Max O'Rover's Blog

April 28, 2025

🇮🇪 Max O'Rover's books are back! 📚

🇮🇹 Tornano i libri di Max O'Rover! 📚
Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle è ora disponibile gratuitamente su Amazon per alcuni giorni!
Il primo libro in inglese, Of Good and Bad Hopes, è in pre-ordine e sarà disponibile dal 16 giugno, Bloomsday.
👉 Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle: https://www.amazon.it/dp/B0F32BC3DM
👉 Of Good and Bad Hopes: https://www.amazon.it/dp/B0F5HNL29Y

Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle (Italian Edition) by Max O'Rover 🇮🇪 Max O'Rover's books are back! 📚
Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle is now self-published and available for free for a few days!
The first non-fiction book in English, Of Good and Bad Hopes, is available for pre-order and will be released on Bloomsday, June 16th.
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Published on April 28, 2025 05:47 Tags: igcird, ireland, irlanda

July 13, 2017

Mal d’Irlanda in un libro: Monica Gazzetta recensisce IGCIRD

Se già dalle prime pagine ti viene voglia di andare a bere una pinta di Guinness al pub di Bob, dopo il desiderio di essere in Irlanda inizia a crescere fino a diventare una necessità. Il mal d’Irlanda, di cui spesso si sente parlare, inizia a bussare dentro di te, e chiede la tua attenzione.Max O’Rover, con Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle, ti sussurra all’orecchio e ti spinge ad aprire gli occhi: esiste un luogo migliore dove poter vivere, esistono paesaggi dai colori carichi e luminosi in cui perdersi. E di questo ne è dolorosamente a conoscenza uno dei protagonisti del libro, Massimo.


Irlanda – dipendente

Lui l’Irlanda la sogna, la ama, la brama, ne è quasi dipendente.














In questo libro c’è chi l’Irlanda la sogna e la vuole raggiungere (come nel caso di Massimo), chi l’ha lasciata e poi ci è dovuto tornare per questioni famigliari (Bob), chi proprio non la riconosce come parte di sé (Laura / Aoife) e chi, comunque, non l’ha mai abbandonata (Deirdre).


Nonostante le loro preoccupazioni, nonostante i loro dubbi e la loro rabbia, tutti i protagonisti hanno in comune una particolare determinazione, un libro e un qualcosa di “magico” che li tiene legati l’uno all’altro.


Niente accade per caso

La casualità non esiste in questa Terra, e il libro questo ce lo fa capire molto bene.


Chi legge segue le vicende di queste persone e, pagina dopo pagina, attende il momento in cui il verde brillante entrerà in scena, attende la maledetta fastidiosa pioggia, attende i rari colori del cielo quando le nuvole decidono di dargli tregua, attende di bersi una pinta con loro, con i protagonisti. Ma soprattutto, a chi legge, cresce sempre di più la curiosità di sapere come e se i protagonisti si incontreranno, e come andrà a finire.


Ritmate e mai noiose, le parole ci fanno viaggiare e ci fanno incontrare un’Irlanda non turistica, ma un’Irlanda vissuta, sognata e nascosta.


L’Irlanda presente nel sangue e nello spirito dei protagonisti: la vera Irlanda.


Personalmente, ho iniziato a pensare quale sia il centro di tutta questa storia. Tra una risata ed un’altra, mi chiedevo cosa fosse quel qualcosa che li unisce davvero tutti, i cinque personaggi principali del libro.


Certo, c’è l’Irlanda, c’è il libro e ci sono i luoghi. Ma non è mai tutto semplice quando si tratta di Irlanda, e le vere storie spesso sono racchiuse in altre storie.


Cathach Books

Quindi mi sono recata nel luogo che secondo me unisce tutti: la libreria Cathach Books, che dal Bloomsday del 2013 ha cambiato nome in Ulysses Rare Books e ho iniziato ad immergermi nei suoi libri rari, e a immaginare le loro storie.


Non è vero… l’ho trovata chiusa! Ma sicuramente ci ripasserò…

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Published on July 13, 2017 08:52

July 12, 2017

Cork: in ascolto nella città ribelle

Cork. Ci sono andata solo per il lago. Non sapete dell’esistenza del lago, vero? A sud di Cork c’è un lago dove prima, secondo la leggenda, si ergeva la tenuta di un re arrogante.

Le acque del suo giardino sembra fossero miracolose, guarivano ogni tipo di malattia e le persone iniziarono ad arrivare da ogni dove solo per berne anche solo una goccia e portarsene un pò a casa (non si sa mai nella vita). Infastidito da tutte quelle persone che giornalmente “infestavano” il suo amato e perfetto giardino, il re decise di far costruire un alto muro intorno alla sua tenuta; nessuno avrebbe più avuto accesso alla sua miracolosa acqua.

Come ogni re che si rispetti, anche questo aveva una figlia ovviamente bellissima (ci mancherebbe) e quando ella crebbe, lui decise di organizzare una festa per presentarla alla società e per trovarle marito (sia mai che rimanga zitella a vita). In molti giunsero e presto la festa si animò. Giunto il momento della cena, gli ospiti si accorsero che qualcosa di essenziale mancava: l’acqua. Il re, ricordò ai presenti gli effetti della sua miracolosa acqua ed incaricò la sua unica e bellissima figlia di andarla a prendere. La principessa ubbedì. Quando però, la giara che ella stava utilizzando iniziò a riempirsi, questa diventò troppo pesante per lei e scivolò in acqua.

Il livello dell’acqua iniziò a salire e non accennava a fermarsi. In breve tempo raggiunse il re ed i suoi ospiti e sommerse la dimora. Nessuno riuscì a fuggire ma nessuno morì. Fu così che nacque il lago di Cork e si narra che in alcuni giorni particolari, soprattutto al crepuscolo, si riesca a sentire la musica provenire dalle sue profondità.


In realtà, la leggenda è un pò più articolata ed è presente anche un principe ma non sono parti essenziali. Io voglio riuscire ad udire quella particolare melodia di festa e così ci vado. Mi siedo in una delle panchine vicino al lago e rimango in ascolto. Vento, versi di animali, voci di persone, il rumore delle canne dei pescatori che vengono a contatto con l’acqua del lago… niente musica. Forse perchè non era il crepuscolo? Forse perchè quello era un giorno come un altro? Forse perchè è solo una storia? Nulla di magico è avvenuto in quel momento e cambio meta.


