Filomena Sottile's Blog
February 23, 2013
Si chiude. Si apre
December 30, 2012
Filastrocca per il nuovo anno
l’ho scritta in fretta in fretta stamattina per la mailing list del Coordinamento dei Comitati della Val Sangone e della Collina Morenica. Poi ho detto, ma gli auguri non fanno male a nessuno. E allora eccola qua. Buon anno.
cari amici e care amiche
del presidio e della valle
ché quest’anno ci siam visti
un po’ meno. Sulle spalle
ci è venuta questa gioia
diventare genitori
non sappiam cos’è la noia
abbiam nuovi batticuori.
Volevamo salutarvi
e augurarvi per quest’anno
di star sempre sopra il pezzo
con fatica ma no affanno.
E di stare sempre uniti
e lottare tutti insieme
per cantare nuovi miti
per la cosa che ci preme:
trasformare questo mondo
in maniera che ci piace
perché ognuno sia giocondo
più ascoltato e più capace.
C’è chi dice: ma che dici
queste cose son chimere
ma io so che queste cose
già ci sono e certe sere
che si è fatta un’assemblea
o che abbiam insiem cenato
ho già visto questo sogno
parzialmente realizzato.
Basta avere gli occhi aperti
e che ognuno abbia cura
siamo tutti giardinieri
e brindiamo: a sarà dura!
May 23, 2012
Una montagna di cose
Di seguito. in versi, due importanti annunci (il secondo più importante del primo) conditi di alcune considerazioni, sempre in versi. Il tutto, se vi va, è facilmente reppabile.
Un giorno un’amica
mi chiede ma quando
che sali sul palco
e dici le cose
e canti stonato canzoni,
non senti vergogna
non senti imbarazzo?
No
non sento vergogna
e nemmeno imbarazzo.
Se sono su un palco
che dico le cose
o canto stonato canzoni
io sono nel mio
ché è quello che sono
un guitto di palco.
Attenzione però
per palco si intende
un luogo con gente
che ascolta le storie
e dice le storie
e un palco lo trovi
per strada, in un prato
o all’osteria
non proprio in teatro
insomma
un palco lo trovi
laddove c’è gente
che canta le storie
e canta le storie la gente
che ascolta le storie
e allora sul palco
ci va tanta gente
che canta poi ascolta
e poi viceversa, capito?
Tipo uno scambio
io vado sul palco
per dire una storia
o a dire canzoni
che poi le canzoni
(le mie lo son sempre)
son poi delle storie
e resto sul palco
il tempo preciso
di dire la storia
e poi me ne vado
di sotto
e ascolto altre storie
di altre persone,
ma mentre son sopra
non provo imbarazzo
non provo vergogna
ché io sono quello.
Siccome ‘ste storie
non solo le canto
ma a volte le scrivo
su cose di carta
che sono dei libri
(ma sono dei libri
anche quelli, gli ebook!)
se trovo poi un palco
per leggere storie
che sono nei libri
io vengo anche lì
senza alcuna vergogna.
Ora mi han detto
che questa semana
in Valle di Susa
ci sono altri tizi
che cantano storie
e leggono libri
con storie che han scritto
e siccome che io
son pure di quelli
che canta le storie
e poi
siccome che io
son pure di quelli
che puntano i piedi
davanti a quel treno
di cui tutti sapete
che pare che passi
di qui in Val di Susa
ma intanto per ora
a dispetto di tutto
ancora non passa
e siccome che anch’io
so piccole storie
che sono affluenti
di un fiume di storie
che sono le storie
di tutte le genti
che sognano un mondo
in cui tante storie
si possono dire
cantare
scolpire
e io voglio quel mondo
e non questo mondo
con solo una storia
che pare un pantano
che pare una fiction
da prima serata
in cui tutto va bene
c’è solo un depresso
che prende e ogni tanto
fa su qualche strage
e infatti per questo
ci sono le leggi
ci son poliziotti
che guardano intorno
che tutto va bene
e suoni per sempre
quell’unica storia
che chiude le porte
che sbarra finestre
che svuota le strade
che buca i palloni
ai bambini
insomma siccome che anch’io
son uno che canta
e siccome che anch’io
son uno che punta
i suoi piedi
contro la storia
trita e ritrita
che pare riscritta
che pare già scritta
per noi
per tapparci
e bucarci i palloni
io vado in montagna
su un palco ch’è un posto
fatto di gente
che punta i suoi piedi
che ascolta le storie
che dice le storie
e dico la mia.
