Erika Marconato's Blog
October 1, 2020
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August 30, 2019
Cibo per la mente, il quarto anno del mio gruppo di lettura trentino
Cibo per la mente è il gruppo di lettura che ho fondato a Trento nel 2016 e, a partire dal 18 settembre, ci troveremo per discutere di libri che parlano di minoranze. Quello che abbiamo letto gli scorsi anni lo trovi qui (tema libero) e qui (abbiamo letto a tema libertà). Mancano i libri scritti da donne che abbiamo letto tra il 2017 e il 2018 – prima o poi ci farò un post.
In soldoni, siamo un gruppo di lettrici di varie età che si incontrano a Trento una volta al mese (circa), cenano assieme e parlano di libri (in particolare, uno che abbiamo deciso insieme e letto tra un incontro e l’altro). Insomma, il cibo del nome è sia metaforico che letterale.
Come avete scelto il tema?
Dopo tre cicli di incontri, siamo un gruppo di lettura di medie dimensioni, il che significa che la gestione è un po’ più complessa di prima. Essendo il gruppo formato da un dozzina di persone piuttosto intelligenti, quando si è parlato del tema per il prossimo anno, sono state fatte un sacco di proposte interessanti: dalle minoranze, al femminismo, alla montagna, alla tecnologia, alle tematiche LGBT+, al Medio-Oriente, alla resistenza socio-civile (non il periodo storico, per capirsi), alla pazzia, alla rappresentazione del diverso. Personalmente, avrei voluto approfondire tutto: complice anche il periodo storico in cui ci stiamo muovendo, sento l’esigenza di confrontarmi su temi scomodi per cercare di ritrovare l’umanità che mi sembra si stia sbriciolando un pezzetto alla volta. Quindi, come scegliere? Io avrei proposto una votazione per alzata di mano, ma una delle lettrici è esperta di risoluzione positiva dei conflitti e ha proposto una soluzione più equa (e carina da vedere): le etichette a forma di stelline.
Io ho preparato un cartellone colorato con gli argomenti proposti, poi ognuna di noi ha dichiarato le proprie preferenze (3 stelline: se non leggiamo questo me ne vado, 1 stellina: tra tutte le proposte se proprio proprio…). Il tema delle minoranze ha raccolto 12 stelline (il secondo preferito, la resistenza socio-civile, appena 8). Se non ricordo male, tutte hanno messo almeno una stellina: un po’ perché è un contenitore più ampio di altri, un po’ – secondo me – perché questo periodo storico lo stiamo vivendo male tutte, chi più, chi meno.
Questo argomento mi stuzzica parecchio, anche se, ad essere onesta, trovare i libri belli belli da mettere in lista è stato più faticoso di altre volte.
Una cosa a cui ho fatto particolarmente attenzione per questo specifico argomento sono le case editrici indipendenti. Come molti lettori, pecco di snobbismo inconscio e interiorizzato nei loro confronti. Non che non mi piacciano, anzi, ma quando pesco libri non sempre faccio caso a chi li pubblica. Come per altre “categorie” di libri, questo gruppo di lettura mi aiuta a rompere gli schemi di cui non sempre sono consapevole (per un anno abbiamo letto scrittrici donne perché io mi ero resa conto che ne leggevo poche).
Come funziona il gruppo di lettura?
Ogni gruppo ha le sue regole (e questo non fa eccezione). Qualche tempo fa ho visto una TED di Priya Parker che mi ha chiarito le idee sul perché stabilire delle regole temporanee non è una cattiva idea, te lo linko, ma fondamentalmente l’autrice dice che un set di regole favorisce scambi più concreti e fornisce la sicurezza di essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda.
Le basi
Cibo per la mente è uno spazio sicuro: quello che viene fuori durante le serate resta tra di noi, specie se sono cose personali. A volte, potrei scrivere qualcosa di generale sul gruppo di lettura, ma niente di specifico (e nel caso io racconti qualcosa di specifico online, cambio nomi e dettagli).
Ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione su quello che leggiamo, anche se il libro non è piaciuto: se la scelta è infelice è – perlopiù – colpa mia e non ho problemi ad ammetterlo, ciò non significa che si possa liquidare il libro senza discuterne rispettosamente.
Non accettiamo fascismi, sessismi, razzismi, omofobie, discorsi denigratori, offese, provocazioni gratuite, egocentrismi, snobismi – letterari e non, pregiudizi, prese in giro e incitamenti all’odio di qualsiasi tipo. (Finora, non abbiamo avuto brutte esperienze, ma nel 2019 è urgente sottolineare cosa non è accettabile.)
Questo è un gruppo basato sul rispetto: per chi partecipa, ma anche per il lavoro della scrittura e per il piacere della lettura.
Nessuno ci guadagna denaro (me compresa), quindi io non tollero nessuna rottura di scatole (nemmeno nella chat che usiamo per coordinarci). Faccio del mio meglio perché l’esperienza con il gruppo di lettura sia positiva per tutti, ma non significa che sono disposta a farmi trattare male o a far trattare male le meravigliose signore che partecipano agli incontri.
