Francesca Carabini's Blog

June 5, 2017

#SalTo30

Soltanto un’ora di tempo per lo shopping. Un’ora molto produttiva, direi :)


Il mio bottino del Salone al Libro di Torino.


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Published on June 05, 2017 12:39

February 12, 2017

Perché a #Sanremo2017 ha vinto la migliore strategia di comunicazione


via GIPHY


Francesco Gabbani ha vinto il Festival di Sanremo 2017. Un evento inaspettato, persino per lui, che sul palco durante la premiazione si inchina al cospetto di Fiorella Mannoia — 50 anni di musica — quasi a scusarsi di averle strappato la vittoria a un passo dal finale. La sua canzone, Occidentali’s Karma, è ritmata, entra in testa come quei ritornelli che una volta ascoltati la mattina finisci per canticchiarli tutto il giorno. Potrebbe essere un tormentone estivo, di quelli che quando finisce l’estate non ti ricordi nemmeno più chi era il cantante. Eppure, in mezzo a tanti big e nomi importanti della musica italiana è stato lui a portarsi a casa il leone d’oro.


La forza di Francesco Gabbani si basa su un’ottima strategia di comunicazione fondata sull’ironia. L’unico a non prendersi sul serio su un palco come quello dell’Ariston. Tra vestiti pomposi e stoffe rubate alle migliori sartorie di divani, ha avuto il coraggio di presentarsi con i suoi ‘maglioncini’, troppo informali — a detta dei giornali — per un palco del genere in prima serata. Forse sin dall’inizio sentiva di non poter concorrere con dei nomi così importanti e l’ha buttata sull’ironia, presentandosi con una scimmia e un balletto tanto irresistibile quanto il suo ritornello. Ma Gabbani non si fa abbattere dalle critiche, anzi, come nella migliore delle strategie cavalca l’onda e risponde nella performance successiva, mettendosi il costume da scimmia e vestendo la scimmia con il suo tanto criticato maglioncino.


 1-MNFffJPYvYsM-p7YL4BfywOccindentali’s Karma non è soltanto una canzone ma una performance con un format preciso: il ritornello catchy, il balletto, la scimmia. Elementi costanti e riconoscibili ma sempre con una componente di diversificazione, in grado di creare curiosità e soprattutto attesaL’aspettativa della scimmia, che appare soltanto a metà canzone e che su Twitter suscita hashtag e reazioni come “Gabbani #EscilaScimmia”. Il dialogo con l’audience all’interno della performance — nella risposta alle critiche sul maglioncino—; come nei migliori esempi di botta e risposta tra i brand nel real time marketing. Ma soprattutto con contenuti efficaci e spreadable è riuscito a coinvolgere la rete e a diventare virale: le gif con i balletti della scimmia hanno invaso le bacheche di Facebook e Twitter. Ha portato sul grande schermo un linguaggio informale e adatto a essere spalmabile negli ambienti digitali, fornendo elementi che si prestano bene per la rielaborazione individuale del senso. Non stupisce che il suo sia il singolo più scaricato in rete.


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Il maglioncino, la scimmia, il balletto, la canzoncina, tutti elementi di contrasto in un contesto cerimonioso come quello del Festival, eppure vincenti in quanto simboli di una cultura diversa. Ancora una volta vediamo riportata sul grande schermo la retorica del contrasto tra la cultura di massa e la cultura del web, dei professionisti contro gli amatori. Lui, uscito dall’edizione precedente del festival con una vittoria nella sezione giovani, oggi trionfa tra i big, scavalcando chi di musica ci ha vissuto per una vita intera.


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In quello stesso palco che da più sessant’anni celebra la musica italiana, e che si può erigere a simulacro della cultura televisiva, a trionfare è la viralità.


 


 


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Published on February 12, 2017 01:12

September 19, 2016

“Dear Data” di Giorgia Lupi e Stefanie Posavec

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«Everything can be mapped, counted, and misured.»

Dear Data è un libro meraviglioso. Trovato per caso su Internet è stato una rivelazione. Personalmente adoro le storie che nascono e si sviluppano al di fuori della scrittura, che sfruttano altri mezzi e altri strumenti per essere narrate. E questo libro ha soddisfatto in pieno le mie aspettative.