E poi nel frattempo
nei giorni passati
è successa una cosa
che ancora di più
ancora più forte
fa fare ai miei piedi
le cose che dico
le righe qui sopra
che ancora di più
mi fa più convinto
che mille affluenti
e un fiume di storie
son molto ma molto
ma molto di meglio
di una storia pantano
da prima serata
che il mondo che voglio
non vuole quel treno
ma vuole quei palchi
la gente che canta
la gente che ascolta
la cosa che dico
è successa da poco
nel mese di maggio
ed è questa:
è nata mia figlia
ed io e la sua mamma
compagna di viaggio
siam molto felici
May 18, 2012
*Democrazia e Informazione*
Stasera alla Sala Consiliare del Comune di Rivoli, Sandro Ruotolo parlerà di Democrazie e informazione. Il tutto sarà introdotto da Gianna De Masi. Il Comitato No Tav Val Sangone – Collina Morenica mi ha invitato a cantarne due delle mie.
Speruma bin.
April 16, 2012
Wu Ming 2, Il Sentiero degli Dei
Il viandante
Nico, compagno di viaggio di Gerolamo, il protagonista di questo Sentiero degli Dei, lo esplicita fin dalle prime pagine: camminare non è uno sport. WM2, sottotraccia, accompagnandoci lungo le svolte del percorso, prova a volgere la massima in positivo e a definire che cosa camminare sia. La risposta non è univoca: a lettura conclusa suonano al mio orecchio chiare e cristalline almeno due possibilità : da una parte camminare è unire punti nello spazio e nel tempo, avendo come unità di misura il proprio corpo, le proprie percezioni, i propri pensieri; dall’altra è una delle attività che concorrono a completare il lavoro dello storico e del geografo. Ogni luogo è percorso dalla storia e dalle storie, ogni storia lascia traccia nei luoghi che attraversa. Il viandante è quella duplice figura che mentre raccoglie le storie laddove queste sorgono, diventa il protagonista delle avventure che le contigenze – ovvero le convergenze di spazio e tempo – gli offrono. Un narratore oggetto di narrazione.
Anche il viandante di WM2 oscilla in continuazione fra due ruoli: cronista militante e eroe contemporaneo. Ma il movimento dialettico non si arresta qui, investe anzi tutta la narrazione: passato e presente, natura e cultura, paesaggio e scarponi. I continui movimenti di macchina dipingono un mondo complesso. La rappresentazione non è oleografica, né apocalittica: l’Appenino che ne esce fuori non è un giardino incontaminato, ma nemmeno un paradiso perduto: è un luogo del nostro presente, atrocemente ferito ma vivo. Il testimone delle buone pratiche del passato (di lotta, di socializzazione) è già stato raccolto e può ancora passare di mano in mano. La storia non è giunta al capolinea e i viandanti possono percorrerne i sentieri ancora, per scongiurare che diventino terra desolata dell’ormai.
Le parole
“Molti crimini contro l’umanità sono anche crimini contro il vocabolario”.
Quando fa questa considerzione Gerolamo sta pensando all’ipocrisia di un progettista che battezza “parco eolico” un impianto di ventiquattro generatori alti 96 metri posti sul crinale d’un monte(1).
Le parole sono strumenti, attrezzi, utensili di comunicazione: un martello può piantare chiodi, illividire pollici, spaccare teste. D’ogni cosa c’è l’uso corretto, quello incauto e quello improprio. Senza conoscenza, senza il tempo dovuto e l’attenzione necessaria ogni strumento può provocare effetti indesiderati. Ma qui il caso è un altro: quel parco è il cosciotto d’agnello surgelato che prima uccide un uomo e poi viene servito in pasto agli inquirenti in un racconto di Roal Dahl. Nulla d’innocuo, è un’arma.
