligenza e del suo pensiero, nonostante l'età, una cosa che apprezzo assai, perché è manifestazione di una vita davvero vissuta.
Tra i suoi tantissimi scritti, ricordo in particolare Il tailleur grigio, un giallo e una fine indagine psicologica dell'animo femminile, come nel migliore Camilleri.
Adele è una donna affascinante, bellissima, sensuale, sposa di un opaco bancario, Febo. I due si sono conosciuti al funerale di un collega di lui, e per l'uomo è stato colpo di fulmine. Egli la vede una prima volta avvolta nel tailleur nero del lutto, e una seconda, elegante e misteriosa nel simbolico tailleur grigio.
Adele è "femmina", siciliana, focosa e non sta buona buona ad aspettare il marito, ma ha una nutrita serie di amanti.
Un giorno però Febo si ammala. La trasformazione di Adele è improvvisa, si dedica al marito giorno e notte, e, con sommo stupore, lui che non riesce a comprendere l'animo di quella donna, vede un capello bianco nella chioma della sempre perfetta ed elegante moglie.
Quando per caso Febo trova degli appunti di Adele in cui lei prova le varie frasi di commemorazione, capisce. E l'ultima immagine sarà proprio quella di Adele nel suo impeccabile, affascinante, conturbante tailleur grigio.
Probabilmente grazie a Camilleri la mia fascinazione per la Sicilia e i suoi abitanti si è accresciuta, la percepisco misteriosa, sensuale, inafferrabile. Naturalmente la mia Sicilia è una terra che non conosce la violenza trucida o le colpe della mafia, è una Sicilia di immaginazione e di affetto, che, ne sono sicura, mi ha trasmesso lo scrittore di Porto Empedocle.
Sono passati alcuni giorni dalla sua morte, forse il tempo necessario per elaborare, non l'ho mai conosciuto personalmente, solo attraverso i suoi scritti e le sue parole, ma la sua assenza mi ha colpita, è mancato qualcuno che nel mio immaginario c'era da molto tempo.
(Donna Moderna 17/07/2019)
"Ah, Camilleri non fa per me" conclusi.
Poi ci fu la stagione televisiva di Montalbano, e "vedere" le parole mi aiutò a capirle. Vai a sapere se fu per la simpatia del personaggio, o perché qualche meccanismo in me si era messo in moto, fatto sta che da un rifiuto passai a un'infatuazione. La Sicilia, il suo dialetto, i suoi tipi umani, i suoi paesaggi, tutto mi prendeva e con una tale forza che mi dedicai quasi esclusivamente alla lettura di Camilleri per un bel pezzo, Montalbano, ma anche i romanzi.
Cominciai a seguire anche le interviste: mi piaceva sentirlo parlare, sembrava che il discorso non si esaurisse mai dentro di lui, riusciva a spiegare profondamente i propri pensieri con semplicità e spesso enunciava in modo scherzoso o comunque incisivo verità umane condivise dai più ma che nelle sue parole acquisivano limpidezza e convinzione. Ammiravo molto anche la vivezza della sua intelligenza e del suo pensiero, nonostante l'età, una cosa che apprezzo assai, perché è manifestazione di una vita davvero vissuta.
Tra i suoi tantissimi scritti, ricordo in particolare Il tailleur grigio, un giallo e una fine indagine psicologica dell'animo femminile, come nel migliore Camilleri.
Adele è una donna affascinante, bellissima, sensuale, sposa di un opaco bancario, Febo. I due si sono conosciuti al funerale di un collega di lui, e per l'uomo è stato colpo di fulmine. Egli la vede una prima volta avvolta nel tailleur nero del lutto, e una seconda, elegante e misteriosa nel simbolico tailleur grigio.
Adele è "femmina", siciliana, focosa e non sta buona buona ad aspettare il marito, ma ha una nutrita serie di amanti.
Un giorno però Febo si ammala. La trasformazione di Adele è improvvisa, si dedica al marito giorno e notte, e, con sommo stupore, lui che non riesce a comprendere l'animo di quella donna, vede un capello bianco nella chioma della sempre perfetta ed elegante moglie.
Quando per caso Febo trova degli appunti di Adele in cui lei prova le varie frasi di commemorazione, capisce. E l'ultima immagine sarà proprio quella di Adele nel suo impeccabile, affascinante, conturbante tailleur grigio.
Probabilmente grazie a Camilleri la mia fascinazione per la Sicilia e i suoi abitanti si è accresciuta, la percepisco misteriosa, sensuale, inafferrabile. Naturalmente la mia Sicilia è una terra che non conosce la violenza trucida o le colpe della mafia, è una Sicilia di immaginazione e di affetto, che, ne sono sicura, mi ha trasmesso lo scrittore di Porto Empedocle.
Sono passati alcuni giorni dalla sua morte, forse il tempo necessario per elaborare, non l'ho mai conosciuto personalmente, solo attraverso i suoi scritti e le sue parole, ma la sua assenza mi ha colpita, è mancato qualcuno che nel mio immaginario c'era da molto tempo.