Per quanto riguarda i libri
L’argomento per l’anno lo scegliamo tutte insieme. La lista – che trovi dopo le regole – l’ho redatta io e il resto del gruppo l’ha validata (quindi non sono previste aggiunte o cambiamenti – ma se stai leggendo cose belle, le puoi citare e prima o poi finiranno in un post come Cosa legge un gruppo di lettura?).
Abbiamo una regola su quello che non leggiamo. Non affrontiamo niente che non ci convinca, il che significa anche che non dobbiamo finire i libri: se la narrazione ci tiene incollate fino all’ultima pagina, benissimo, altrimenti benissimo lo stesso.
Vogliamo leggere libri belli (nella lista ce ne sono più di quanti ne servano proprio per questo motivo).
Hai il diritto di non finire i libri.
Puoi saltare le pagine. Puoi sottolineare le cose che ti sono piaciute. Insomma, leggi come ti pare: nessuno viene a controllare cosa fai a casa tua (perché ognuno legge per conto proprio, durante gli incontri – al massimo – declamiamo alcune parti che ci sono particolarmente piaciute).
La tua opinione sul libro è valida. Non esiste giusto o sbagliato. Puoi non concordare con le altre lettrici: non significa che non hai capito il libro. L’unica cosa a cui tengo davvero è la possibilità per ognuno di esprimere la propria opinione, senza sentirsi sminuito e/o preso in giro. Tutte le mie esperienze di letture condivise sono state proficue, da tutte ho imparato qualcosa (tra cui che non mi piace quando chi fa la voce più grossa è più ascoltato). Mi piacerebbe che fosse così anche per gli altri partecipanti.
Non leggiamo novità (principalmente perché non tutte possono o vogliono comprare ogni libro che leggiamo). Per lo stesso motivo, non leggiamo nemmeno libri autopubblicati.
Non leggiamo (né valutiamo) manoscritti. Nemmeno se sono di autori pluripremiati e già pubblicati.
Non siamo un’agenzia di promozione letteraria, quindi nessuna di noi riceve copie gratuite in cambio di recensioni.
Per quanto riguarda gli incontri
la cena. Ci troviamo ogni 3/4 settimane e ci piace cenare assieme (io sfrutto le povere signore del gruppo per provare ristoranti nuovi in città). Ceniamo per lo più in ristoranti non troppo cari e sufficientemente tranquilli da permetterci di chiacchierare. Non sopportiamo i posti che ci fanno fretta o che ci cacciano, né quelli che ci trattano male. Qualche volta ci troviamo a casa di una delle lettrici (se si offre): questi incontri sono privati e non sono il punto migliore per inserire qualcuno di nuovo. Decidiamo solo un paio di giorni prima dove trovarci (il quando, invece, circa un mese prima). A volte i ristoranti li scelgo io, a volte no. Tendiamo a trovarci tra le diciannove e le venti e a finire tra le ventidue e le ventitré.
Il giorno. Ci troviamo di mercoledì sera. Abbiamo provato altre soluzioni (tipo il sabato mattina o altre sere della settimana), ma non fanno per noi.
Il tema. Conoscendoci un po’ più a fondo, abbiamo scelto di leggere intorno ad un tema, ma questo non cambia la nostra voglia di leggere storie belle di generi (e lunghezze) diversi.
Come ci si procura il libri. Ognuna fa come crede, ma abbiamo un accordo con la biblioteca comunale (in particolare la sede di via Roma), per cui, se più di qualcuna lo vuole dalla biblioteca, ce li tengono da parte in una scatola ufficiale in sala Manzoni (ovviamente, dopo che io ho mandato una mail).
Incontrare gli autori non fa per noi, o meglio, non fa per noi durante la nostra cena. Siamo andate ad un paio di presentazioni tutte insieme e abbiamo discusso in privato, ma parlare direttamente con chi scrive non ci fa sentire troppo a nostro agio. I nostri incontri sono tuttora semi-pubblici, ma tenere la discussione circoscritta e privata ci aiuta ad essere più oneste.
Cosa leggeremo?
Come ho già detto, leggeremo libri sulle minoranze, intese nel senso più ampio possibile. Dato che l’argomento è ampio, ho cercato di infilare anche un libro per ognuno dei temi con più stelline (se poi verranno scelti o meno, dipende dal gruppo).
Alcuni di questi libri li ho già letti, altri invece no (e spero vivamente non siano una delusione). Alcuni sono nel mio radar da un po’, altri non li avevo mai sentiti prima. Sarà che frequento un po’ di più Twitter, ma per questo tema ho chiesto – e ricevuto – alcuni suggerimenti anche da lì.
Ho scritto una riga per ognuno dei testi della lista, così ti fai un’idea senza cercare online (ma se vuoi leggere qualcosa in più, ho linkato la presentazione degli editori sul nome della casa editrice di ogni libro).
L’ordine non è quello di lettura e non leggeremo tutti i libri (ci piace avere una selezione ampia da sui scegliere qualcosa che ci entusiasma davvero). Sono libri di scrittori e scrittrici, di varie nazionalità e orientamenti sessuali. Sono romanzi, ma non solo. C’è sicuramente qualcosa che potrebbe essere controverso, ma il mio gruppo di lettura è uno spazio positivo, in cui si può discutere di tutto con rispetto.