Giorgia Lupi e Stefanie Posavec sono rispettivamente un information designer e un data designer. Entrambe vivono in un paese che non è il loro. Giorgia, italiana, vive a New York e Stephanie, Americana, vive a Londra. Insieme, decidono di fare un esperimento: inviarsi ogni settimana una cartolina per posta. Ma invece di scrivere in lingua inglese o italiana decidono di utilizzare il linguaggio dei dati.


dear data 2Ogni settimana scelgono un tema e per sette giorni raccolgono dei dati sulla loro vita e sul loro quotidiano. Ogni settimana un tema diverso: dall’analisi delle loro attività digitali, alle volte in cui controllano l’ora durante il giorno, arrivando a questioni più difficili da mappare come i sentimenti e le emozioni. Quante volte al giorno sorridete a uno sconosciuto? Quante volte in una settimana vi lamentate con qualcuno? Giorgia e Stephanie raccolgono e segnano tutti i dati, indagano il loro vissuto e alla fine mappano i risultati realizzando a mano delle bellissime infografiche.


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Un libro (e un esperimento) che dal mio punto di vista fornisce molti spunti di riflessione, a partire dall’utilizzo della raccolta e dell’analisi dati come strumento di condivisione. Hanno trasformato un’attività da ricercatore, più fredda e matematica in qualcosa di umano e artistico, come base per la conoscenza del sé e dell’altro. Nell’era dei Bid Data, in cui ogni nostro spostamento viene tracciato online, Giorgia e Stefanie spostano l’attenzione sugli “Small Data”, un automonitoraggio  che diventa l’occasione per la conoscenza reciproca. Hanno la capacità di trasformare i dati in qualcosa di umano e confidenziale, di empatico e amichevole.



«We see data as a creative material like paint or paper, an outcome of a very new way of seeing and engaging with our new world.»


Il libro non è ancora stato pubblicato in Italia, l’edizione fotografata è quella inglese pubblicata da Penguin Random House e reperibile su Amazon.


 


PER SAPERNE DI PIù



Potete visitare il sito del progetto: Dear data
Anche Maria Popova parla di Dear Data sul suo famosissimo blog: Dear Data: A Lyrical Illustrated Serenade to How Our Attention Shapes Our Reality
 Potete seguire i profili Instagram delle due designer: Giorgia Lupi e Stefanie Posavec

 


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Published on September 19, 2016 05:34

June 20, 2016

Promuovere la lettura in un contesto digitale

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[Jannis Kounellis, Sarajevo]


La lettura è una delle invenzioni più straordinarie della storia

Ogni giorno leggiamo tantissimo. Leggiamo molto più di quello che pensiamo. Leggiamo libri, articoli per tenerci informati, leggiamo documenti, appunti, messaggi sullo smartphone,  libretti d’istruzioni, contenuti calorici degli alimenti, cartelli stradali. Essere un cittadino consapevole e attivo all’interno della nostra società significa in primo luogo dover imparare a leggere. Le ricerche statistiche sulla lettura ci informano che leggiamo sempre meno libri, ma nel complesso, l’attività della lettura è diventata assolutamente necessaria per vivere, lavorare e integrarsi nella nostra società. Eppure non è sempre stato così. Siamo così abituati a dare per scontato la lettura che facciamo fatica a immaginare un modo diverso di leggere o un mondo in cui la conoscenza si basi su altre forme di trasmissione del sapere, quella orale per esempio.


Il nostro cervello non si è sviluppato presentando l’innata capacità di comprendere e tradurre dei simboli scritti. Ma si è plasmato nel corso del tempo affinando questa capacità. Ce lo ricorda la neuroscienziata Maryanne Wolf: «Non siamo nati per leggere. È passato solo qualche migliaio di anni dall’invenzione della lettura. L’invenzione ha portato con sé una parziale riorganizzazione del nostro cervello, che, a sua volta, ha allargato i confini del nostro modo di pensare mutando l’evoluzione intellettuale della nostra specie. La lettura è una delle invenzioni più straordinarie della storia.»


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[Mel Bochner, Support]


Il supporto non è neutrale

Il supporto che veicola il contenuto è uno dei fattori che può influenzare il nostro modo di percepire un testo, e quindi di leggere. Il supporto del contenuto influenza la situazionalità di lettura ma anche le modalità in cui il testo viene scritto e pensato dal suo autore.