(Donna Moderna 17/07/2019)
Published on July 25, 2019 07:19
July 3, 2019
Recensione: La cattiva strada, di Sébastien Japrisot
Non c'è niente più forte dell'amore, Denis abita a Parigi e frequenta la classe quarta del collège, in una scuola di religiosi, ha quindi quattordici anni. Non è uno studente modello, se c'è da far confusione o a botte è tra i primi e il suo nome sull'elenco in mano al sorvegliante ha sempre una crocetta rossa rossa di fianco, che indica gli elementi che vanno tenuti d'occhio.
Il suo migliore amico e Pierrot, ci sono poi Jacky, Ramon, Cossonier, il loro bersaglio è spesso Prieffin, magrolino, codardo, in riga con i professori.
La giornata scolastica è lunga: al mattino le lezioni, al pomeriggio lo studio, fino a pomeriggio inoltrato. Denis appena può svicola dai suoi doveri, non ne ha voglia.
Più o meno le giornate si scandiscono tutte nello stesso modo: quando arriva il professor Bellon, nel giro di un quarto d'ora, tutta la classe è in confusione; il povero prete minaccia di mandare tutti fuori, ma poi, accorgendosi che proprio questa era la mira dei suoi studenti, si blocca incerto su quali pesci pigliare. Leterrand, cioè Denis, è sempre tra i primi a essere punito. Finita la confusione, il professore ricomincia la sua lezione, di francese, greco o latino.
Un giorno, tuttavia, le cose cominciano a cambiare. La scuola aveva organizzato una raccolta per i malati dell'ospedali e i ragazzi andavano a fare loro visita. La raccolta continuò anche alla ripresa delle lezioni dopo Natale. Denis non ci era mai andato, e fu così che il prefetto gli suggerì di comportarsi bene per non essere in punizione il giovedì e poter andare a far visita.
Denis accettò. Quando arrivò all'ospedale non c'era nessuno, si aggirò un po' per i corridoio, finché:
Mentre faceva visita a un malato, Denis ripensò al viso della suora, era propri carino, e gli venne in mente che non avrebbe fatto certo fatica a trovare un fidanzato. Il pensiero che il visino appartenesse a una suora non gli dispiacque. All'ora di tornare a casa, incontrò di nuovo Suor Clotilde, scambiarono due parole sulla scuola, poi lui se ne andò, con il bavero alzato sotto la pioggia
Fu così per tutto il mese di febbraio, si sedevano su una panchina del parco e chiacchieravano. Lei era nata a Le Voulte e aveva 26 anni, aveva studiato dalle suore e poi era rimasta in convento.
I dieci minuti che passavano insieme, erano sempre più densi di parole, di fatti, di sentimenti. Talvolta succedeva qualcosa per cui Suor Clotilde si arrabbiava, e Denis temeva che non l'avrebbe più rivista, tutte le sere lui lo accompagnava in tram, con la scusa che anche lui abitava da quelle parti, mentre poi doveva rifare tutta la strada in senso opposto.
Come prova della sua buona fede Denis un giorno glielo confessa, e lei non vuole più che l'accompagni, anzi gli dice che non verrà più all'ospedale. Denis si sente perso, teme che lei si sia offesa. Così, spontaneamente lei gli suggerisce di andare lui al convitto, la sera, dopo le lezioni. Lo avrebbe aiutato nello studio. Quella notte, Suor Clotilde non riesce a prendere sonno, si chiede perché avesse avuto paura di rivedere Denis, e non capisce :Dio non ha proibito di ricambiare l'affetto di una ragazzo.
Intanto a scuola le cose cambiano. Arriva un nuovo compagno, Debaucourt, un tipo strafottente, anche un po' violento e più esperto della vita di Denis. In breve i due prima fanno a botte poi si vantano delle loro conquiste. Per non essere da meno Denis gli svela di avere una fidanzata, e che è una suora.
Da quel moneto nella sua mente qualcosa si spezza, sente che le cose non sono più le stesse, non possono essere più le stesse, vorrebbe tornare a essere puro come prima, chiede aiuto al confessore, ma non viene capito, e a casa i suoi sono contenti perché i suoi voti stanno migliorando.
Senza che se ne accorgano, Denis e Suor Clotilde sono sempre più vicini, più turbati, le loro mani si toccano, le labbra sfiorano le guance e i loro pensieri sono costantemente rivolti a quando si rivedranno di nuovo, non sapendo resistere alla voglia matta di stare insieme.
La passione si accende adagio e scoppia dirompente, Suor Clotilde pensa continuamente a Denis, e se non lo vede si dispera. Ma non prova alcun rimorso, nessun pentimento, continua a fare la comunione, perché è convinta di non fare nulla di male: ama un ragazzo, ama Denis, non più come un figlio, non più come un fratello, ora lo sa.
Denis invece sente che tutto è cambiato, soprattutto dopo la scazzottata con Debacourt, per via delle esternazioni sulle ragazze. I pensieri su Suor Clotilde lo turbano e gli fanno vedere tutto più sporco, più turpe. Nella settimana che lui non va al convitto, Suor Clotilde crede di impazzire, prima è decisa a non vederlo mai più, poi a supplicarlo di tornare.