Quindi, senza indugiare oltre, eccoli qui.
I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, Marcos y marcos
368pp. Due sorelle mennonite (no, nemmeno io so cosa significa): una bella bella bella, l’altra un disastro ambulante. Una delle due decide di suicidarsi, ma le persone intorno a lei non ci stanno. Suggeritoci da Donata Columbro su Twitter.
Jerusalem di Selma Lagerlof, Iperborea
416pp. Un piccolo gruppo di cristiani svedesi si trasferisce a Gerusalemme attirati da un ideale di integrazione, pace e amore. L’autrice – premio Nobel per la letteratura nel 1909 – ci racconta di perdita, nostalgia e un sacco di altre cose. Consigliatoci da Alice su Twitter.
La bambina selvaggia di Rumer Godden, Bompiani
208pp. Kizzy è una bambina selvaggia, che vive in un carrozzone e ha un cavallo. I suoi compagni la definiscono “zingara”. Ce l’ha consigliato indirettamente la traduttrice italiana.
The hate u give : il coraggio della verità di Angie Thomas, Giunti
416pp. Angie è afroamericana, vive in un quartiere pieno di gang, ma studia in una scuola prestigiosa. Tutto normale, finché il suo migliore amico viene ucciso dalla polizia…
Mediterraneo di Armin Greder, Orecchio acerbo
40pp. Una piccola graphic novel sul Mediterraneo, i morti e i traffici che ci sono dentro. Il mare, in questa storia, non è solo acqua.
Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno, Einaudi ragazzi
288pp. Cosa succede quando un essere extraterrestre bambino che non è né maschio né femmina – lo deciderà a vent’anni – atterra sulla Terra?
Marta che aspetta l’alba di Massimo Polidoro, Edizioni Piemme
187pp. Tratto dalla storia vera di un’infermiera triestina e di un medico (Basaglia) che si scontrano con la realtà dei manicomi (dato che non lo trovo nella casa editrice, ti linko le parole nel sito dell’autore se vuoi approfondire).
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, Feltrinelli Editore
400pp. Grazie alla vita e alla voce di Amal, seguiamo la difficile storia della Palestina degli ultimi sessant’anni.
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, Einaudi
254pp. Christopher Boone è autistico, ma questo non gli impedisce di imbarcarsi nella ricerca dell’assassino del barboncino della vicina.
Wonder di R.J. Palacio, Giunti
288pp. Auggie ha una faccia diversa da tutte le altre, una faccia che non si dimentica. In questo romanzo lo seguiamo in un anno scolastico diverso da tutti gli altri.
Il sole dei morenti di Jean-Claude Izzo, Edizioni e/o
256pp. Un noir che racconta di cosa succede ad un uomo normale quando perde tutto, compreso il tetto sotto cui dorme.
Ragazze elettriche di Naomi Alderman, Nottetempo
446pp. Inoltriamoci in un mondo in cui le donne sono al potere, conquistato dopo aver sviluppato la capacità di fulminare chi le molestava. Sarà un mondo più equo?
Istruzioni per diventare fascisti di Michela Murgia, Einaudi
112pp. Esercitare la democrazia è un lavoro difficile, molto più semplice diventare fascisti, no?
Pentirsi di essere madri di Orna Donath, Bollati Boringhieri
205pp. “Essere madre è la più grande gioia della vita” è un’affermazione che non è vera per tutte. L’autrice in questo saggio parla con donne che amano i loro figli, ma ammettono che diventare madri non è stata la scelta migliore per loro.
Franz Jägerstätter: un contadino contro Hitler di Erna Putz, Editore Berti
252pp. Un contadino tedesco decide che il suo essere cristiano è incompatibile con l’essere nazista. Non trovo la scheda nel sito dell’editore, quindi ti linko la pagina di Wikipedia su Franz. Di questo libro ne ha parlato Andrea Zanni nel suo pezzo sulla Resistenza.
Porto il velo, adoro i Queen di Sumaya Abdel Qader, Sonzogno
179pp. Un capo di abbigliamento rende Sulinda diversa, almeno ad un primo sguardo. In realtà, come tutte, si barcamena tra famiglia, studi e incombenze private. Alcuni criticano questo libro per il tono troppo leggero, più adatto a un blog. Vedremo.
I monologhi della vagina di Eve Ensler, Il saggiatore
218pp. Un’opera teatrale per raccontare delle donne e del loro rapporto con le loro vagine. Di nuovo, non trovo la scheda, ma ti linko il video di una rappresentazione.
Sotto un sole diverso di Ernst Lothar, Edizioni e/o
373pp. Un romanzo che parla di Alto Adige, di persone di lingua tedesca e di anni Trenta attraverso gli occhi della famiglia Mumelter.