Mi dirigo allora verso la Cattedrale di San Finbar, dove vi è un particolare angelo dorato. Una leggenda narra che questo angioletto suonerà le sue due trombe insieme a quelle degli altri angeli per annunciare l’apocalisse. Alle porte del nuovo millennio, vuoi per sicurezza (se non puoi suonare le tue trombe, non puoi annunciare l’inizio dell’apocalisse), vuoi per qualche pinta di troppo, qualcuno rubò le trombe dell’angelo. Furono comunque ritrovate in meno di 48 ore e rimesse al loro posto. Ed eccolo lì, a capo di una serie di sculture che comprendono gargoyle, grifoni e santi, c’è lui.

Nel suo oro brillante e pronto ad unirsi ai suoi colleghi, l’angelo della cattedrale di San Finbar sembra ti sorvegli dall’alto ma in realtà, secondo me, è solo concentrato; in attesa di annunciare l’inizio della fine.


Vi confesso che qualcosa di insolito mi è successo a Cork. Mentre vagavo sperduta tra le sue stradine, mi sono imbattuta in un piccolo negozio che vende candele, pietre, tarocchi… e nella sua proprietaria. Un’adorabile bionda signora che con un enorme sorriso mi da il benvenuto nel suo particolare negozio. Un pò annoiata (nel vedere sempre le stesse cose) e un pò senza speranza (non troverò mai quello che cerco qui dentro) inizio a scandagliare velocemente con gli occhi tutto il negozio. Non mi muovo, me ne sto lì, a due passi dall’ingresso a guardare. E poi lo vedo. Lo cercavo da molto ed eccolo proprio là. Mi illumino e lo raggiungo. Lo prendo in mano e mi dirigo alla cassa, non ci penso due volte, non controllo il prezzo. La gentile e solare signora vuole sostituire l’oggetto da me scelto con un altro meno polveroso e non scheggiato. Inorridita le rispondo che no, io voglio quello. Mi fissa per un pò e poi lo ripone in una scatolina blu. Io ringrazio, pago e saluto e lei mi risponde con un “buona fortuna per quello che cerchi”. Ora, a volte sono un pò a scoppio ritardato, quindi mi sono resa conto di quello che la bionda signora mi ha detto solo dopo una ventina di minuti ed a quel punto ho proseguito, sorridendo, per la mia strada. Alla fine, qualcosa di “magico” ho udito a Cork.


Per ora è tutto, a presto!


Sláinte!

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Published on July 12, 2017 05:27

July 8, 2017

La Figlia del Partigiano O’Connor: Italish Intervista Michele Marziani

È in uscita per Edizioni Clichy La Figlia del Partigiano O’Connor, il più recente libro di Michele Marziani. E La Figlia del Partigiano… si presenta con trama e ambientazione decisamente “Italish”: non potevamo non parlarne!



Italish – Appena si apre il libro troviamo addirittura una dedica a Christy Moore, vero e proprio monumento della musica irlandese, che ti ha fatto scoprire la storia – vera – a cui poi ti sei ispirato per il libro. Vuoi dirci qualcosa di più in proposito?


MM – Nel 2011 per la prima volta ho passato l’intera estate in Irlanda con l’intento di imparare l’inglese.


Non ho raggiunto l’intento (parlo malissimo, non capisco nulla, mi salva solo la scrittura) ma una sera ho visto in televisione un programma dedicato a Christy Moore dove si parlava della canzone “Viva la quinta brigada”.


È stata un’illuminazione: l’idea del mio romanzo ha preso forma da lì.


Così ho contattato Christy Moore, gli ho parlato del progetto e gli ho chiesto persino il permesso di intitolare il mio libro come la sua canzone. Poi nel tempo sia l’editore, sia io abbiamo optato per il titolo attuale. Christy Moore è stato molto contento del lavoro che intendevo fare e mi ha risposto:









Michele Marziani - la figlia del partigiano o'connor - clichy






La Figlia del Partigiano O’Connor, di Michele Marziani. Clichy, 2017.















“Dear Michele… I am happy to hear from you… please use the song in any way you wish… it is important that we remember our brothers and sisters who went to Spain to fight Fascism… Adelante…”


Io l’ho presa come una benedizione e sono andato avanti. Senza Christy Moore non avrei mai incontrato la vicenda che è nel cuore del libro.



Italish – Il libro è scorrevole, avvincente: ma oltre a questo presenta anche un rigore storico non indifferente. Quanto tempo ti ha richiesto documentarti sulla vicenda storica alla base del libro? Quali sono state le tue fonti? Quali sono stati gli accorgimenti e gli espedienti per fondere, nel libro, narrazione e fatti?


MM – C’è stato un grande lavoro di ricerca durato anni: in Irlanda, in Spagna dove sono andato appositamente, nell’isola di Ventotene.


È la somma di chiacchierate con testimoni, fonti d’archivio, documenti d’epoca. La storia che racconto è totalmente inventata ma non ho fatto altro che aggiungere un personaggio, Malachy O’Connor, il “partigiano”, dentro a vicende realmente accadute. Per esempio è esistita davvero una barca carica di anarchici spagnoli fermati di fronte a Barcellona e portati a Napoli davanti a un tribunale che li ha condannati al confino in Italia.


A bordo ci ho messo solo una persona in più, quella nata dalla mia fantasia. Non credo ci siano espedienti narrativi. Si tratta solo di vivere e raccontare una vicenda che sta dentro a un periodo storico preciso. È come vedere i grandi eventi da un singolo punto di vista, è molto affascinate per un narratore.



Italish – Una domanda dedicata a Pablita, il personaggio principale: una donna che, dopo aver passato gran parte della sua vita in un unico luogo, riscopre quella necessità del viaggio – tratto tutto irlandese – fisico e interiore al tempo stesso, che in poco tempo, ormai anziana, la porta letteralmente in giro per l’Europa, da Ventotene a Barcellona, all’Irlanda. Forse Pablita ha nel suo DNA irlandese la necessità del viaggio, di essere una “rover” per le strade d’Europa in cerca della verità su suo padre?


MM – Pablita, che non si è quasi mai mossa per 65 anni dal paese dove è nata, sui monti del Piemonte orientale, improvvisamente trova il coraggio, l’incoscienza, il desiderio e parte per questo grande viaggio a ritroso sulle orme del padre.


All’inizio è una specie di vacanza, poi le cose si complicano ma lei prosegue comunque con una caparbietà tutta irlandese. Decide di fare questo viaggio per diversi motivi, alcuni dei quali si scoprono nel corso della narrazione.


Sicuramente c’è un richiamo del sangue, delle radici, che diventa molto forte quando Pablita arriva in Irlanda e punta verso Ovest, verso il Connemara, dove era nato suo padre.