Non potendosi più veder al convitto, suor Clotilde si fa prestare un appartamento da una sua amica che sta per sposarsi. La sera Denis arriva in anticipo, lei lo accoglie in vestaglia, coi capelli corti scoperti. Il tentennare, il non saper cosa pensare, la sensazione che tutto sia volgare, e poi la consapevolezza che invece non sia così. Parole dolci, innamorate, appassionate, carezze e baci, i due amanti sono tutto l'uno per l'altra, nessuna paura, la voglia di sfidare il mondo.
Sullo sfondo del loro amore, dove esistono solo oro due, c'è la guerra e ci sono i bombardamenti. Uno più violento degli altri fa decidere la famiglia Leterrand di mandare via Denis. Non è possibile, non si possono dividere loro due, loro si amano, non possono stare l'uno senza l'altra. E così un pensiero, impossibile, inaudito si insinua in suor Clotilde: partiranno insieme, lei dirà alla madre superiora che andrà dai suoi, lui che si recherà con suor Clotilde in uno specie di ritiro per non rimanere indietro con gli studi. E così trascorrono al più bella estate della loro vita, liberi e da soli, nella casa di suor Clotilde, anzi di Claude, felici come non mai, nonostante i pettegolezzi e le cattiverie dei paesani, loro non cedono, mettono il loro amore sopra di tutto, e continuano a vivere sfacciatamente, liberamente, intensamente la loro storia.
Ma tutto finisce: le voci arrivano alla madre superiora che si reca a Villarguier.
Claude la riceve in gonna estiva con i capelli scoperti, la donna le chiede spiegazioni, e lei, spontaneamente, sincera fino al martirio, svela che lo ama, che non può vivere senza di lui, che hanno dormito insieme.
Fino alla decisione finale: Claude si sfila la fede d'argento, la dà alla suora e le dice di andarsene, di non farsi più vedere.
Per evitare uno scandalo non denunciano Claude, ma mandano Denis in collegio, fino alla maggiore età, completamente da solo.
Anche lui non è più un ragazzino, ma un uomo libero, libero di amarla, e di aspettare, perché quello per cui aspetta è ben più della libertà, è la vita, e lui ha vissuto, così come lei ha vissuto, e non smetteranno certo perché loro non capiscono. Il loro amore è puro, pulito, sincero, grande, non se lo faranno portare via da nessuno, perché, come dice l'epigrafe:
Japrisot è capace di trattare un tema all'apparenza scabroso, con la dolcezza e la leggiadria di una grande storia d'amore, dalla quale la maggior lezione che traiamo è che nulla di ciò che riguarda il rapporto tra maschio e femmina è sporco, illecito o scandaloso se i protagonsti sono sinceri, onesti, veri, vivi. Vivere vuol dire accettare quel che la vita ci presenta, perché è lei la più forte, e dalla vita non può venire nulla di male, come da Dio, per chi crede. Dio ci ama, incondizionatamente, non solo per perdonarci, ma semplicemente per amarci, perché siamo sue creature.
In questo modo Denis e Claude vivono la loro passione, agli occhi degli uomini, della "legge degli uomini" così vergognosa, indecente, sacrilega, con tutta la naturalezza, la felicità, la dedizione totale di due anime pure.
Né l'uno né l'altra sono esseri speciali, sono due ragazzi normalissimi, con le pecche tipiche della loro età. Suor Clotilde non ha conosciuto altro nella vita se non la tonaca, ma quando si tratta di entrare nella vita vera, nonostante un po' di paura, non ha dubbi. Seguendo i moti del suo animo, capiamo quanto sia sottile la linea che separa il bene dal male, la tentazione dalla chiamata alla vita.
Denis e Claude rimangono nella nostra anima come due talismani che ci augurano di saper aspettare, di non aver paura, di non vergognarci, se in gioco c'è la vita.
La loro storia è la storia di un grande scrittore, la cui penna ha tratteggiato con delicatezza un ambito tra i più delicati della emozionalità umana.
Il suo migliore amico e Pierrot, ci sono poi Jacky, Ramon, Cossonier, il loro bersaglio è spesso Prieffin, magrolino, codardo, in riga con i professori.
La giornata scolastica è lunga: al mattino le lezioni, al pomeriggio lo studio, fino a pomeriggio inoltrato. Denis appena può svicola dai suoi doveri, non ne ha voglia.
Più o meno le giornate si scandiscono tutte nello stesso modo: quando arriva il professor Bellon, nel giro di un quarto d'ora, tutta la classe è in confusione; il povero prete minaccia di mandare tutti fuori, ma poi, accorgendosi che proprio questa era la mira dei suoi studenti, si blocca incerto su quali pesci pigliare. Leterrand, cioè Denis, è sempre tra i primi a essere punito. Finita la confusione, il professore ricomincia la sua lezione, di francese, greco o latino.