Il supporto non è neutrale. Ogni supporto ha delle caratteristiche e delle situazioni d’uso differenti. Lo ribadisce anche Gino Roncaglia: «il supporto usato per la scrittura risulta funzionale rispetto a certi tipi di testo e di situazioni. Ecco perché a nessuno verrebbe mai in mente di incidere un romanzo su pietra, o di scrivere una targa su un foglio di carta.»


David Weinberger ne La stanza intelligente arriva ancora più avanti nell’affermare che l’intero funzionamento del nostro sistema di conoscenze si è plasmato sulle caratteristiche del supporto che abbiamo utilizzato per trasmetterlo: la carta.


In sostanza, secondo Weinberger, se volessimo condividere un’idea attraverso un libro di carta dovremmo pensare e organizzare il contenuto attraverso le caratteristiche del libro: dovremmo cercare di dargli una forma lineare, di suddividere i concetti principali per capitoli tematici e di essere il più esaurienti possibile in virtù del fatto che la carta (a differenza della Rete) non permette collegamenti ipertestuali. E così via.


Insomma, la forma che daremo alla nostra idea dipende dalle caratteristiche del supporto che andremo a utilizzare.


E il modo in cui tenderemo a pensare alla conoscenza dipende dalla forma che daremo alle nostre idee. Spesso sottovalutiamo l’importanza del supporto e l’influenza che può avere nella nostra percezione di come funziona la conoscenza.


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Leggere in digitale

In un contesto informativo caratterizzato dalla compresenza di diversi media come quello digitale, il lettore “surfa” continuamente tra i contenuti. Legge lo status di Facebook di un amico, clicca su un articolo postato dalla pagina Facebook di una testata giornalistica per ritrovarsi poco dopo su una voce di Wikipedia e qualche secondo più tardi su un video amatoriale di Youtube. Il lettore si sposta velocemente da un contenuto all’altro, senza sapere dove lo porterà il link successivo.


Il lettore digitale naviga ininterrottamente e si appropria dei contenuti che fruisce.


Il professor George Landow coniava il termine “wreaders” per identificare una nuova tipologia di lettore, invadente e aggressivo con il testo, un lettore che entra nel punto di ingresso che preferisce e decide da solo dove recarsi, crea i propri collegamenti e costruisce il suo percorso di lettura indipendentemente da quello proposto dall’autore. È un lettore che ha piena padronanza del testo e viene stimolato a spostarsi verso qualcosa di sempre nuovo.


Ne parla ancora David Weinberger: «Le citazioni nei libri sono come chiodi […] tentano di tenere il lettore all’interno dell’articolo, pur fornendo l’indirizzo dove reperire il materiale originale (a beneficio del ricercatore particolarmente motivato). Su Internet i collegamenti ipertestuali non sono chiodi ma inviti.»


I link ci invitano a spostare l’attenzione verso un nuovo contenuto, ci invitano a uscire dalla pagina web per trovare ulteriori informazioni, in una ricerca potenzialmente infinita. I tempi di lettura non sono scanditi dalle pause del testo, ma è il lettore a decidere il momento in cui smettere di surfare tra i contenuti.


Su Internet tutte le forme di media concorrono tra di loro in una competizione sempre più stretta per conquistare una risorsa tanto preziosa quanto scarsa: la nostra attenzione.


La sovrabbondanza di fonti informative richiede capacità critiche e di selezione. In un mondo che corre sempre più veloce, leggere richiede troppo tempo per potersi soffermare su tutto.


La nostra attenzione è scarsa e diventa necessario saper selezionare le fonti pertinenti in linea con i nostri interessi. Il lettore digitale finisce per adottare delle strategie di lettura veloce: scannerizza i contenuti attraverso una prima rapida lettura per stabilire se valga la pena approfondire il contenuto con una lettura più immersiva.


Leggere in un contesto digitale porta il lettore a consumare sempre più contenuti da mobile e sempre più in modalità multi-tasking. «Il miglior dispositivo di lettura è quello che hai sempre con te» dichiarava qualche tempo fa Willelm Van Lancker (cofondatore di Oyster) sul Washington Post, in un articolo che prendeva in esame proprio la tendenza di leggere (in questo caso libri) dallo smartphone (in The Rise of Phone Reading). Il lettore digitale si rivolge allo smartphone quando è sul tram, mentre è in fila o in attesa, riempie i tempi morti della giornata leggendo dal dispositivo che ha sempre alla portata di mano.