Italish – Non si ambienta un libro dalle parti di Roundstone, Connemara, così a caso… Vuoi dirci qualcosa delle tue personali frequentazioni irlandesi, letterarie e non?


MM – Il Connemara nasce da una fascinazione non letteraria.


Ci sono arrivato, sempre nel 2011, in uno di quei rarissimi periodi dove il tempo è stato splendido per tre giorni interi. E c’era qualcosa di colto e selvaggio insieme in quei paesaggi che sono non solo lo scenario ma l’ossatura della seconda parte del libro. Poi sono arrivati gli scrittori irlandesi. Fino a quel periodo avevo letto e amato praticamente solo Joyce, Beckett e Wilde, innamorandomi tantissimo soprattutto di Joyce.


Erano gli anni in cui Gianni Celati stava ritraducendo l’Ulisse. Non so perché ma mi capitava di incontrare persone che incrociavano questo lavoro e la traduzione infedele di Celati era la cartina di tornasole di un nuovo modo di sentire i rapporti tra lingue e letterature. So che c’entra poco, ma io l’ho avvertito forte mentre lavoravo a questo romanzo. Nella frequentazione con l’Irlanda ho incontrato poi altri scrittori che forse in qualche modo sono entrati in connessione con questo lavoro, penso soprattutto a William Trevor, ma l’idea di Irlanda sulla quale ho ricostruito i passaggi di un’epoca, non sembri irriverente, è quella di Frank McCourt ne Le ceneri di Angela.


Poi c’è la pesca: io sono un pescatore e come tale un frequentatore direi obbligato del Connemara e del Mayo. Per amore, infine, sono spesso a Dublino. Queste sono le mie Irlande, casuali ma non per caso, come le storie che metto insieme.



Italish – Una domanda che alla fine è “la” domanda su cui si basa tutto il lavoro svolto da ItalishMagazine nei suoi ormai otto anni di vita: tra letteratura e musica, perché ci sono così tante connessioni tra Italia e Irlanda? Come e perché questi due Paesi, così simili e così diversi, sembrano rispecchiarsi l’uno nell’altro?


MM – Non lo so perché.


La prima cosa che mi viene in mente è perché non sono due popoli tristi e neppure troppo disciplinati, propensi piuttosto ad arrangiarsi, a cavarsela, il più spesso possibile a tarallucci e vino (o Guinness, of course).


Non sempre è una buona cosa, ma rende il mondo un po’ più leggero. Certo questo a una prima lettura. Ma qualunque sia il motivo è innegabile che l’attrazione sia forte, un tempo credevo solo da parte degli italiani che un po’ mitizzavano l’Irlanda, poi ho capito che invece è reciproca.



Italish – Tra Spagna e Italia dall’Irlanda, lottando per ideali di uguaglianza e giustizia. È la storia del partigiano O’Connor ed è una storia europea, non solo per ambientazione ma anche, almeno secondo noi, per vocazione e valori. Vuoi dirci qualcosa in proposito?


MM – Basterebbe dire che questa storia passa dall’isola di Ventotene dove l’Europa è stata pensata e che non ci passa per caso.


Credo che la stagione del Novecento dove le persone normali – non solo i ricchi e i nobili, per quanto illuminati – hanno potuto andare, partire, per difendere un ideale, per sostenere un’utopia, sia stata una grande stagione per l’Europa e per la libertà di pensiero.


La guerra civile spagnola, la difesa della Repubblica contro il generale Franco sostenuto dall’Italia fascista e dalla Germania nazista ha visto il mobilitarsi di persone di ogni fede e nazione a difesa di un’idea di democrazia e di giustizia.


Mi ha molto colpito che nelle Brigate internazionali siano arrivati tanti giovani anche dall’Irlanda, paese poverissimo, ai margini della politica mondiale, ancora nel mezzo del braccio di ferro per l’indipendenza dall’Inghilterra.


Ne avevano di problemi in casa da risolvere, eppure sono partiti. Ecco, questa cosa mi ha commosso. Ma non volevo raccontare questa storia, ma come le vicende storiche e quelle personali si intreccino e ogni cosa abbia valore davvero solo nel momento in cui accade.

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Published on July 08, 2017 02:53

June 18, 2017

Sorelle Brennan: le signore della Celtic Music

Proprio così: Enya, che vanta di essere la musicista irlandese di maggior successo popolare della musica new age, e Moya Brennan, definita la “ First lady of celtic music”, sono sorelle; intraprendono gli studi musicali da bambine e cominciano entrambe la loro carriera con il gruppo di famiglia, i Clannad.


Le sorelle Brennan: Moya

Moya Brennan ha registrato 17 album coi Clannad e ha vinto un Grammy, un BAFTA e un Ivor Novello award col suo gruppo.


La sua carriera solista comincia nel 1992 con l’album Máire, seguito due anni dopo da Misty Eyed Adventures.


Nel 1998 esce Perfect Time e un anno dopo Whisper to the Wild Water. Quest’album ottiene una nomination ai Grammy Awards del 2001 nella categoria Best New Age Album.

La straordinaria voce di Máire Brennan, in arte Moya, è sempre stata considerata un punto focale della musica irlandese.


Con l’esperienza musicale insieme ai Clannad Moya ha contribuito a riportare alla luce in tutto il mondo l’eco di antiche battaglie, la fierezza dei re e dei principi di Tara e le leggende che circondano il popolo dei celti e il misterioso ordine dei druidi.





























Two Horizons rimane uno dei suoi lavori di maggior successo, apprezzato in tutto il mondo: un album dedicato a un’immaginaria ricerca dell’antica arpa di Tara simbolo di pace e di speranza che circonda l’Irlanda, l’Africa e gli Stati Uniti, oltrepassando la porta che unisce il passato col presente.


Moya Brennan ha scritto anche la sua autobiografia, The other side of the rainbow, un libro di storie e di racconti personali che ripercorrono tutta la carriera dell’artista entrando nel profondo della sua personalità femminile come donna, come madre e come artista. Molte delle esperienze personali hanno ispirato la composizione dei suoi brani di maggior successo. La sua vita, infatti, non è stata del tutto felice e con questo libro ha voluto semplicemente raccontare le luci e le ombre della sua esistenza.


Le sorelle Brennan: Enya

La sorella minore, Enya, deve il proprio nome d’arte all’acronimo derivato dalla pronuncia in lingua gaelica del vero nome della musicista, Eithne. Il nome completo in gaelico, Eithne Pádraigín Ní Bhraonáin, corrisponde all’inglese Enya O’ Brennan.


Per motivi “commerciali” entrambe le sorelle musiciste hanno dovuto adeguarsi alle scelte discografiche per rendere il loro nome più comprensibile al pubblico ed ottenere così un’identità mondiale.