Un giorno, tuttavia, le cose cominciano a cambiare. La scuola aveva organizzato una raccolta per i malati dell'ospedali e i ragazzi andavano a fare loro visita. La raccolta continuò anche alla ripresa delle lezioni dopo Natale. Denis non ci era mai andato, e fu così che il prefetto gli suggerì di comportarsi bene per non essere in punizione il giovedì e poter andare a far visita.
Denis accettò. Quando arrivò all'ospedale non c'era nessuno, si aggirò un po' per i corridoio, finché:
trovò una porta aperta. Oltre, una grande stanza vuota, senza un mobile, disabitata. In quella stanza Denis incontrò la suora con il velo bianco che guadava il cielo da una finestra.Quando la suora lo vide, lo accompagnò dai suoi compagni.
La vide di spalle: piuttosto alta, stava perfettamente immobile, con il velo che le scendeva sulle spalle in pieghe composte e lineari".
Mentre faceva visita a un malato, Denis ripensò al viso della suora, era propri carino, e gli venne in mente che non avrebbe fatto certo fatica a trovare un fidanzato. Il pensiero che il visino appartenesse a una suora non gli dispiacque. All'ora di tornare a casa, incontrò di nuovo Suor Clotilde, scambiarono due parole sulla scuola, poi lui se ne andò, con il bavero alzato sotto la pioggia
e uno strano peso nel pettoiDa quel giorno in po il giovedì divenne una consuetudine: Denis si era messo a rigar dritto, così non veniva messo in punizione e si recava all'ospedale, il vero motivo non gli era ancora molto cosciente, ma era contento quando vedeva Suor Clotilde.
Fu così per tutto il mese di febbraio, si sedevano su una panchina del parco e chiacchieravano. Lei era nata a Le Voulte e aveva 26 anni, aveva studiato dalle suore e poi era rimasta in convento.
I dieci minuti che passavano insieme, erano sempre più densi di parole, di fatti, di sentimenti. Talvolta succedeva qualcosa per cui Suor Clotilde si arrabbiava, e Denis temeva che non l'avrebbe più rivista, tutte le sere lui lo accompagnava in tram, con la scusa che anche lui abitava da quelle parti, mentre poi doveva rifare tutta la strada in senso opposto.
Come prova della sua buona fede Denis un giorno glielo confessa, e lei non vuole più che l'accompagni, anzi gli dice che non verrà più all'ospedale. Denis si sente perso, teme che lei si sia offesa. Così, spontaneamente lei gli suggerisce di andare lui al convitto, la sera, dopo le lezioni. Lo avrebbe aiutato nello studio. Quella notte, Suor Clotilde non riesce a prendere sonno, si chiede perché avesse avuto paura di rivedere Denis, e non capisce :Dio non ha proibito di ricambiare l'affetto di una ragazzo.
Intanto a scuola le cose cambiano. Arriva un nuovo compagno, Debaucourt, un tipo strafottente, anche un po' violento e più esperto della vita di Denis. In breve i due prima fanno a botte poi si vantano delle loro conquiste. Per non essere da meno Denis gli svela di avere una fidanzata, e che è una suora.
Da quel moneto nella sua mente qualcosa si spezza, sente che le cose non sono più le stesse, non possono essere più le stesse, vorrebbe tornare a essere puro come prima, chiede aiuto al confessore, ma non viene capito, e a casa i suoi sono contenti perché i suoi voti stanno migliorando.
Senza che se ne accorgano, Denis e Suor Clotilde sono sempre più vicini, più turbati, le loro mani si toccano, le labbra sfiorano le guance e i loro pensieri sono costantemente rivolti a quando si rivedranno di nuovo, non sapendo resistere alla voglia matta di stare insieme.
La passione si accende adagio e scoppia dirompente, Suor Clotilde pensa continuamente a Denis, e se non lo vede si dispera. Ma non prova alcun rimorso, nessun pentimento, continua a fare la comunione, perché è convinta di non fare nulla di male: ama un ragazzo, ama Denis, non più come un figlio, non più come un fratello, ora lo sa.
Denis invece sente che tutto è cambiato, soprattutto dopo la scazzottata con Debacourt, per via delle esternazioni sulle ragazze. I pensieri su Suor Clotilde lo turbano e gli fanno vedere tutto più sporco, più turpe. Nella settimana che lui non va al convitto, Suor Clotilde crede di impazzire, prima è decisa a non vederlo mai più, poi a supplicarlo di tornare.
Non potendosi più veder al convitto, suor Clotilde si fa prestare un appartamento da una sua amica che sta per sposarsi. La sera Denis arriva in anticipo, lei lo accoglie in vestaglia, coi capelli corti scoperti. Il tentennare, il non saper cosa pensare, la sensazione che tutto sia volgare, e poi la consapevolezza che invece non sia così. Parole dolci, innamorate, appassionate, carezze e baci, i due amanti sono tutto l'uno per l'altra, nessuna paura, la voglia di sfidare il mondo.