Exit West di Mohsin Hamid, Einaudi
152pp. Nadia e Saeed si amano, vivono in un posto imprecisato in Medio Oriente dove c’è la guerra – che sembra essere l’unica cosa possibile nel loro futuro. Finché…
Romanzo rosa di Stefania Bertola, Einaudi
201pp. Un libro da ombrellone leggero e divertente. Parla di una sessantenne e di come – e se – diventerà una scrittrice di Melody, perché la letteratura rosa è sempre considerata una minoranza (per non parlare dei personaggi sopra i trent’anni).
Le nostre anime di notte di Kent Haruf, NN
176pp. Due vicini di casa vedovi decidono di raccontarsi con il buio. Ovviamente, la loro comunità non reagisce molto bene: essere diversi in una piccola città non è una grande idea.
Vorrei partecipare…
Purtroppo, siamo diventate un gruppo abbastanza numeroso. Per questioni logistiche (a Trento i ristoranti tranquilli sono piccini) e organizzative (un gruppo grande è più difficile da gestire) non posso invitarti agli incontri di Cibo per la mente.
Se hai un gruppo di persone con cui vuoi provare a fare un gruppo di lettura – e un’idea di budget – , mandami una mail (la trovi nella pagina contatti) e vediamo se riusciamo ad organizzare un gruppo nuovo.
Altrimenti…
C’è Twitter!
Quest’anno alcuni dei suggerimenti ci sono arrivati via Twitter e so che le persone che si sono fatte avanti avrebbero piacere di sapere se i loro consigli sono stati accettati e cosa ne è venuto fuori nella discussione.
La mia idea è di preparare per il 20 di ogni mese un thread su Twitter e provare a fare un Cibo per la mente virtuale lì. Quindi, il 20 settembre alle 20 troverai sul mio account (@ErikaMarconato) un po’ di spunti su Romanzo rosa di Stefania Bertoli con cui potrai interagire e dire la tua (con #CiboPerLaMenteTw così posso recuperare i tweet anche dopo). La discussione non sarà una copia fedele di quello che succede dal vivo, ma parleremo dello stesso libro e le regole di base saranno le stesse (ovviamente, tranne per la parte di incontri fisici).
Se l’idea ti interessa, me lo fai sapere via Twitter (che ho bisogni di incoraggiamento)? Ti va di dirmi – sempre lì – anche se preferiresti scegliere il prossimo libro o se ti va bene seguire quello che viene scelto a Trento?
Se non ti interessa parlare di libri con me, comunque la selezione di quest’anno è meravigliosa (e non lo dico solo perché l’ho curata io), quindi puoi prendere spunto e leggere per i fatti tuoi. Fidati, però, che parlare di quello che si legge in un gruppo di lettura è un’esperienza meravigliosa!
March 11, 2019
Cara PA mi aiuti ad essere un cittadino migliore?
Se la risposta di Code for America è
un governo come piattaforma. [Tim O’Reilly] Ha preso in prestito una metafora di Don Kettl sul governo come distributore automatico (ossia dove metti i tuoi soldi e ti esce il servizio che ti serve) e ha chiesto di reimmaginare il governo come piattaforma per azioni collettive. Come risultato, gli impiegati governativi devono pensarsi meno come AOL nei giorni felici, quanto come la Apple che abilita centinaia di applicazioni di terze parti per l’iPhone. Nel modello “distributore automatico”, se i cittadini vogliono cambiare qualcosa (per così dire), tutto ciò che possiamo fare è scuotere la macchinetta. Se il governo costruisse una piattaforma che abilita la partecipazione, i cittadini potrebbero creare il cambiamento che desiderano.
Cosa di cui anch’io ho parlato in passato.
L’ultima domanda era sui rapporti con la PA. La domanda era interessante e non ho risposto adeguatamente. Le Pubbliche Amministrazioni dovrebbero fare da ABILITATORI per i cittadini (i patti di partecipazione bolognesi sono un esempio, il ruolo che sta avendo la biblioteca comunale per la città di Trento è un altro esempio — ne ha parlato Eusebia Parrotto al convegno dell’AIB). Quando questo presupposto viene a mancare (un esempio classico è l’Amministrazione che attacca il cittadino che fa qualcosa con i dati), qualunque civic hacker dirà di aver avuto un’esperienza negativa con la Pubblica Amministrazione (che si vede ancora come un distributore per le merendine). Un circolo virtuoso tra cittadini e amministratori è fatto di tanti piccoli passi e richiede fiducia da entrambe le parti.
E anche (in un pezzo che ho scritto a quattro mani con Matteo Brunati):
Quindi gli Amministratori non servono più a nulla?
La risposta chiara e semplice è no. Ripensare alla propria relazione con i cittadini, significa diventare elementi abilitanti per cittadini attivi e hacker civici interessati a costruire qualcosa di “pubblica utilità”. Pensiamo concretamente al Comune di Reggio Emilia e alla sua esperienza con gli Open Data. Il portale Open Data è stato realizzato grazie anche ai contributi portati dai civic hacker locali. Non è tutto! Grazie ad un percorso divulgativo sugli Open Data, è nato Fatti di numeri⁸, uno spettacolo teatrale che offre una lettura creativa e accessibile degli Open Data, rendendoli parte di un ragionamento più ampio sulla città stessa.
La PA è una piattaforma!