Enya inizia a farsi conoscere a livello internazionale con l’album Watermark e arriva al successo planetario con A day without rain.


Nel corso della sua carriera Enya ha venduto più di 80 milioni di album ed è la cantante solista irlandese ad aver riscosso più successo nel mondo, nonché il fenomeno musicale più importante del suo paese dopo gli U2.


Insomma, una vera e propria soddisfazione per l’Irlanda!


Enya è cresciuta a Gaoth Dobhair, piccolo villaggio di pescatori nella contea del Donegal, nella regione del Gaeltach, cioè la zona in cui si parla ancora oggi il gaelico irlandese.


Tutta la famiglia è composta da musicisti: i nonni erano componenti di una band che suonava in giro per l’irlanda, suo padre era il leader della Slieve Foy Band, sua madre suonava in un gruppo di ballo. Successivamente il padre aprì un pub e la madre si dedicò all’insegnamento della musica alla Gweedore Comprehensive School.


Eithne ha quattro fratelli e quattro sorelle e alcuni di loro nel 1968 formarono la band An Clann As Dobhair, rinominata poi Clannad.


Nel 1979 Eithne termina gli studi e l’anno dopo si unisce ai Clannad insieme ai fratelli, Pól e Ciarán, agli zii Noel e Padraig Duggan e naturalmente alla sorella maggiore Máire, ormai in arte Moya.


La giovane musicista partecipa alla realizzazione degli album Crann Ull e Fuaim suonando le tastiere e partecipando ai cori, ma nel 1982 lascia il gruppo insieme al produttore e manager Nicky Ryan per intraprendere la sua carriera da solista.


Fu proprio Nicky Ryan ad avere l’intuizione sulle cosiddette Multivocals, ed individuò nel timbro lieve ma allo stesso tempo potente di Enya il mezzo più adatto per creare i grandi muri sonori corali che l’avrebbero portata al successo in tutto il mondo. Questo particolare uso dell’overdub conferisce ai brani un sound caratteristico e inconfondibile: per ottenere questo risultato è necessario sovrapporre la voce della cantante anche 500 volte, per mezzo di altrettante tracce.


L’altra grande innovazione da riconoscere a Enya e al suo team sono senz’altro gli arrangiamenti: tutti gli strumenti sono suonati da Enya (tipicamente alla tastiera elettronica) con una maestria tale che le permette di fondere in maniera unica la musica tradizionale irlandese con la musica classica o addirittura la musica pop. Lo stile musicale di Enya è



un malinconico ed evanescente folk irlandese correlato alla world music.


L’artista, spesso citata tra gli artisti new age, ha intrapreso questo tipo di percorso dopo aver composto alcune colonne sonore che ricordano lo stile dei Clannad, tuttavia, già a partire da Watermark (1988), la sua musica è divenuta più personale.


Inoltre ha composto tre brani ispirati al libro Il Signore degli Anelli di J.R.R Tolkien: Lothlórien (strumentale) nel 1991, May It Be nel 2001 (cantata in inglese ed in Quenya, lingua elfica) e Aníron (in dialetto Sindarin); queste ultime due fanno parte della colonna sonora del colossal di Peter Jackson, Il Signore degli Anelli, e May It Be ha ricevuto una nomination all’Oscar nel 2002 come miglior canzone.


Dietro le quinte

Dietro alla figura musicale di Enya ruota un trio composto dalla cantante stessa, che compone le musiche, suona e canta, da Nicky Ryan, produttore e arrangiatore, e da Roma Ryan, che scrive i testi in diverse lingue.


A causa della sua personalità molto riservata, Enya ha condotto una vita lontana dai riflettori ma, nonostante la mancanza di un Tour durante tutta la sua carriera, risulta essere la cantante femminile più ricca in Irlanda e Regno Unito.


L’artista, che si definisce timida di carattere, è estremamente riservata sulla sua vita privata: infatti ha spesso dichiarato di essere felice della sua totale dedizione alla musica, sottolineando più volte quanto questa sua dedizione, insieme all’amore per la propria indipendenza, si sia rivelata un ostacolo alle relazioni sentimentali.

E, almeno stando alle interviste rilasciate, non è sposata e non ha figli.


La cantante ha talvolta espresso il desiderio di realizzare una tournée, e considera l’eventualità come un’importante sfida nella propria carriera.


Tra i numerosi premi e riconoscimenti da lei ricevuti spiccano quattro Grammy Awards, sei World Tour Music Award, due lauree honoris causa.


Dal 1997, vive nel castello di Manderley, dimora Ottocentesca in stile vittoriano che si affaccia sul Mare d’irlanda, pochi chilometri fuori Dublino; suo ‘vicino di casa’ è il suo amico Bono.


Nonostante la distanza, fa regolarmente visita alla sua famiglia nel Donegal.


Le due sorelle Brennan, Moya ed Enya, hanno intrapreso una carriera di notevole successo e ciò le ha rese distanti fisicamente, ma non nello spirito: nonostante i numerosi impegni, le sorelle dichiarano che in un futuro potrebbero riunirsi musicalmente per onorare i ricordi del passato.

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Published on June 18, 2017 05:23

June 17, 2017

‘Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle’: tre mesi di #IGCIRD

E sono passati nove anni e altri tre romanzi scritti da quando cominciai a scrivere #IGCIRD. Questi tre mesi sono stati molto – come dire: – interessanti. Le prime presentazioni, a Firenze (Enoteca Alessi) e Livorno (Ex Cinema Aurora). Sono state, ovviamente, le mie prime volte. E, beh, come dire: mi sono piaciute parecchio…


Mi è piaciuto davvero molto rispondere alle domande sul libro e sul perché scrivo.


Del resto, data la genesi autobiografica del libro stesso, le due cose sono intimamente connesse.














#IGCIRD: un libro europeo

Una cosa a cui non ero preparato è stato il fatto che venissero trovate nel libro “cose” che non sapevo di averci messo, ma che sono ben contento siano venute fuori. Su tutto, in questo senso, la recensione di Angelo Ricci che ha definito #IGCIRD – Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle – un libro “europeo”: sì, lo è, è vero, verissimo; e grazie Angelo per averlo scritto, per avermelo fatto capire.


Ci sono, poi, le belle storie che riguardano i lettori. Storie che fanno rabbrividire dall’emozione e che porterò sempre con me. La storia di chi “non sapeva chi fossi”, perché Massimiliano non è Max, ma dobbiamo coabitare lo stesso corpo e quindi sì, mi avevi già visto (più o meno); la storia di chi ha aspettato che l’edizione cartacea arrivasse in Irlanda perché il libro spedito da Dublino era tutta un’altra cosa.