Sullo sfondo del loro amore, dove esistono solo oro due, c'è la guerra e ci sono i bombardamenti. Uno più violento degli altri fa decidere la famiglia Leterrand di mandare via Denis. Non è possibile, non si possono dividere loro due, loro si amano, non possono stare l'uno senza l'altra. E così un pensiero, impossibile, inaudito si insinua in suor Clotilde: partiranno insieme, lei dirà alla madre superiora che andrà dai suoi, lui che si recherà con suor Clotilde in uno specie di ritiro per non rimanere indietro con gli studi. E così trascorrono al più bella estate della loro vita, liberi e da soli, nella casa di suor Clotilde, anzi di Claude, felici come non mai, nonostante i pettegolezzi e le cattiverie dei paesani, loro non cedono, mettono il loro amore sopra di tutto, e continuano a vivere sfacciatamente, liberamente, intensamente la loro storia.
Ma tutto finisce: le voci arrivano alla madre superiora che si reca a Villarguier.
Claude la riceve in gonna estiva con i capelli scoperti, la donna le chiede spiegazioni, e lei, spontaneamente, sincera fino al martirio, svela che lo ama, che non può vivere senza di lui, che hanno dormito insieme.
Fino alla decisione finale: Claude si sfila la fede d'argento, la dà alla suora e le dice di andarsene, di non farsi più vedere.
Buona o cattiva che sia, ormai ho preso questa strada. L'abbiamo presa entrambi, senza neanche un rimpianto, neanche quello di non averlo fatto primaDenis ritorna a scuola, mentre i suoi decidono sul da farsi.
Per evitare uno scandalo non denunciano Claude, ma mandano Denis in collegio, fino alla maggiore età, completamente da solo.
Anche lui non è più un ragazzino, ma un uomo libero, libero di amarla, e di aspettare, perché quello per cui aspetta è ben più della libertà, è la vita, e lui ha vissuto, così come lei ha vissuto, e non smetteranno certo perché loro non capiscono. Il loro amore è puro, pulito, sincero, grande, non se lo faranno portare via da nessuno, perché, come dice l'epigrafe:
Credi nel tuo Di, se puoi,Si legge quasi senza interruzioni, la lingua è semplice, diretta, la narrazione fluisce naturalmente, come naturalmente nasce, si sviluppa e si manifesta l'amore assoluto di Denis e suor Clotilde.
ma credi soprattutto nella vita.
Se la tua vita dimentica il tuo Dio, tienti stretta la vita.
Se il tuo Dio ti impedisce di vivere, abbandona il tuo Dio.
La tua vita è l'unica cosa che hai
e, chiunque tu sia, il tuo Dio non è il mio
Japrisot è capace di trattare un tema all'apparenza scabroso, con la dolcezza e la leggiadria di una grande storia d'amore, dalla quale la maggior lezione che traiamo è che nulla di ciò che riguarda il rapporto tra maschio e femmina è sporco, illecito o scandaloso se i protagonsti sono sinceri, onesti, veri, vivi. Vivere vuol dire accettare quel che la vita ci presenta, perché è lei la più forte, e dalla vita non può venire nulla di male, come da Dio, per chi crede. Dio ci ama, incondizionatamente, non solo per perdonarci, ma semplicemente per amarci, perché siamo sue creature.
In questo modo Denis e Claude vivono la loro passione, agli occhi degli uomini, della "legge degli uomini" così vergognosa, indecente, sacrilega, con tutta la naturalezza, la felicità, la dedizione totale di due anime pure.
Né l'uno né l'altra sono esseri speciali, sono due ragazzi normalissimi, con le pecche tipiche della loro età. Suor Clotilde non ha conosciuto altro nella vita se non la tonaca, ma quando si tratta di entrare nella vita vera, nonostante un po' di paura, non ha dubbi. Seguendo i moti del suo animo, capiamo quanto sia sottile la linea che separa il bene dal male, la tentazione dalla chiamata alla vita.
Denis e Claude rimangono nella nostra anima come due talismani che ci augurano di saper aspettare, di non aver paura, di non vergognarci, se in gioco c'è la vita.
La loro storia è la storia di un grande scrittore, la cui penna ha tratteggiato con delicatezza un ambito tra i più delicati della emozionalità umana.
Published on July 03, 2019 00:31
May 12, 2019
Una bella emozione
eIl 9 maggio 2019 Al Salone Internazionale del Libro di Torino nello stand della Booksprint Edizioni sono stata intervistata davanti alle telecamere.
Perché tacerlo? MI piace essere al centro dell'attenzione e quindi mi sono sentita molto a mio agio, anche grazie alla professionalità di Eva, la presentatrice.
La location era eccezionale. Il Salone è sempre un evento per il lettore, per lo scrittore è una bellissima emozione. Nonostante le polemiche che lo hanno seguito quest'anno, c'era molto pubblico, parecchi bambini ai workshop, una nutrita scelta di case editrici, anche indipendenti.
C'erano anche, è vero, stand poco in linea con la parole chiave libro-lettura-scritture-autori-lettori, tuttavia non mi hanno disturbato molto.