La lettura entra allora in competizione con le altre forme mediali. Lo smartphone infatti permette l’acceso a tantissime altre attività e forme della comunicazione che concorrono per catturare l’attenzione del lettore. Giochi, Social Network, Email, messaggistica istantanea diventano forme alternative alla lettura.


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Promuovere la lettura in un contesto digitale

Ne parla Eric Shoup (Chief operating officer di Scribd) in How To Make Reading Relevant to Today’s Consumer: «La narrazione ha superato ogni rivoluzione tecnologica perché è insita nella natura umana. La vera domanda è come riuscire a conquistare i lettori del futuro, dato il cambiamento di abitudini nel consumo mediale.»


Da questa prospettiva non importa quale sarà il prossimo supporto (il libro di carta, lo smartphone, il blog o il social network ecc.), ma la volontà del lettore di consumare storie. Come invogliare il consumatore digitale alla lettura quando è sommerso da una marea di contenuti multimediali?


Secondo Shoup è l’industria culturale che deve adattarsi alle nuove abitudini dei consumatori mediali. «Osservati dai nostri schermi digitali tutti i contenuti scritti sembrano uguali. Quale migliore occasione per gli autori e gli editori di catturare l’attenzione dei lettori?»


Dal suo punto di vista il modo migliore per incoraggiare alla lettura è utilizzare contenuti che sfruttino le caratteristiche della Rete e del digitale. Questo non significa che finiremo per rimpiazzare contenuti long-form con selfie e meme (Come smentisce una delle ultime ricerche del Pew Research Center sul consumo di contenuti long form). Al contrario, secondo Shoup i contenuti lunghi potrebbero trovare maggiore fortuna proprio grazie all’alternanza e all’integrazione con altre tipologie di contenuti, creando approfondimenti e dando la possibilità di scendere più in dettaglio nella storia. Uno degli esempi più riusciti (in questo caso di giornalismo) è un’inchiesta del New York Times del 2012 che ha fatto molto parlare di sé come esperimento mediale: Snow Fall: The Avalanche at Tunnel Creek.


«Nel mondo iperconnesso del web i libri dovrebbero essere a un click di distanza da tutti gli altri contenuti, e allo stesso tempo dovrebbero prevedere la possibilità di cliccare fuori dal libro. […] La storia non deve necessariamente finire alla fine del libro.»


Il modo per promuovere la lettura, per come lo descrive Shoup, sembra qualcosa che si avvicina alle forme di narrazione transmediale descritte da Henry Jenkins. Una narrazione che si muove tra diverse tipologie di media, un mondo quasi autonomo che permette di entrare da diversi punti di ingresso e lascia all’utente la possibilità di scegliere il livello di profondità nella conoscenza e nell’immersione nella storia. Con l’aiuto dei Big Data gli editori potrebbero conoscere molto meglio i gusti dei lettori, trovare nuove audience e nuovi modi per coinvolgerle attivamente. Magari utilizzando il social reading o attraverso meccanismi di Gamification.


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Published on June 20, 2016 03:23

May 2, 2016

Intelligenza Artificiale VS Intelligenza umana

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[Don Relyea, Cityscapes with Ladders and Helipads 2004]


Alcune letture per approfondire l’argomento:



«Perché stiamo costruendo macchine che potrebbero superare e sopraffare la nostra intelligenza?»

Sul Wall Street Journal un articolo di David Gelernter ci mette in guardia sui rischi dei futuri sviluppi dell’intelligenza Artificiale: Machines That Will Think and Feel. Artificial intelligence is still in its infancy—and that should scare us. Soltanto qualche settimana fa un software costruito da Google è riuscito a battere il campione mondiale di GO. Se oggi una macchina riesce a padroneggiare meglio di chiunque altro un gioco che richiede una certa padronanza nella formulazione strategica, dove riuscirà ad arrivare la tecnologia nel giro di pochi anni?