#IGCIRD a Dublino

E poi già: l’Irlanda.


Dublino.


Casa.


Sono tornato dall’Italia con una ventina di copie nello zaino. Erano la prova provata del fatto che quel tizio che era partito per Dublino da disoccupato e umiliato ci tornava (un po’ più alto in centimetri e con i chakra riallineati… ma questa è un’altra storia) da scrittore. Come dire.



Brilliant.


Tanto per citare a sproposito Roddy una volta di più.


Da bravo libro irlandese #IGCIRD ha avuto il suo Godot. Anzi, addirittura due.


Come in The Commitments Wilson Pickett non si fa vedere (non è esattamente così. Ma anche questa è un’altra storia), a Livorno non si è fatto vedere l’alter – ego “reale” di Bob, il publican. E no, a Dublino Roddy non si è fatta vedere. Perché, sì, per #IGCIRD c’è stata una presentazione dublinese.



Del resto è o non è un libro irlandese..?


Non ringrazierò mai abbastanza Catherine Dunne per avermi intervistato prima su Italish, e poi per la presentazione di #IGCIRD all’Istituto Italiano di Cultura. Avere lavorato con lei sulla traduzione di un brano del libro – un brano dedicato al tè e alla Guinness – è stato un punto d’arrivo.


Con quella magnifica sensazione di avere fatto qualcosa di buono












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Published on June 17, 2017 10:24

June 16, 2017

Racconti irlandesi di Max O’Rover: ‘In vacanza da Trolltunga’

Trolltunga non è in Irlanda. Ma allora perché questo racconto è, comunque, irlandese? Come ho avuto modo di raccontare durante la presentazione di #IGCIRDIl Giorno Che InContrammo Roddy Doyle – presso l’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, uno degli autori che mi ha ispirato nel decidere come scrivere il libro è stato Neil Gaiman.


In particolare la sua idea, meravigliosamente sviluppata in American Gods, secondo cui divinità e creature mitologiche continuano a esistere tra di noi ma con poteri ridotti a un pallido ricordo di quelli che avevano una volta.


Su questa idea di base ho scritto un capitolo importante di #IGCIRD, quello dedicato alla Banshee. Anche un mio vecchio racconto che vede il Diavolo sulle Aran ha alla base questo assunto, e in #IGCIRD si legge:


non sai che almeno un terzo dei buttafuori di Dublino è costituito da troll?


Questa idea è rimasta in un cassetto mentale fino a qualche giorno fa, quando è diventata:


In vacanza da Trolltunga

Piove a dirotto. Le voci del pub strapieno sono un brusio che si mescola a quello della pioggia, più forte quando qualcuno entra o esce.


Un pub è un posto vivo come un cuore, le persone che entrano ed escono sono la sua linfa vitale: il sangue. Loro, e la birra, un po’ come sangue arterioso e sangue venoso.


È un paragone tutto da umani questo, ma non me ne stupisco troppo.


Adam è andato al cesso e a riempirsi di caffè caldo il thermos mezz’ora fa.


Adesso tocca a me a entrare. Apro le doppie porte del pub ed entro in circolo.


Io del caldo e del caffè non ne avrei neanche bisogno. Di pisciare quello sì, certo, ogni tanto. Ma è una routine tra colleghi, questa di alternarsi a rientrare, quando uno di noi alla porta è più che sufficiente, e ho imparato che è bene averle le routine, tra colleghi.


Lavoro al Brian Boru da un sacco di tempo.


Me lo ricordo il vecchio. Poveraccio: vedi a pregare il Dio sbagliato che fine che si fa…


All’inizio è stato facile. Da quando ci sono i computer lo è parecchio meno, e prima o poi dovrò pensarci. A quel trucco degli orfani c’ero arrivato parecchio prima io di Highlander. Ma non basta più.

Dovrò pensarci.


Il pub è davvero strapieno. Le ragazze e i ragazzi si danno da fare. Fanno battere il cuore. Navigo le risate e i bicchieri prima verso il bancone e poi verso la toilette.


Vado a pisciare.


Quando esco dal cesso guardo Daisy e non c’è neanche bisogno di parlare: ha già riempito il mio thermos. Succo di mela riscaldato e miele.


Non posso bere alcolici quando sono in servizio.


Aggiungo come al solito una goccia di sangue di caprone dalla fiaschetta.


La fiaschetta è un regalo del rappresentante della Jameson.


Il sangue lo prendo da Mehmet, alla sua macelleria halal. Gli ho detto che lo uso come concime per le piante.


« Hai visto, Eoin? Una volta tanto c’è qualcuno più grosso di te qua dentro! »


Mi fa Zacko con la sua voce gentile come la carta vetrata a grana grossa.


Zachariah Sheahan è il publican più anziano e – chissà, forse proprio per quello – il mio preferito.


La faccia è ruvida tanto quanto la sua voce. Mi ricorda quella di Clint Eastwood a sessantanni o, in alternativa, quella di un Nano che ho ammazzato tremila anni fa.


Ma Zacko non ha la barba, anzi. Deve essere un maniaco della rasatura perfetta, perfetta come è sempre perfetta, immacolata e inamidata (ma esiste ancora l’amido?) la camicia bianca d’ordinanza.


Come troll non sono niente di che. Negli ultimi duemila anni ci siamo ristretti parecchio. Ma secondo i parametri umani – quelli della razza di cui fingo di fare parte – sono di categoria enorme.


E allora, invece di uscire a bermi il mio idromele caldo fatto alla come si può, alle parole di Zacho, che mi hanno fatto rizzare il pelo della nuca, mi avvicino al bancone con aria interrogativa.


Non ho grande espressività facciale. Mi mancano proprio i muscoli giusti, ecco.


Ma non è che alla fine Clint Eastwood sia tanto più espressivo di me.


Non ho visto nessuno di enorme, dall’ingresso alla toilette. Ma questo portento della natura potrebbe essere al piano di sopra, o nel giardino d’inverno, ai tavoli dove si serve la cena.


« Davvero Zacko? Dove? »


« Nel giardino d’inverno. È lì dalle tre del pomeriggio e sta continuando a ordinare. Tra birra e stufato d’agnello sarebbe bastato lui a fare l’incasso, oggi… »


E Zacko finisce con quella sua risata che adesso io lo so che è la sua risata, ma la prima volta che la senti non sai se Zacko sta per morire, o per sputarti addosso.


A questo punto anche una persona semplice come me finisce per essere un po’ curiosa.