WM2 risponde a questo attacco sullo stesso piano, quello delle parole, curandosi di costellare Il Sentiero degli Dei di termini esatti e preziosi – fustaia, masterza, malga. Non si tratta di un vezzo, non cerca l’effetto esotico – il suo macadam non è quello di Paolo Conte – il risultato che cerca è in qualche modo naturale. Naturale come un uliveto ben potato, un sentiero pulito, un bosco ordinato. Le parole giuste – gli attrezzi usati per bene – di WM2 danno la dimensione di un ambiente in cui le attività dell’uomo provano a comprendere il territorio e a viverci insieme.
Il tempo, gli inviti.
Ma il tema perennemente evocato nel Sentiero degli Dei è il tempo. WM2 cerca di avvicinarlo di sbieco, attraverso alcuni dei suoi riflessi: velocità, lentezza, ritmo, passato, presente, futuro, memoria.Nei cinque notturni in particolare, sembra voler di volta in volta scolpire, fotografare, schizzare, cantare il tempo. A lettura conclusa questa insistenza mi è parso celasse una molteplicità di inviti. Un invito a non subire i tempi, un invito a prendersi il tempo per costruire memorie agguerrite da opporre alle pacificazioni precotte, un invito alla presenza nel presente contro gli ormai e gli inevitabile. Sono ripetuti – più che saggio, si parla di cammino – gli inviti a misurare la cadenza e a razionalizzare le risorse. Ma l’invito più importante è a strappare il tempo per immaginare altri tempi: scansioni che si accordino al nostro ritmo animale, velocità che vivifichino lo spazio invece di ucciderlo, pause che interrompano un flusso che qualcuno è interessato a farci percepire come una pappa indistinta. Un invito infine a farsi viandanti e ad andare a caccia di storie e di luoghi e, magari, rimappare la terra a cinque chilometri all’ora.
Il dendroblues delle vittime della direttissima è una lettura che lascia il segno.
____________
(1) A proposito di crimini contro il vocabolario: a Rivalta di Torino, comune della bassa Val Sangone interessato dal passaggio della linea AV Torino-Lione, i progettisti prevedono di occultare quattro binari paralleli con una galleria artificiale foderata con lo smarino ricavato dal tunnel della collina morenica. La struttura è stata battezzata ecodotto.
April 12, 2012
Lo Spleen di Mompracem. Un'intervista
Elena Romanello pubblica su Liberi di Scrivere una breve ma intensa intervista al sottoscritto. Eccola qui di seguito:
Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c'è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell'avventura.
Come è nata l'idea de Lo spleen di Mompracem?
Ogni idea che si concretizza in un'opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e "vita vissuta". La scintilla iniziale l'ho sognata: c'era Sandokan che leggeva delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L'immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell'artista nella nostra società. Le mie parole d'ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l'artista è un critico e svolge un'azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l'arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.
Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?
Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po' come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.
Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c'è tra queste forme di cultura?
Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.
Come sei arrivato a farti pubblicare?
Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.
Chi sono i tuoi maestri letterari?
Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all'osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.
Lo Spleen di Mompracem. Un’intervista
Elena Romanello pubblica su Liberi di Scrivere una breve ma intensa intervista al sottoscritto. Eccola qui di seguito:
Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c’è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell’avventura.
Come è nata l’idea de Lo spleen di Mompracem?
Ogni idea che si concretizza in un’opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e “vita vissuta”. La scintilla iniziale l’ho sognata: c’era Sandokan che leggeva delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L’immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell’artista nella nostra società. Le mie parole d’ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l’artista è un critico e svolge un’azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l’arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.
Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?
Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po’ come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.
Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c’è tra queste forme di cultura?
Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.
Come sei arrivato a farti pubblicare?
Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.