«Perché stiamo costruendo macchine che potrebbero superare e sopraffare la nostra intelligenza?» chiede David. Perché, conclude, risiede nella nostra natura di essere umani: «La mente umana non è una macchina statica e razionale. Imparare è il nostro destino. Non possiamo fermarlo. La nostra più grande scommessa è quella di scoprire tutto ciò che possiamo e andar avanti con gli occhi ben aperti.»


 


3f9b83bf589788dca60bdec3cdaf0b4d[Immagine presa da qui: Singularity: the robots are coming to steal our jobs]



«La coscienza è un fenomeno biologico.»

turing_testBobby Azarian in A neuroscientist explains why artificially intelligent robots will never have consciousness like humans presenta un punto di vista meno fatalistico: «Il cervello e il computer funzionano in modo molto diverso. Entrambi eseguono calcoli, ma solo il primo li può realmente comprendere. E ci sono ottime ragioni per credere che questo non cambierà in futuro.» Le macchine di Touring sono macchine che eseguono operazioni, non sono macchine pensanti, sono in grado di riconoscere dei simboli, non il loro significato. Esiste una differenza sostanziale tra la simulazione di un processo fisico e il processo fisico stesso, scrive Bobby: «la coscienza è un fenomeno biologico.» Si parla di Intelligenza Artificiale dai primi anni ’60 del secolo scorso, preoccupandosi dei possibili effetti di un computer più potente del cervello umano, ma ancora questo tipo di tecnologie esistono soltanto nei libri di fantascienza.


 



«L’era del lavoro di massa potrebbe finire.»

Cecilia Tilli da Slate espone le principali preoccupazioni dei ricercatori di AI in The threats that artificial intelligence researchers actually worry about. Se sospendiamo per un momento i giudizi morali sui possibili sviluppi dell’AI, scrive, la più grande preoccupazione al momento riguarda l’impatto che avrà sul mondo del lavoro. Secondo una ricerca dell’Università di Oxford, almeno il 50% dei posti di lavoro degli Stati Uniti e del Regno Unito sono suscettibili di automazione. «Alcune persone credono che questa volta non sarà diverso da ogni altra automazione che abbiamo vissuto in passato: alcuni posti di lavoro saranno occupati dalle macchine, ma ne verranno creati di nuovi.»


Un articolo del Guardian di qualche tempo fa riportava i risultati di una ricerca che ha analizzato gli ultimi 140 anni di sviluppi tecnologici per comprenderne gli effetti sul mercato del lavoro. Se in passato, conclude la ricerca, l’automazione ha creato più posti di lavoro di quelli che ha distrutto (L’intera analisi è molto interessante: Technology Has Created More Jobs Than It Has Destroyed, Says 140 Years of Data), in futuro tuttavia le cose le cose potrebbero essere diverse. I grandi progressi nei campi dell’Intelligenza Artificiale uniti alla robotica potrebbero creare uno scenario differente e «sostituire così tanti posti di lavoro che l’era del lavoro di massa potrebbe finire.» Se ne parla ancora sul Guardian in Artificial intelligence: ‘Homo sapiens will be split into a handful of gods and the rest of us’.


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 «Gli algoritmi sono come un bambino molto piccolo. Imparano dal loro ambiente.»

Chava Gourarie dal Columbia Journalism Review affronta il problema da un altro punto di vista. In un articolo estremamente interessante (Investigating the algorithms that govern our lives) parla di algoritmi: «Gli algortimi sono potenti, – scrive – segreti  e governano parti essenziali della nostra società. Sono tutto tranne che oggettivi, perché sono il prodotto della fantasia umana. […] Sono stati costruiti per approssimare il mondo in un modo che si adatta agli obiettivi dei loro architetti e che incorpora una serie di assunti su come funziona il mondo e su come dovrebbe funzionare.» La responsabilità degli algoritmi è una disciplina in crescita, che cosa succederebbe se vivessimo in un mondo completamente governato dagli algoritmi? Gli algoritmi possono essere razzisti? Forse dovremmo riflettere più profondamente sulle implicazioni che una formula matematica apparentemente oggettiva potrebbe avere all’interno della nostra società, soprattutto perché il modo in cui la modellano dipende essenzialmente da chi costruisce quegli stessi algortimi. «Gli algoritmi sono come un bambino molto piccolo. Imparano dal loro ambiente.»