Bevo il mio idromele dei poveri prima che faccia troppo schifo e torno verso la toilette, ma questa volta attraverso il corridoio opposto a quello che porta ai bagni ed entro nel giardino d’inverno.


C’è una tavolata di stranieri – li riconosci dalle pizze – e una, rumorosa, di un addio al nubilato.


In quello spazio chiuso riconosco l’odore immediatamente.


È come me.


Anche lui si accorge di me. Gli serve un attimo di più, l’attimo che gli serve a sollevare la testa dal piatto.


È seduto da solo a un tavolo, faccia al megaschermo. Deve girarsi per far confermare ai suoi occhi ciò che l’olfatto ormai ha suggerito anche a lui.


Mi avvicino. Si alza. Sono teso. Non preoccupato. Ma teso.


Nonostante tutto, questo incontro mi fa tornare in mente una storia.


Quella del cacciatore che uccise gli ultimi due lupi d’Irlanda.


Gli ultimi della specie.


E questa storia mi ha sempre fatto pensare alla possibilità che quel cacciatore tolse a quei due ultimi: quella di uccidersi tra di loro.


Cazzo, stasera Highlander mi perseguita…


Ma sono teso.


Provo a parlargli usando la Lingua. E lui finisce di girarsi e di alzarsi dalla sedia, e mi risponde.


Parla la Lingua con un accento che sa d’antico, un accento che sa di sangue e idromele. Di vero idromele; di vero sangue.


« Da dove vieni? » Gli chiedo.

« Da Trolltunga. » Mi risponde. Ma il nome non mi ricorda nessun luogo.


« È in Irlanda? »

« No. »

« Ma allora come hai fatto ad arrivare qui? » Quei pochi rimasti di noi lo sanno benissimo: non possiamo spostarci da dove siamo nati. Svaniremmo. E svanire è qualcosa di molto peggio del morire. È la legge, la regola, la dura realtà. Come ha fatto ad arrivare qui?


È come se mi avesse letto nel pensiero, e sono più che certo che non è possibile, perché l’intelligenza non è mai stata il nostro forte, ma tant’è: « Ti spiego dopo. »


C’è una sola uscita dal pub: la porta che custodisco come buttafuori ogni sera, dove devo tornare per non far incazzare Adam. Gli rispondo con un cenno d’assenso, e se gli venisse voglia di andarsene non potrebbe comunque fare altro che passarmi davanti.


Torno da Adam.


Il tempo scorre. Il battito del pub si fa più lento. Quando le saracinesche sono già abbassate e i ragazzi se ne sono andati tutti, la voce di Zacko, un po’ meno sicura del solito, mi dice:


« Il grosso è ancora di là. »

« Vado a parlarci io. »


Non so che cosa aspettarmi.


Nel giardino d’inverno mi accoglie la nota bassa di un generoso rutto.


Il megaschermo è ancora acceso. Un’altra partita, un altro sport, un altro continente…


È una delle cose che odio di più dell’Oggi, il sapere che comunque ci sono miliardi di vite per cui la tua alba è il loro tramonto e viceversa e non ci si ferma mai.


Preferivo i tempi in cui sapevo che la terra era piatta, che sapevo che tutti insieme aprivamo gli occhi al Sole e li chiudevamo tutti insieme alla Luna. O viceversa, nel nostro caso, ma sai cosa intendo.


« C’è un posto in cui possiamo parlare? » Mi chiede.

« Certo, proprio qui accanto. »


A noi Troll sono toccati i ponti.

Alle valchirie il cielo, a quella banda di debosciati l’Olimpo, a noi i ponti. E visti dal basso, per di più.


Accanto al Brian Boru c’è il ponte ferroviario, ma a quest’ora i treni non passano più.


E, mi raccomando: se il passaggio risulta ostruito, contattate Iarnród Éireann.


Due di noi là sotto: col cazzo che arrivi a Maynooth…


Ci appoggiamo alla parete del tunnel, con l’incertezza che nei film ti aspetteresti da due innamorati al primo appuntamento.


« Come hai fatto? » Gli chiedo.

« Con il Sangue. »

« Non è possibile. » Altre regole, altre divinità. Questi stronzetti ci hanno ridotto a roba per i cartoni animati. Non possiamo più cibarci di loro. E non parlo soltanto nel senso di mangiarli. I sacrifici umani non hanno più possibilità di essere. Ci distruggerebbero, se ci provassimo. Moriremmo prima di loro. Quindi no, non è possibile. Mi sta prendendo per il culo e questo mi fa profondamente incazzare.

« Guarda che non sono stato io. Hanno fatto tutto loro… »

« Mi stai prendendo per il culo. E questo mi sta facendo profondamente incazzare. »


« Vengo da… » E mi dice, usando la Lingua, il nome del suo Nodo. I Nodi sono i luoghi dove ci hanno fatti nascere. Quel posto, anche nel nome che gli hanno dato gli stronzetti, si ricorda ancora di noi.


Quel posto, in Umano, si chiama Trolltunga.


Mi viene in mente un trafiletto dell’Irish Times e comincio a capire.


« Buffo vero? I Nodi hanno ancora il loro fascino, c’è poco da fare. Vanno ancora a Stonehenge. Vengono ancora qua a Newgrange, a Tara. Alla Fossa del Serpente. Serpente… Che stronzi, che sono. Il vecchio Peist si mangiava dodici vergini all’anno, ai bei tempi. Oggi gli pisciano Redbull in casa. Ma io sono stato fortunato. Non hai idea… Cazzo, amico mio, non hai idea di come mi sono sentito quando ho annusato il sangue, quando mi ha bagnato. »


« Gran bel colpo di culo, cazzo. E adesso? »

« E adesso viaggio: da un Nodo a un altro, finché c’è Mana. »

« E poi? »

« E poi? E poi morirò. Tu invece? »

« Faccio il buttafuori. » È una ammissione di colpa. In Lingua dovrei usare una parola il cui vero significato è custode delle porte dorate di Valhalla. Dico buttafuori, in Umano.

« Capisco. »

« Quando parti? »

« Domani. »

« Dove vai? »

« Bretagna. »

« Come fai per i soldi? »

« Alberick. » Penso di nuovo che mi stia prendendo per il culo.

« Vuole una cartolina da Wall Street. E da Fort Knox. »

Non c’è altro da dire. Ci salutiamo, ci abbracciamo. Ci scambiamo incantesimi di buon augurio in Lingua.


Faccio il buttafuori.

Ho ucciso il Capro Nero di Wicklow, io.

Faccio il buttafuori.

Lui torna all’albergo.

Rimango sotto il ponte.