Le relazioni sono complesse, non ci sono mai soluzioni semplici. La tecnologia è un mezzo potente che va compreso, soprattutto nella sua natura destabilizzante: Internet mette in discussione i poteri e i ruoli di ciascuno, re-distribuendoli. Forse è ora di riprendere l’idea, nata quasi dieci anni fa negli Stati Uniti, della PA come piattaforma⁹, dove il cittadino può fare (e non soltanto partecipare) e può contribuire alla difesa dell’interesse collettivo.
Non è una fissa di chi fa o racconta il civic hacking, come dimostra Carlo Mochi Sismondi.
il ruolo dell’amministrazione pubblica è fondamentale, ma ci serve una PA nuova, non tanto nella forma o nelle norme, ma nella sostanza e nei comportamenti. Una PA fondata su un diverso ruolo rispetto al solo fornire servizi e autorizzazioni. Un ruolo che superi il paradigma bipolare e la porti ad essere piattaforma abilitante per una nuova collaborazione tra le diverse componenti della società complessa in cui viviamo.
Ma non sono sicura che questi discorsi, più teorici che pratici, possano essere davvero di ispirazione per i dipendenti pubblici: io non lavoro nel pubblico, non sono “una di loro” quindi sembrano più fumo che arrosto.
Ecco perché ho pensato di fornire un esempio concreto attraverso l’esperienza della Biblioteca comunale di Trento.
La biblioteca comunale è una PA?
Per quanto possa sembrare strano, la risposta è sì. Anche se non fa strettamente parte della dimensione amministrativa di una città, è innegabile che sia una struttura che cura gli interessi pubblici ed gestita – perlopiù – da dipendenti pubblici. Non voglio addentrarmi sulle varie classificazioni delle varie tipologie di biblioteche o delle sfumature della parola Amministrazioni, però è importante riconoscere che non tutti gli uffici pubblici sono Ministeri o Anagrafi. Ognuno ha la proprio specificità e ognuno può diventare abilitatore in qualche forma.
Ma passiamo all’esperienza raccontata da Eusebia Parrotto, capoufficio servizi al pubblico e organizzazione tecnica della Biblioteca di Trento.
Creatività e Ricerca: la biblioteca come officina per la produzione collaborativa di contenuti e servizi from AIB Video on Vimeo.
Beh, ma quella è la sua esperienza!
Eusebia, giustamente, si concentra su aspetti molto pratici del diventare “abilitatori”: parla di una biblioteca antica, che lavora anche come archivio, del capoluogo di una regione a statuto speciale. Ciononostante, non è difficile estrarre delle indicazioni generali, applicabili anche ad altre Amministrazioni.
Il (quasi) decalogo dell’Amministrazione abilitatrice
1. Sapere qual è il proprio ruolo
Creare delle relazioni con il territorio può essere difficile: ogni associazione/cittadino ha una propria visione di ciò che dovrebbe fare l’Amministrazione Pubblica e di ciò che dovrebbe essere considerato interesse comune. L’esperienza della biblioteca risolve questo nodo velocemente, mentre Eusebia parla del progetto su Cesare Battisti: “la biblioteca ha fatto quello che deve fare la biblioteca, cioè mettere a disposizione la documentazione”. Questa frase non tocca minimamente gli altri motivi per cui la biblioteca è un centro abilitante per l’Open Source e la permeabilità che la caratterizza (hanno una collaborazione fissa col CoderDojo Trento e uno sportello Linux settimanale, tra le altre cose), ma sottolinea con chiarezza l’idea che ognuno sappia quale dovrebbe essere il suo ruolo. Senza abbarbicarsi in posizioni acquisite nel tempo (pensa come sarebbe diverso tutto l’intervento se si fosse deciso che, per consultare il materiale, è obbligatorio fare la tessera o recarsi in via Roma, la sede centrale della biblioteca comunale).
2. Essere aperti alla (vera) partecipazione
Io lo capisco: introdurre nuovi partecipanti alle già complesse dinamiche pubbliche richiede energia e pazienza. Non mi permetterei mai di dire che ogni Amministrazione debba farsi in quattro per soddisfare ogni cittadino (o gruppo di cittadini). Ma che bisogna essere aperti alla collaborazione sì.
Essere aperti alla partecipazione significa coinvolgere attori diversi (nel caso dell’esperienza della biblioteca, l’associazione di wikipediani trentini, attivisti delle mappe, studiosi, esercizi commerciali e anonimi volontari). Ma come si fa? Un elemento fondamentale è FACILITARE LA PARTECIPAZIONE: più ostacoli qualcuno incrocia nel proprio cammino, più sarà tentato di cambiarlo quel cammino; non complicare inutilmente la vita di chi vuole avere accesso alle risorse, per dirla con le parole di Eusebia. Detto questo, avere chiaro il proprio ruolo reale (e non quello che i cittadini credono sia) dovrebbe permettere scambi fecondi e, forse, meno frustranti.