 


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[Vladislav Ociacia]


Ad oggi forse non possiamo realmente immaginare fino a che punto si spingeranno le tecnologie legate all’Intelligenza Artifiaciale. Possiamo soltanto tenere a mente che il modo in cui le tecnologie si svilupperanno e il posto che prenderanno nel nostro contesto sociale in futuro, dipende soltanto dal nostro presente.


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Published on May 02, 2016 06:16

November 11, 2015

Tecnologie distruttive, tecnologie umane

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[Immagine presa da qui]


Leggere un romanzo su un e-reader piuttosto che su un libro di carta ci farà ricordare meno dettagli una volta finito? Scrivere al computer piuttosto che a penna cambierà il nostro modo di imparare? Internet ci renderà stupidi? Possono essere preoccupazioni fondate e a oggi probabilmente non si conoscono ancora tutte le implicazioni e gli effetti di un piccolo cambiamento nelle nostre abitudini. Il punto è che ci si preoccupa degli effetti delle nuove tecnologie praticamente da sempre, da quando esistono ‘nuove tecnologie’. Ne parlavo anche qui: Uomo Vs Tecnologia: l’intervista di Kevin Kelly e qui: Internet ci rende stupidi? Appunti da Frank Rose). Ne parla anche Adrienne Lafrance dall’Atlantic in In 1958, People Said the Telegraph Was ‘Too Fast for the Truth’:


Una nuova razza di persone che sentono solo dall’orecchio sinistro

Quando il telegrafo permise al Nord America di comunicare con l’Europa in pochi minuti invece che in diversi giorni – scrive Adrienne Lafrance - le testate dei giornali mostrarono grande preoccupazione per l’enorme velocità di trasmissione. Con l’arrivo del telefono si parlò addirittura della futura nascita di una nuova razza di persone left-eared, che avrebbero sentito meglio con l’orecchio sinistro piuttosto che con il destra a causa dell’eccessivo utilizzo della nuova tecnologia. Mentre la radio nel 1924 produceva “soltanto rumore”, la televisione era pericolosa perché troppo affascinante, e il Walkman ci avrebbe resi tutti antisociali. Non trovate qualcosa di familiare in queste preoccupazioni?


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[Randall Munroe (xkcd), l'immagine viene da qui]


Potete leggere anche: Stop Saying Technology is Causing Social Isolation


«E, naturalmente – continua Adrienne Lafrance - c’è Internet, accusato per fenomeni antisociali, di erosione della privacy, perdita di tempo, e depravazione di tutti i suoi predecessori tecnologici messi insieme.» Per quanto sia importante opporre conoscenza e senso critico all’adozione passiva e inconsapevole delle nuove tecnologie, l’allarmismo diffuso non porta a nulla se non accompagnato da una riflessione più profonda, che forse sarebbe meglio aprire a una prospettiva che comprenda anche le scienze umane.


L’umanità delle tecnologie

Ne parla Gianpiero Petriglieri in un bell’articolo sull’Harvard Business Review: Technology Is Not Threatening our Humanity – We Are.


Scrive: «Una tecnologia non può essere detta rivoluzionaria solo perché attribuisce più potere ai leader: non c’è niente di rivoluzionario in un leader che utilizza nuovi strumenti per espandere il proprio potere. Una tecnologia può essere detta rivoluzionaria solo se cambia il modo in cui il potere viene vissuto, capito, distribuito.»


Allo stesso modo «una tecnologia non può essere detta più umana semplicemente perché permette alle persone di trasmettere le loro storie. Non c’è nulla di umano nell’usare nuovi strumenti per proteggere e far valere le proprie storie.» Una tecnologia può essere detta più umana «solo se ci permette di comprendere meglio gli altri.»


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[Immagine popolare di qualche decennio fa che rappresenta delle persone sul treno che leggono il giornale invece di parlare tra di loro]


Sono le scienze umane, secondo Petriglieri, la chiave per condurre un’adeguata ricerca dal profilo tecnologico: devono rappresentare una guida nei fini e negli obiettivi di ogni indagine. L’atteggiamento più sbagliato, dice, è cercare a tutti i costi nelle Humanities un’utilità pratica e concreta, trasformandole in altro, trasformandole in una semplice strategia.