Domattina il primo treno per Maynooth sarà in ritardo.


Ringraziamenti

a Monica, Sara e Matteo, che erano con me al pub quando è ‘nato’ il Troll.

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Published on June 16, 2017 08:16

June 8, 2017

Found in translation: il corso di scrittura creativa nelle parole di Catherine Dunne

Un approfondimento, direttamente da Catherine Dunne, sul corso di scrittura creativa “Found in Translation” che si terrà a Dublino, presso l’Istituto Italiano di Cultura, dal 31 luglio al 5 agosto 2017.


Il corso di scrittura creativa in inglese per italiani “Found in Translation” fornirà ai partecipanti gli strumenti per dare inizio, e poi alimentare, il loro stesso processo creativo. Certo, possiamo presumere che gli scritti prodotti dai partecipanti stessi nel contesto del corso saranno nella loro lingua madre: di certo, però, non possiamo escludere il contrario, ed è una decisione che spetta esclusivamente a loro.


Found in Translation: la struttura del corso di scrittura creativa

Le sessioni giornaliere sono strutturate, impegnative, intense.


Essere “costretti” ad affrontare le problematiche che gravitano attorno al processo creativo in un’altra lingua – parlo per esperienza personale – obbliga gli scrittori a interrogarsi sul suo stesso approccio alla lingua madre. Un approccio critico al linguaggio che è essenziale per chiunque voglia scrivere.


Questa full immersion di cinque giorni in una lingua diversa dalla propria, in inglese, dà spazio anche allo sviluppo di una diversa prospettiva: di fatto si vede il mondo con occhi diversi. Questo cambiamento di prospettiva è una componente essenziale per scrivere della buona narrativa.


Per quanto riguarda gli insegnanti – me stessa e Lia – si tratta di due scrittrici professioniste con esperienza ormai pluridecennale nel mondo dell’insegnamento e della scrittura – tanto nella narrativa quanto nella saggistica.


Il corso si struttura attorno a una serie di esercitazioni e attività che andranno a costituire le sessioni mattutine del corso stesso, tra le 10 e le 13.00.


Affronteremo, tra l’altro, come costruire un personaggio; come scrivere un dialogo; come sviluppare e organizzare una trama.


Le esercitazioni sono state progettate per essere stimolanti, provocatorie anche, ma mirate a ottenere obiettivi concreti.


Le sessioni pomeridiane saranno invece dedicate al rapporto personale tra insegnanti e studenti, con i partecipanti che avranno l’opportunità di discutere in dettaglio dei propri progetti di scrittura in corso e di come continuare a tenere acceso in futuro il processo creativo. Parte dei pomeriggi saranno dedicati al cimentarsi con la scrittura in maniera individuale.


Con trenta ore tra esercitazioni, discussione di gruppo e sessioni personali e tempo per socializzare, i partecipanti impareranno a conoscere gli strumenti con cui sviluppare tanto la disciplina quanto le competenze necessarie all’arte della scrittura, e per sviluppare ulteriormente progetti personali anche già esistenti. E questo, in qualsiasi lingua preferiscano usare.

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Published on June 08, 2017 05:54

June 3, 2017

Guinness and tea gang together in an Italian book

What Guinness beer and tea have in common? A bit of magic, maybe…


I am very happy and proud about this. Catherine Dunne worked with me (!!!) on the translation of a chapter from Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle (#IGCIRD, or The Day We Met Roddy Doyle). It’s about tea and Guinness, two pèillars of the Irish imagery. I hope you will enjoy this take of mine!


And again, thank you so much, Catherine.














The very same morning that Massimo knew the job interview had gone badly, Bob Robertson was with his mother, in the family home.


It was the day of Bob’s father’s funeral. Bob, as he was the older son, was in charge, and he shouldered all the honours and burdens that attach to such a duty.


«How are you doing, ma’?» He greeted her, kissing her forehead.

«’mornin’,Bob. What can I say… Cuppa?»

«Yes, thanks. What are you up to? What are you reading?»

«You know, your father’s mother was from the Aran Islands, did you know that?» His mother replied. She got up from the table and left behind her, on purpose, some printed papers.


Bob thought it was some documents from his Aran Island grandmother, something that his mother had gone back to because of her husband, Colm’s death.


So he didn’t reply: he didn’t want to go back to the past.


Nuala Dirrane, Colm Robertson’s widow for the past three days, filled the kettle and prepared two cups of tea: one for her and one for Robert: her son, Aoife’s father.


The kitchen had a back door leading to a little back garden. From the glass door you could catch a glimpse of green grass and a couple of rose trees, crowned with white. They seemed sad under the grey sky.

The orange tricycle was overturned on the grass:the grandchildren’s one.


Nuala lifted her gaze from the tap on the kitchen sink to the roses outside, glancing along the way at the Guinness clock that sat above the fridge, to the right of the door, Then she allowed her the eyes wander back to the kitchen sink. All of this took exactly the same time as it took to fill the kettle with enough water for a cup of tea.


But Nuala had never prepared just one single cup of tea in her entire life. For this reason she always allowed herself the time to fill the kettle with enough water for at least two cups.

She gazed at the perennially graffiti-ed wall that separated their garden from the neighbours’ one; the millet seeds hanging there to feed the birds; the so often useless washing-line.


Many years before, when there were fifteen people living in this house, they just used a big teapot…


The kettle, plugged into a socket that had never been used for anything else, was under the cabinet to the left of the sink.


A single step, and the kettle is in place. Nuala takes two cups and the sugar from the wall cupboard above the cabinet. Three metal containers hide Lapsang Souchong, Earl Grey and Irish Breakfast tea.


Today is an odd day. She has hardly slept, so the Lapsang Souchong will do, even if it still is early morning. She never asked her children what kind of tea they wanted. They just drank whatever she was having herself. Easy: that was the way.


She traps the right amount of tea leaves in two infusers, laying one of them in each cup.

Meanwhile she – almost absently – switches the kettle on. Some winter mornings the water from the tap is so cold it just seems impossible it will ever make it to boiling point.


She pours the water from the kettle into the two cups, marvelling, as usual, at the coils of colour that come swirling out of the leaves into the water.


For a moment it’s just hot water, then the tea starts to coil itself into view, like an animal running away that suddenly slows down, for some reason best known to itself.


It is natural to seat down at the table, beside the sink, waiting for a full five minutes, all the while keeping an eye on the clock. Tea is time.


Every Irish person knows how to make the best use of it, knows how to make that time, that tea, fruitful.


To use it to understand if the husband is still drunk. To understand if the daughter slept with someone the night before.