Tempo per soddisfare le mie curiosità ne ho avuto poco, ma ho fatto in tempo a trovare due libri per me molto preziosi, anzi tre: Le scritture delle donne. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie, Carocci, e Storia della letteratura russa di Paolo Carpi, sempre Carocci Di tutt'altro genere Il simbolismo alchemico, della indipendente Keltia, piccolo manuale per apprendisti alchimisti.
L'intervista è stata comunque l'evento principale della mia giornata. Oltre a raccontare un po' del mio mestiere di insegnante, del rapporto con gli studenti (che per me sono speciali), ci siamo poi concentrati su Insondabile destino che si muove tra l'epoca celtica (II secolo a. C.) e i giorni nostri. Protagoniste sono due donne assai coraggiose, impavide e decise a difendere il loro diritto a vivere la propria esistenza senza compromessi: Gwyny e Beatrice Sensi. La prima figlia dell'Arcidruido, la secondo importante docente universitaria. Al cuore di tutta la storia troviamo un taccuino misterioso, vergato in una lingua sconosciuta, probabilmente di origine celtica, se non fosse che i Celti non usavano la scrittura, ma imparavano tutto a memoria, che è uno dei motivi per cui non ci è rimasto molto della loro cultura da fonti dirette.
La sua decrittazione permetterà alla scrittura e alla lettura di fare da ponte magico tra il mondo di Gwyny e quello di Beatrice.
In Insondabile destino c'è posto anche per l'amore: appassionato, sincero, devoto e, come sempre, ribelle.
Vi invito dunque a guardare l'intervista, perché ne sono soddisfatta e, inutile dirlo, per me significherebbe molto se vi venisse voglia di acquistare il libro, sarebbe un gesto di affetto nei miei confronti che non smetterò mai di apprezzare. Lo trovate su Amazon, IBS, Mondadori, o sul sito della Booksprint.
Buona lettura! Aspetto i vostri commenti.
Perché tacerlo? MI piace essere al centro dell'attenzione e quindi mi sono sentita molto a mio agio, anche grazie alla professionalità di Eva, la presentatrice.
La location era eccezionale. Il Salone è sempre un evento per il lettore, per lo scrittore è una bellissima emozione. Nonostante le polemiche che lo hanno seguito quest'anno, c'era molto pubblico, parecchi bambini ai workshop, una nutrita scelta di case editrici, anche indipendenti.
C'erano anche, è vero, stand poco in linea con la parole chiave libro-lettura-scritture-autori-lettori, tuttavia non mi hanno disturbato molto.
Tempo per soddisfare le mie curiosità ne ho avuto poco, ma ho fatto in tempo a trovare due libri per me molto preziosi, anzi tre: Le scritture delle donne. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie, Carocci, e Storia della letteratura russa di Paolo Carpi, sempre Carocci Di tutt'altro genere Il simbolismo alchemico, della indipendente Keltia, piccolo manuale per apprendisti alchimisti.
L'intervista è stata comunque l'evento principale della mia giornata. Oltre a raccontare un po' del mio mestiere di insegnante, del rapporto con gli studenti (che per me sono speciali), ci siamo poi concentrati su Insondabile destino che si muove tra l'epoca celtica (II secolo a. C.) e i giorni nostri. Protagoniste sono due donne assai coraggiose, impavide e decise a difendere il loro diritto a vivere la propria esistenza senza compromessi: Gwyny e Beatrice Sensi. La prima figlia dell'Arcidruido, la secondo importante docente universitaria. Al cuore di tutta la storia troviamo un taccuino misterioso, vergato in una lingua sconosciuta, probabilmente di origine celtica, se non fosse che i Celti non usavano la scrittura, ma imparavano tutto a memoria, che è uno dei motivi per cui non ci è rimasto molto della loro cultura da fonti dirette.
La sua decrittazione permetterà alla scrittura e alla lettura di fare da ponte magico tra il mondo di Gwyny e quello di Beatrice.
In Insondabile destino c'è posto anche per l'amore: appassionato, sincero, devoto e, come sempre, ribelle.
Vi invito dunque a guardare l'intervista, perché ne sono soddisfatta e, inutile dirlo, per me significherebbe molto se vi venisse voglia di acquistare il libro, sarebbe un gesto di affetto nei miei confronti che non smetterò mai di apprezzare. Lo trovate su Amazon, IBS, Mondadori, o sul sito della Booksprint.
Buona lettura! Aspetto i vostri commenti.
Published on May 12, 2019 01:06
May 5, 2019
Cosa significa "scrivere per se stessi"?
Questa volta il mio post vi rimanda a una piattaforma assai interessante: Medium, dove ho pubblicato questo articolo.
Spesso ci sentiamo dire "scrivi per te stesso", ma cosa significa poi nei fatti?
Mettere da parte tutte le nostre aspirazioni e tornare a scrivere un diario come quando eravamo adolescenti? O nascondere il nostro lavoro nel cassetto?