Chi sono i tuoi maestri letterari?
Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all’osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.
March 31, 2012
Bollettino medico. Annuncio. Stato dell'arte
Ho annullato tutte le date che avevo a marzo (tranne questa) a causa di una frattura dello scafoide carpale. In quelle date avrei voluto presentare uno spettacolo nuovo. Nei miei appunti lo spettacolo si chiama di volta in volta Corrado, Musical, Angelo, ma credo che il titolo definitivo sarebbe stato Pezzi con l'orso. Poco importa, non l'ho presentato. Per farlo avrei avuto bisogno della piena funzionalità di entrambi gli arti superiori e ciò, fra gesso, tutore e riabilitazione, è un obiettivo che raggiungerò non prima di fine maggio. Ho quindi deciso di fare un passo indietro per poterne fare alcuni avanti su un altro sentiero. Porterò in giro uno spettacolo che si chiama:
Borgaro
canzona vecchie e nuove
tanto la gente butta via tutto
che è il punto di metamorfosi intermedio fra Mi chiamo Filippo Sottile e sono cantautore e Pezzi con l'orso.
Benché ingessato, potrò cimentarmi in questa impresa grazie all'aiuto di un antico compagno d'avventure, il valente chitarrista Marco Di Maio, che per l'occasione lascerà da parte il suo consueto nitore sonoro per privilegiare quella vena folkabbestia che in pochi gli conoscono.
Il 19 aprile ci esibiremo per la prima volta con questa nuova creatura a Rivalta di Torino. Maggiori dettagli nei prossimi giorni.
Esperando la señal
Bollettino medico. Annuncio. Stato dell’arte
Ho annullato tutte le date che avevo a marzo (tranne questa) a causa di una frattura dello scafoide carpale. In quelle date avrei voluto presentare uno spettacolo nuovo. Nei miei appunti lo spettacolo si chiama di volta in volta Corrado, Musical, Angelo, ma credo che il titolo definitivo sarebbe stato Pezzi con l’orso. Poco importa, non l’ho presentato. Per farlo avrei avuto bisogno della piena funzionalità di entrambi gli arti superiori e ciò, fra gesso, tutore e riabilitazione, è un obiettivo che raggiungerò non prima di fine maggio. Ho quindi deciso di fare un passo indietro per poterne fare alcuni avanti su un altro sentiero. Porterò in giro uno spettacolo che si chiama:
Borgaro
canzona vecchie e nuove
tanto la gente butta via tutto
che è il punto di metamorfosi intermedio fra Mi chiamo Filippo Sottile e sono cantautore e Pezzi con l’orso.
Benché ingessato, potrò cimentarmi in questa impresa grazie all’aiuto di un antico compagno d’avventure, il valente chitarrista Marco Di Maio, che per l’occasione lascerà da parte il suo consueto nitore sonoro per privilegiare quella vena folkabbestia che in pochi gli conoscono.
Il 19 aprile ci esibiremo per la prima volta con questa nuova creatura a Rivalta di Torino. Maggiori dettagli nei prossimi giorni.
Esperando la señal
March 28, 2012
Andrea Camilleri, Il nipote del Negus
Camilleri innesta questa nuova pochade sulla struttura meccanica e implacabilmente comica de La concessione del telefono.
Ghrane Sollassiè Mbassa, il fantomatico nipote del Negus, pur essendo il protagonista della vicenda, "riesce" sempre a sottrarsi allo sguardo di chi legge. Restano gli strascichi delle sue furberie e delle sue balordaggini. Ma l'occultamento del protagonista riesce a portare in primo piano l'ipocrisia, la violenza, la cecità e la stupidità del regime.
Anche questa volta, come ne La presa di Macallè, scegliendo come luogo di rappresentazione il teatrino fascista, Camilleri opta per i toni della priapata. Personalmente però, ritengo che l'esempio più alto – più grottesco, più dirompente – nella frequentazione di tale genere sia ancora quello che ci ha lasciato un altro illustre siciliano, Vitaliano Brancati.