If you are in a pub – because, yes, it is possible to have a cup of tea in a pub… – you will use that time to understand if the guy next to you fancies a chat.


That five minutes devoted to the making of perfect tea are there to help you. Help you in letting your husband fuck off; in asking your daughter if everything is ok; in asking the guy in the pub where he comes from, and why he is there.


Nuala had a theory: Guinness was a beer like all the others, there was no need to waiting for the pouring of a pint.


Arthur Guinness invented that peculiar way of pouring beer for the Irish, to give the publican and the customer those moments while they await the pint in order to study each other. To build the bridge that will make them navigate the night.


Nuala was pretty sure that Arthur Guinness had learnt this from the making of tea.

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Published on June 03, 2017 05:01

June 1, 2017

Birra irlandese o tè? Guinness e tè si incontrano in un libro

La birra – soprattutto la Guinness – e il sono due pilastri della cultura irlandese. Lo abbiamo già scritto su ItalishMagazine. In questo brano tratto da Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle – #IGCIRD – la Guinnes e il tè finiscono per incontrarsi…


Che cosa hanno in comune la Guinness e il tè, quindi?


Lo scoprirete arrivando alla fine di questo brano.


E se volete scoprirlo in inglese, invece, seguite questo link.


Perfettamente in linea con lo spirito di Found in Translation, il corso di scrittura creativa che si terrà a Dublino dal 31 luglio al 5 agosto, Catherine Dunne ha lavorato con me (e potete immaginare quanto ne sia onorato e felice!!!) sulla traduzione dall’italiano all’inglese appunto di questo stesso brano, incentrato su un “magico” rapporto tra la Guinness e il tè…


Buona lettura!












Acquista Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle
Copia autografata €20.00 EUR
Copia con dedica personalizzata e invio garantito dall'Irlanda €26.00 EUR



















Irlanda, venerdì
Messaggi in bottiglia

La stessa mattina in cui Massimo aveva capito che non avrebbe avuto il posto, Bob Robertson era da sua madre.


Era il giorno del funerale di suo padre Colm e lui, in quanto figlio maggiore, doveva accollarsi gli onori e gli oneri della faccenda.


«Come va, ma’?» la salutò, baciandola sulla fronte.

«Oh, buongiorno Bob. Come vuoi che vada… Ci prepariamo un tè?»

«Sì, certo. Che stavi facendo? Che cosa leggevi?»

«La madre di tuo padre era originaria delle Aran, lo sapevi, no?» rispose sua madre, alzandosi e lasciando sul tavolo, a bella posta, dei fogli.


Bob pensò che fossero dei vecchi documenti provenienti dalle Aran che sua madre, in vena di commemorazioni, aveva tirato fuori.


Non rispose, non aveva voglia in quel momento di parlare del passato.

Nuala Dirrane, vedova di Colm Robertson da tre giorni, riempì il bollitore e preparò le tazze per sé e per suo figlio Robert, il padre di Aoife.


La cucina dava sul piccolo giardino sul retro. Dalla doppia porta a vetri si vedevano l’erba e un paio di cespugli di rose bianche, tristi per il cielo grigio.


Sull’erba, il triciclo arancione, rovesciato, di uno dei nipoti più piccoli.


Orientare lo sguardo dal rubinetto del lavello della cucina alle rose, guardare l’ora sull’orologio da pub marchiato Guinness, sopra il frigorifero alla destra della porta, e far tornare gli occhi sul lavello, corrispondeva alla quantità di tempo necessaria per riempire il bollitore di tanta acqua quanta ne bastava per una tazza.


Ma Nuala non aveva mai fatto una tazza di tè solitaria in tutta la sua vita. Per cui concedeva sempre ai suoi occhi delle pause che consentissero di ottenere abbastanza acqua almeno per due tazze: sul muro perennemente scrostato che delimitava il giardino rispetto a quello speculare dei vicini, sui rametti di semi di miglio a disposizione degli uccellini, sui fili per stendere il bucato, così spesso inutili.


Tanti anni prima, quando vivevano in quindici, in quella casa, usavano semplicemente una grossa pentola…

La base del bollitore, attaccata alla presa di corrente a cui non era mai stato attaccato nient’altro se non un bollitore, era sul mobiletto a sinistra del lavello.

Un passo e il bollitore è sulla sua base. Nuala prende dal pensile sopra il mobiletto due tazze con impugnatura e lo zucchero. Tre contenitori di metallo nascondono Lapsang Souchong, Earl Grey e Irish Breakfast.


Oggi è una giornata particolare e non ha praticamente dormito per tutta la notte, quindi va bene il Lapsang Souchong anche a quest’ora. Non ha mai chiesto ai suoi figli quale tipo di tè volessero. Semplicemente bevono lo stesso che lei sceglie per sé. Semplicemente, è così che funziona.


Richiude l’opportuna dose di foglie in due sferette di fine rete metallica che depone ciascuna in una tazza.

In questo mentre, quasi distrattamente, accende il bollitore. Certe mattine d’inverno l’acqua esce così fredda dal rubinetto che sembra impossibile che possa arrivare mai ad ebollizione.


Versa l’acqua dal bollitore spento nelle due tazze, meravigliandosi, come ogni volta, delle volute di colore che le foglie trasmettono all’acqua.


Per un attimo c’è ancora solo acqua, poi il tè comincia a farsi strada con quelle volute di colore, come un animale che scappa e improvvisamente rallenta per un qualche motivo a noi ignoto.

Sedersi al tavolo dal lato del lavello è ovvio, per aspettare i cinque minuti sbirciando l’orologio.


Il tè è tempo.


Un qualsiasi irlandese saprà come utilizzare al meglio, come economizzare quei minuti.


Per capire se il marito è ancora sbronzo. Per capire se la figlia ha fatto l’amore la notte precedente.


Se sei al pub: – perché sì, è possibile bere del tè anche in un pub… – ti servono per vedere se il tizio accanto a te ha voglia di chiacchierare.


Quando sono passati i cinque minuti, il tè ti farà da sponda. Per mandare affanculo il marito, per chiedere alla figlia se è tutto a posto, per chiedere al tizio del pub da dove viene e perché è lì.


Nuala aveva una teoria: la Guinness era una birra come tutte le altre, non c’era veramente bisogno di aspettare per completare la pinta.

Ma Arthur Guinness aveva inventato una spillatura ad hoc per gli Irlandesi, per costringere chi beve e chi spilla a studiarsi, in quei momenti in cui la pinta non è ancora pronta. A gettare i ponti per passare la serata.


E questo, Nuala era sicura, Arthur Guinness lo aveva imparato dal tè.

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Published on June 01, 2017 04:01