3. Stai davvero lavorando al meglio delle tue possibilità?
Ad un certo punto Eusebia parta di catalogazione e rimandi a Wikisource: sta raccontando come lavorare meglio. Posto che la missione di una biblioteca sia anche far accedere gli utenti alle informazioni (e, nel caso abbia anche una vocazione archivistica, conservarle per le generazioni future), riconoscere che i propri utenti non sono solo quelli che varcano la soglia fisica del palazzo è il primo passo per lavorare meglio. Senza fare voli pindarici su ipotetici utenti particolari della Biblioteca comunale, l’esperienza di cui parla Eusebia ci dice che:
la biblioteca di Trento non serve solo ai trentini,
i bibliotecari già catalogano i documenti,
il catalogo non è sempre reperibile facilmente (specialmente quello delle biblioteche trentine che va sotto il nome di Osee Genius e, se non lo sai, cippalippa),
c’è nel luogo fisico un progetto di digitalizzazione delle opere antiche.
Alla luce di tutto questo, perché non sfruttare tutto quello che già c’è e integrare le informazioni anche su Wikipedia e i suoi progetti paralleli, per cui da lì si arriva alle risorse e al catalogo e viceversa?
4. L’approccio “aperto” non è una questione ideologica
Nel suo blog Eusebia si descrive così:
Sono Eusebia Parrotto, lavoro in una biblioteca pubblica, mi interesso di quello che succede intorno alle biblioteche e scrivo qui le mie riflessioni.
Come bibliotecaria e come persona, mi impegno per la conoscenza libera e per questo contribuisco ai progetti Wikimedia, in particolare alla biblioteca digitale libera Wikisource e a Wikipedia.
Adottare l’openness come filosofia anche nel suo lavoro, però, non è una questione ideologica. Il direttore della biblioteca e il comune di sicuro non sono wikipediani, ma i vantaggi di questo tipo di approccio – che consente, tra le altre cose, un continuo scambio di competenze e conoscenze tra biblioteca e resto del mondo – porta troppi benefici per poter essere ignorato. Lavori nel pubblico e vuoi muoverti in questa direzione? Non ti puoi permettere di fare dell’openness un discorso ideologico di nessun tipo, come dimostrano i partecipanti di lingua spagnola dell’ultima International Open Data Conference:
I partecipanti hanno descritto come, nei loro paesi, il discorso sull’openness sia venuto dall’alto e guidato da alcuni partiti politici. In molti casi, un partito politico ha formato un Governo ed etichettato il proprio operato e il proprio modo di lavorare come ‘aperto’. Questo ha causato un percezione partitica dei loro sforzi e, quindi, un rischio maggiore di tornare indietro in caso di un Governo del partito di opposizione. Questo significava anche che i dipendenti pubblici, specie se in posizioni medio-basse, non vedevano i possibili risultati dell’openness nelle loro attività come parte importante delle proprie attività quotidiane, ma come lavoro extra e motivato dalla politica, da infilare nelle loro già piene agende.
Il che mi porta direttamente a…
5. Abbandona il bisogno di controllo (ma continua a controllare gli Alert)
L’esempio su Cesare Battisti e la mappa di Napo è perfetto per mostrare che le persone sono piuttosto creative. Se nel mansionario di alcune persone della biblioteca c’è (anche) doversi occupare di openness, sicuramente non c’è scritto da nessuna parte che debbano intercettare tutti gli usi che vengono fatti delle loro risorse. Spostando l’attenzione su oggetti più comuni in biblioteca – i libri – riesci a immaginare di prendere a prestito un volume e con esso un dipendente che controlli se lo leggi in bagno, se ne parli ad un gruppo di lettura, se finisci tutte le pagine, se lo studi o se ti segni da qualche parte le citazioni che ti piacciono di più? Ridicolo!
Il controllo delle bibliotecarie (e dei bibliotecari) si esaurisce nel momento in cui il libro è legalmente passato nelle tue mani. Nessuno si sogna di chiederti che cosa ne hai fatto quando lo restituirai o di mandarti mille mail per capire cosa stai facendo mentre stai esercitando il tuo diritto di accesso alla risorsa.
Sempre restando sui volumi fisici, se fai bene il tuo lavoro di biblioteca, può essere che chi di mestiere scrive ti citi (di solito nei ringraziamenti), un Alert fisico. Quelle sono le cose su cui puoi (e devi) concentrare il tuo controllo. Il metro di misurazione della bontà del tuo lavoro dovrebbe essere un costo per te, non per chi decide di usare i tuoi servizi. Tornando alla metafora dei libri fisici, se una scrittrice (o uno scrittore) si prende la briga di esplicitare che il personale della biblioteca è estremamente gentile è compito tuo leggere (e sfruttare) questa cosa, non è compito di chi scrive portarti una copia del volume con la frase sottolineata. Nell’esperienza di cui parla Eusebia, qualcuno all’interno della biblioteca ha il compito (o il piacere) di controllare gli Alert, nessuno deve dichiarare prima a cosa gli servono le mappe di Battisti.
6. Dimenticati della competenza amministrativa
Nel video, ci viene raccontato di uno studioso olandese interessato alle mappe che si trovano in Trentino, di pagine di Wikipedia in dodici lingue che usano le immagini digitalizzate da una piccola biblioteca e di una tipografia del Rhode Island che suddette mappe le sfrutta commercialmente.