Eppure noi vogliamo essere pubblicati, e lo vogliamo anche per guadagnare soldi, per dirlo in modo chiaro. Voglio vivere delle mie parole, questa è la verità.
Ho cercato così di dare una risposta a questa frase sempreverde (ma dal significato logoro).
Potete leggerla qui:
https://medium.com/@annaferrari/what-...
Spesso ci sentiamo dire "scrivi per te stesso", ma cosa significa poi nei fatti?
Mettere da parte tutte le nostre aspirazioni e tornare a scrivere un diario come quando eravamo adolescenti? O nascondere il nostro lavoro nel cassetto?
Eppure noi vogliamo essere pubblicati, e lo vogliamo anche per guadagnare soldi, per dirlo in modo chiaro. Voglio vivere delle mie parole, questa è la verità.
Ho cercato così di dare una risposta a questa frase sempreverde (ma dal significato logoro).
Potete leggerla qui:
https://medium.com/@annaferrari/what-...
Published on May 05, 2019 09:17
April 27, 2019
Un vecchia cara amica
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Non vedo in quale altro modo chiamarla: la conosco da molto tempo e mi ha tenuto compagnia sia a casa sia a scuola, con i miei studenti.
Con loro è stata una piacevole scoperta: l'hanno subito apprezzata e se ne sono appassionati; qualora deste consigli di lettura, tenete conto assolutamente di Katherine Mansfield.
Katherine Mansfield è una top writer , una scrittrice da prima in classifica, probabilmente la più grande nel genere racconti brevi.
Molti autori, contemporanei e non, stanno al suo fianco o si sono a lei ispirati: Raymond Carver, Flannery O' Connor, Alice Munro e, più indietro nel tempo, Anton P. Cechov.
Mansfield è grande per la sua acuta intelligenza, per la capacità di tratteggiare un carattere con poche spruzzate di colore, per la profonda sensibilità che le fa vedere al di là dell'ordinario cosa si nasconde in profondità nell'anima di ciascuno (che non è detto sia sempre apprezzabile), per una scrittura asciutta (pochissimi aggettivi), a tratti nervosa, vibrante, sempre tesa al punto d'arrivo, dove confluiranno tutti i dettagli, tutti i segnali disseminati sul cammino, fino alla completezza dell'intera storia, che nella sua complessità celata si fa di facile lettura, offrendone tuttavia al contempo molteplici e sempre nuove, arricchite di spunti originali e arricchenti lo spirito di chi legge. Costui, costei non è mai lasciato in disparte, deve costruire insieme a lei, Katherine, il senso ultimo della narrazione.
La somiglianza delle sue short stories e quelle di Cechov è stridente. Nessuno dei due due si è mai cimentato con opere di grande respiro, lui fu anche un grande drammaturgo (Le tre sorelle, Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi), e i suoi racconti i più letti sono sicuramente La signora con il cagnolino, Le ostriche, La stanza numero 6.
Entrambi sanno dare al racconto un ritmo unico, cui si adatta la lettura che in tal modo rileva istantaneamente i passaggi di tensione, i cambi di umore, le sottili frenesie, le delusioni, la tristezza, la felicità. o ancora diversi altri sentimenti, tanti sono gli stati d'animo che questi due geni dell'animo umano sanno ricreare.
La migliore raccolta di Cechov ritengo sia quella di Garzanti, Racconti, in due volumi a cura di Fausto Malcovati, noto traduttore.
La Mansfield sarebbe meglio leggerla in originale, nella lingua inglese esistono certe sfumature di significato, di suono e di echi semantici che in traduzione si perdono. Comunque Tutti i racconti di Adelphi (dove tra i traduttori compare anche la poetessa Cristina Campo) è un ottimo compromesso.
Scegliere tra suoi racconti non è facile, personalmente non rinuncerei mai a Garden Party, The Bliss, The Fly e The Singing Lesson.
Della scelta che trovate su Scribd sulla home page del sito dico solo che me la sono trovata tra le mani con mio grande stupore senza nessuna fatica, i racconti sembravano sgorgare l'uno dall'altro senza soluzione di continuità.
Ecco allora che in Mr and Mrs Dove alla fine ci si chiede se davvero tra uomo e natura vi siano così molteplici somiglianze, e se in quel caso sia stata la natura a mimare i gesti umani, oppure gli uomini abbiano assunto i comportamenti degli animali, conferendo loro eleganza e significato.
In Doll's House si scopre una verità che forse ognuno conosce ma raramente se ne tiene conto: nei bambini non esistono differenze di classe, di ceto o economiche, per loro l'unica cosa importante è godere del giocattolo più bello che abbiano mai visto.Miss Brill, con una forse non auspicata epifania, si rende conto di quanto sia sola al mondo, e di come desideri invece il calore umano, In Marriage à la mode la moglie vive ancora nella beata innocenza e leggerezza dell'adolescenza, nonostante abbia due figli, per cui il divertimento, il gioco del flirt sono molto più eccitanti dell tranquillo e pago amore coniugale.