Forse quello che possiamo auspicare per il futuro è di trovare sempre più punti di intersezione tra discipline scientifiche e umanistiche per poter comprendere meglio le possibilità, le finalità e i pericoli che si celano dietro le innovazioni e i nuovi media, andando oltre i facili allarmismi. Avremo sempre più bisogno della capacità di spiegare le nuove tecnologie in termini umanistici, che può essere un modo per renderle più umane.


Petriglieri conclude così:


«Potremmo non essere in grado di controllare la velocità degli sviluppi tecnologici, ma possiamo ancora scegliere dove vogliamo andare.»


 


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Published on November 11, 2015 04:18

September 8, 2015

Il valore di una storia

 Ho scritto un post per il blog del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive dell’Università di Roma Tre.


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Il post parla di Storytelling e dell’importanza che le storie rivestono nella vita dell’uomo:



Perché la narrazione lo accompagna sin dalla sua comparsa sulla terra?
Una storia può modificare il nostro modo di pensare?
Come cambia la nostra capacità narrativa attraverso i diversi supporti che la veicolano?

SE VI INTERESSA POTETE LEGGERLO QUI: Il valore di una storia.


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Published on September 08, 2015 02:20

August 18, 2015

Lettura digitale: facciamo il punto

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[Illustrazione di Kagan McLeod]


Lettura dagli smartphone: una forte tendenza in crescita

Leggere un libro dallo smartphone? In molti storcerebbero il naso, altri la vedono come un’ottima occasione per proseguire la lettura in mancanza di alternative. Di fatto negli Stati Uniti la lettura da mobile è sempre più diffusa, se ne parla sul Washington Post in The Rise of Phone Reading: «contrariamente alle previsioni iniziali, non è l’e-reader che guiderà il futuro nella vendita dei libri, ma lo smartphone.»


Alcuni dati sulla lettura dell’ultimo Rapporto Nielsen:



I Tablet (IPad e Kindle Fire) sono ancora le piattaforme di lettura digitale più popolari.
Oggi il 54% delle persone che acquistano un ebook affermano di usare lo smartphone per leggere una parte del libro. Nel 2012 rappresentavano il 24%.
Oggi, coloro che leggono primariamente attraverso smartphone rappresentano il 14%, contro il 9% del 2012.
Oggi chi legge su Kindle o Nook nel 50% dei casi utilizza anche l’app dello smartphone, contro il 32% del 2012.

 


Il motivo di questa crescita? Molto probabilmente la convenienza: «Il miglior dispositivo di lettura è quello che hai sempre con te.» afferma Willelm Van Lancker, cofondatore di Oyster. Magari non ci portiamo sempre dietro l’e-reader o il libro di carta, ma quasi sicuramente avremo con noi lo smartphone.


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Una tendenza che impone agli editori di ripensare Il modo in cui i libri vengono realizzati, pubblicizzati e venduti. Nessuno si aspetta che il cellulare sostituisca il libro di carta, continua l’articolo del Wall Street Journal, ma per gli editori è necessario lavorare su questa tendenza attraverso strategie mobile friendly, senza nascondere la testa sotto la sabbia. Negli Stati Uniti molti editori permettono la lettura di ebook gratis negli aeroporti e in molti hotel, e nel frattempo sviluppano app complementari e tantissimi nuovi contenuti finalizzati all’engagement.


Il libro del futuro

La tecnologia ucciderà il libro o gli darà una seconda vita? Tra intellettuali fatalisti che non ammettono altri formati rispetto al libro di carta e ottimisti che leggono solo in digitale, Padraig Belton e Matthew Wall dalla BBC provano a fare un punto della situazione in Did technology kill the book or give it new life?


«Le tecnologie e la nascita di una cultura digitale hanno permesso agli scrittori e agli editori un ampissimo ventaglio di possibilità creative per sviluppare “il libro” e offrire molto di più ai lettori. Permettono agli scrittori di pubblicare direttamente, di connettersi intimamente con i propri lettori, e di creare nuovi modi per raccontare storie


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["Carino sì, ma finché ci saranno lettori ci saranno anche pergamene"]


Leggere in digitale cambia il nostro cervello?