Con questo non sto dicendo di bruciare i confini e lavorare per chiunque dovunque si trovi (anche se alcuni esempi di amministrazioni con un’ottica più ampia di altre ci sono).
Però.
In un territorio piccolo (ed estremamente concentrato su se stesso) come il Trentino (che con l’Alto-Adige fa poco più di un milione di abitanti) lavorare perché l’interesse pubblico non sia confinato tra le Alpi e il Lago di Garda immagino sia piuttosto difficile. La chiave di volta sta tutta lì: l’interesse pubblico, della collettività di individui che rappresentano potenziali stakeholder – tanto amati da convegni e schede di valutazione europee e non. Se, per esempio, sei un’Amministrazione che pubblica Open Data, come fai a dire che l’interesse pubblico di quei dati è legato ai tuoi confini amministrativi? Esempio concreto (al di là della biblioteca): se gli orari del trasporto pubblico comunale sono rilasciati con una licenza aperta, li useranno solo i cittadini? E i turisti? E le app che aiutano ad organizzare i viaggi – e magari hanno sede in Olanda o negli Stati Uniti? E gli accademici che magari stanno a mille chilometri dal tuo comune?
7. Coinvolgi risorse nuove. Coinvolgi risorse vecchie.
Non parlo di età anagrafica, ovviamente (anche se, a volte, quella conta).
A quanto ci dice la protagonista del video che stiamo analizzando, nella biblioteca comunale lavora per una anno – da almeno tre anni – una persona che fa il servizio civile. Il che implica almeno che sia il compito di qualcuno che in biblioteca lavora in pianta stabile di scrivere un progetto per farsi assegnare i fondi. Sospetto che la cosa sia un po’ più complessa di così e chi fa servizio civile sia seguito da un tot. di bibliotecarie e archiviste, ma lasciamo perdere per amore di brevità.
L’esempio mi pare abbastanza chiaro: se non c’è un certo grado di impegno da entrambe le parti, difficilmente l’Amministrazione in questione potrà diventare davvero abilitante (spostandosi dal servizio civile, per quanto riguarda i CoderDojo e lo sportello Linux l’impegno della biblioteca è di fornire gli spazi fisici, nonché di fare la comunicazione sia in loco che online tramite il sito, la newsletter e i social, più sicuramente altre cose che non so o non mi vengono in mente).
8. Sfrutta i prototipi, ma progetta di investire tempo e denaro
Per essere davvero abilitatori e non fare solo iniziative di facciata bisogna tenere in considerazione la sostenibilità dei progetti. Sebbene il servizio civile non sia tecnicamente lavoro, è comunque un’esperienza professionalizzante SE il progetto è parte di una visione strategica della propria Amministrazione (“assumere” personale attraverso il servizio civile per pagarlo meno è una maledetta carognata, così come avere volontari del servizio civile che fanno fotocopie dalla mattina alla sera).
Sempre in biblioteca, è chiaro che i macchinari per la digitalizzazione sono del Comune, il progetto è scritto dalla biblioteca – e materialmente eseguito da chi fa il servizio civile, con l’accompagnamento del personale – in un’ottica di lungo termine (tanto che di progetti ne sono stati fatti almeno tre). Qualcuno avrà dovuto formarsi sull’argomento e rendersi disponibile a fare da mentore. Insomma, fatti due conti…
Lo dirò fino a non avere più fiato: il civic hacking non è un modo per far lavorare la gente gratis (nemmeno quelli che vogliono farlo perché vogliono dare una mano alle Amministrazioni a diventare piattaforme). In tempi di bilanci magri, se lavori nella Pubblica Amministrazione probabilmente è difficile far saltare fuori dei liquidi, ma se non c’è il commitment del posto in cui lavori, come può essere una priorità abilitare i cittadini?
9. Lavora in ottica di remix
Parlare di “materiale grezzo” che poi “verrà lavorato altrove”, nonché di “officina digitale” esplicita molto chiaramente che Eusebia sta ragionando in ottica di remix, anche se forse non ne è consapevole.
Uno degli aspetti più interessanti (o significativi) del fare civic hacking è la possibilità di risistemare i “pezzi” per trovare soluzioni nuove. Come nella musica, quando un dj crea una canzone nuova campionando cose che già esistono (non mi infilerò nella diatriba legale. Se proprio ci tieni, Lessig ha scritto un libro titolato Remix in cui ne parla in lungo e in largo). Esattamente come gli Open Data – che dovrebbero essere considerati un’infrastruttura, l’operato può essere più o meno simile alle note musicali: tutti sappiamo che sono DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI, alcuni sanno a cosa corrispondono, altri sono in grado di replicarle, altri ancora sono in grado di crearci una composizione, altri ancora quella composizione sono in grado di smontarla e creare qualcosa di nuovo.
Si tratta di un movimento circolare per le Amministrazioni: devi sapere chi sei e quali materiali puoi fornire, devi abilitare chiunque a diventare dj, ma se rincorri tutte le sirene perderai di vista chi sei e nessuno diventerà dj. Il risultato non sarà l’immobilità, ma la perdita di contributi importanti (ti ricordi cosa diceva Eusebia sulla consulenza altamente specializzata sulle mappe della biblioteca?).