Non fatevi dunque scappare almeno uno di questi racconti, non c'è dubbio: gli altri seguiranno a ruota.
Se dovessi darle un rating? 5 stelle +
tag: Mansfield, Katherine, Anton, Cechov, Carver, O' Connor, Munro, racconti brevi, Mr, Mrs, Dove, Doll's House, Miss Brill, drammaturgo, il gabbiano, le tre sorelle, il giardino dei ciliegi
Anton P. Cechov
Non vedo in quale altro modo chiamarla: la conosco da molto tempo e mi ha tenuto compagnia sia a casa sia a scuola, con i miei studenti.Con loro è stata una piacevole scoperta: l'hanno subito apprezzata e se ne sono appassionati; qualora deste consigli di lettura, tenete conto assolutamente di Katherine Mansfield.
Katherine Mansfield è una top writer , una scrittrice da prima in classifica, probabilmente la più grande nel genere racconti brevi.
Molti autori, contemporanei e non, stanno al suo fianco o si sono a lei ispirati: Raymond Carver, Flannery O' Connor, Alice Munro e, più indietro nel tempo, Anton P. Cechov.
Mansfield è grande per la sua acuta intelligenza, per la capacità di tratteggiare un carattere con poche spruzzate di colore, per la profonda sensibilità che le fa vedere al di là dell'ordinario cosa si nasconde in profondità nell'anima di ciascuno (che non è detto sia sempre apprezzabile), per una scrittura asciutta (pochissimi aggettivi), a tratti nervosa, vibrante, sempre tesa al punto d'arrivo, dove confluiranno tutti i dettagli, tutti i segnali disseminati sul cammino, fino alla completezza dell'intera storia, che nella sua complessità celata si fa di facile lettura, offrendone tuttavia al contempo molteplici e sempre nuove, arricchite di spunti originali e arricchenti lo spirito di chi legge. Costui, costei non è mai lasciato in disparte, deve costruire insieme a lei, Katherine, il senso ultimo della narrazione.
La somiglianza delle sue short stories e quelle di Cechov è stridente. Nessuno dei due due si è mai cimentato con opere di grande respiro, lui fu anche un grande drammaturgo (Le tre sorelle, Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi), e i suoi racconti i più letti sono sicuramente La signora con il cagnolino, Le ostriche, La stanza numero 6.
Entrambi sanno dare al racconto un ritmo unico, cui si adatta la lettura che in tal modo rileva istantaneamente i passaggi di tensione, i cambi di umore, le sottili frenesie, le delusioni, la tristezza, la felicità. o ancora diversi altri sentimenti, tanti sono gli stati d'animo che questi due geni dell'animo umano sanno ricreare.
La migliore raccolta di Cechov ritengo sia quella di Garzanti, Racconti, in due volumi a cura di Fausto Malcovati, noto traduttore.
La Mansfield sarebbe meglio leggerla in originale, nella lingua inglese esistono certe sfumature di significato, di suono e di echi semantici che in traduzione si perdono. Comunque Tutti i racconti di Adelphi (dove tra i traduttori compare anche la poetessa Cristina Campo) è un ottimo compromesso.
Scegliere tra suoi racconti non è facile, personalmente non rinuncerei mai a Garden Party, The Bliss, The Fly e The Singing Lesson.
Della scelta che trovate su Scribd sulla home page del sito dico solo che me la sono trovata tra le mani con mio grande stupore senza nessuna fatica, i racconti sembravano sgorgare l'uno dall'altro senza soluzione di continuità.
Ecco allora che in Mr and Mrs Dove alla fine ci si chiede se davvero tra uomo e natura vi siano così molteplici somiglianze, e se in quel caso sia stata la natura a mimare i gesti umani, oppure gli uomini abbiano assunto i comportamenti degli animali, conferendo loro eleganza e significato.
In Doll's House si scopre una verità che forse ognuno conosce ma raramente se ne tiene conto: nei bambini non esistono differenze di classe, di ceto o economiche, per loro l'unica cosa importante è godere del giocattolo più bello che abbiano mai visto.Miss Brill, con una forse non auspicata epifania, si rende conto di quanto sia sola al mondo, e di come desideri invece il calore umano, In Marriage à la mode la moglie vive ancora nella beata innocenza e leggerezza dell'adolescenza, nonostante abbia due figli, per cui il divertimento, il gioco del flirt sono molto più eccitanti dell tranquillo e pago amore coniugale.
Non fatevi dunque scappare almeno uno di questi racconti, non c'è dubbio: gli altri seguiranno a ruota.
Se dovessi darle un rating? 5 stelle +
tag: Mansfield, Katherine, Anton, Cechov, Carver, O' Connor, Munro, racconti brevi, Mr, Mrs, Dove, Doll's House, Miss Brill, drammaturgo, il gabbiano, le tre sorelle, il giardino dei ciliegi
Anton P. Cechov
Published on April 27, 2019 07:09
April 11, 2019
April 18th, 2019
Ecco le immagini della presentazione di
Insondabile destino.
Grazie a tutti!
Published on April 11, 2019 07:24