Diverse ricerche neuroscientifiche stanno cercando di capire i reali effetti della lettura digitale sul nostro cervello: leggere un libro attraverso un dispositivo tecnologico può influenzare il modo di rielaborare i concetti o avere una risposta diversa dalla nostra memoria? Seconda una ricerca esposta qualche tempo fa sul New York Times in Reading Literature on Screen: A Price for Convenience? i lettori di ebook presentano delle significative difficoltà nel ricostruire l’ordine esatto degli eventi all’interno della storia letta, rispetto a chi legge su carta. Ma, probabilmente si tratta di studi ancora troppo recenti per avere delle risposte chiare.


Altre obiezioni riguardano le continue interruzioni di chi legge su Internet: continuamente sovraesposti dagli stimoli stiamo perdendo la capacità di leggere articoli lunghi e più complessi? Steven Poole rispondeva dal Guardian in The internet isn’t harming our love of ‘deep reading’, it’s cultivating it: la lettura scanner, scriveva Poole, è necessaria su Internet per poter selezionare la grandissima quantità di informazioni presenti, ma il grande successo dei bellissimi reportage online, di articoli che richiedono una certa concentrazione e diversi minuti del proprio tempo smentiscono queste critiche.


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[Book Vortex, schaduwlichtje]


Una vita più immersiva: come cambia la scrittura

Il modo in cui leggiamo, fruiamo contenuti influenza anche come questi contenuti vengono pensati e scritti da chi li produce. Se ne parla questa volta sul Guardian con Paul Mason in Ebooks are changing the way we read, and the way novelists write. I cambiamenti nella «vita di tutti i giorni stanno trasformando il modo in cui reagiamo alle storie: sia per chi le produce che per il pubblico di massa. […] Una volta leggevo romanzi perché le vite raccontate in essi erano più eccitanti, i personaggi più attraenti di ogni altra cosa della realtà intorno a me, che in confronto sembrava così piatta, parrocchiale e chiusa. […] Oggi la vita stessa è diventata più immersiva. Ed è a questo che gli scrittori di oggi devono far fronte.»


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Published on August 18, 2015 01:43

August 14, 2015

«Gli strumenti diventano obsoleti. I media evolvono»: appunti da Henry Jenkins

Come un post-it digitale o un taccuino promemoria. Un segnalibro per non perdermi i più diversi spunti, e un modo per raccogliere le migliori riflessioni.


 


culturaconvergente«La storia ci insegna che i vecchi e i nuovi media non muoiono necessariamente. A morire sono solo gli strumenti di accesso ai contenuti. [...] Gli strumenti diventano obsoleti e vengono rimpiazzati. I media, invece, evolvono. Il suono registrato è un medium. I CD, i file MP3, e le cassette 8-tracks sono tecnologie di delivery. [...] Il contenuto di un medium può modificarsi, il suo pubblico può cambiare e il suo status sociale può elevarsi o abbassarsi, ma una volta che il medium soddisfa una domanda fondamentale per qualche essere umano, continua ad assolvere la sua funzione all’interno di un sistema di opzioni più ampio. Una volta resa possibile la registrazione di suoni, abbiamo continuato a sviluppare e migliorare gli strumenti per registrare e riprodurre. La parola stampata non ha soppiantato quella orale. Il cinema non ha ucciso il teatro, la tv non ha ucciso la radio. Vecchi e nuovi media sono stati costretti a coesistere.


[...] La vecchia idea di convergenza era che tutti i dispositivi si sarebbero uniti in uno solo, in grado di fare tutto come un telecomando universale. Ciò che vediamo oggi è che gli strumenti divergono, mentre i contenuti convergono. [...] La convergenza tra media è molto più di un semplice cambiamento tecnologico, [...] è un processo non un punto di arrivo [...] e richiede ai media di ripensare i vecchi concetti di consumo che hanno plasmato i processi decisionali di programmazione e di marketing.»


 


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Published on August 14, 2015 08:24

December 11, 2014

La città dei libri esiste e si trova a Portland!

La libreria più grande al mondo? Si trova a Portland, in Oregon, una città di nemmeno 600.000 abitanti e ricca d’innovazione e start-up. Eppure in questa cittadina i libri di carta non hanno smesso di attrarre lettori, tutti i giorni infatti riceve dai 6000 ai 10.000 clienti!


La chiamano la “Città dei libri” perché è grande quanto un isolato, questo il servizio di Corriere TV:



Qui l’articolo del Corriere: Benvenuti nella libreria più grande del mondo


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Published on December 11, 2014 03:49