Aspetta! Devo tirare le fila!
Se hai letto fin qui, forse ti ritrovi con più confusione che altro, quindi fammela mettere giù semplice.
L’amministrazione deve rendere abili i cittadini, in tutti i sensi.
Tu che leggi, sii l’Eusebia Parrotto della situazione: cambia le dinamiche, sperimenta, muovi un sassolino che forse permetterà ad una porta di aprirsi. Insomma, sii la (o il) civic hacker di cui la tua Amministrazione ha bisogno (specie se hai una posizione privilegiata: l’interno).
E, per buona misura, il quasi decalogo:
Sapere qual è il proprio ruolo
Essere aperti alla (vera) partecipazione
Stai davvero lavorando al meglio delle tue possibilità?
L’approccio “aperto” non è una questione ideologica
Abbandona il bisogno di controllo (ma continua a controllare gli Alert)
Dimenticati della competenza amministrativa
Coinvolgi risorse nuove. Coinvolgi risorse vecchie.
Sfrutta i prototipi, ma progetta di investire tempo e denaro
Lavora in ottica di remix
L’immagine di copertina è “Workshop” di Bill Smith con licenza CC BY 2.0.
February 15, 2019
Podcast, mon amour!
Se ci conosciamo da più di due minuti, mi avrai visto arrivare con le cuffie nelle orecchie. Avrai fatto le tue supposizioni: starà ascoltando della musica oppure sarà al telefono con qualcuno. La realtà è che, molto probabilmente, mi stavo ascoltando un podcast.
Un cosa?
La definizione di podcast, per me, è:
qualcosa che posso scaricare in formato .mp3 e ascoltare quando mi pare (se me lo devo ascoltare stando su un sito specifico o con una tempistica precisa, non lo considero un podcast),
che esce con una certa regolarità (una registrazione non è un podcast) e
che ha un inizio e una fine (la programmazione della radio non è un podcast, alcuni programmi radio sì).
Se vuoi una definizione più strutturata (e decisamente più completa), ti rimando a un ottimo blogpost di Jonathan Zenti per Il Tascabile.
Perché ho cominciato ad ascoltarli?
Come io sia finita nell’oceano dei podcast non ne ho idea, probabilmente seguendo qualche creatore di contenuti che aveva ANCHE un podcast (e il mio animo da fan non ne aveva abbastanza del medium iniziale).
Quando ho cominciato a girare a piedi (al primo anno di università) ho pensato che, per camminare, gli audiolibri facessero al caso mio (ne avevo parlato qualche anno fa): peccato che fossero lunghi, che il mio lettore .mp3 non sempre si ricordasse il punto dove ero arrivata e che essere per strada senza far caso ai semafori non è proprio l’ideale. Gli audiolibri li adoro ancora, ma li ho confinati alle mura domestiche dove nessun veicolo malvagio vuole fare la mia conoscenza.
Quindi, i podcast?
Boh. Però è una modalità di fruizione di contenuti che mi ha catturata subito. Sono uno di quei rari adulti che gira sempre con gli auricolari, lo facevo da giovane ed è una mania che non mi ha mai abbandonato; cammino molto e uso i mezzi pubblici – in treno leggo più che volentieri, in autobus mi è capitato di perdere più di una fermata per colpa di un libro, quindi molto meno volentieri, e, per finire, con dei suoni nelle orecchie mi concentro meglio. Non ho assolutamente idea di quale sia stata la mia prima iscrizione: ho dei vaghi ricordi che, per un periodo, avevo nel lettore RSS svariate iscrizioni per sapere quando venivano aggiornate le pubblicazioni audio che mi interessavano e degli altri vaghissimi ricordi di quando ho installato iTunes, ma niente di più.
Perché ho continuato ad ascoltarli?
La risposta è molto semplice: mi si è aperto un mondo. Ho scoperto che potevo imparare qualcosa, esercitare la mia comprensione dell’inglese, farmi una risata, ascoltare una storia, approfondire un argomento, sentire – letteralmente – idee diverse dalla mia, ottimizzare il mio tempo (sia mai che dal Veneto non esca qualcuno che non vuole ottimizzare il proprio tempo) e – particolare non indifferente – isolarmi nei mezzi pubblici forieri di conversazioni più che imbarazzanti (tipo quando un vecchio ha cercato di convertirmi o quando un altro vecchio ha chiesto alla ragazza di fianco a me se allattava – immagina l’imbarazzo di entrambe. Mi piacerebbe dire che ho avuto la prontezza di cominciare a parlare con lei per salvarla dal vecchiaccio, ma non è andata così).
In più, mi sono accorta che sono molto meno fastidiosa con le voci di chi fa i podcast, rispetto a chi legge gli audiolibri (probabilmente ha a che fare con lo sforzo immaginativo richiesto dai libri che collide con la realtà, comunque c’è una casa editrice per audiolibri che detesto perché sceglie sempre degli attori con delle voci nasali terribili).
Come ultima cosa, ho cambiato smartphone e Valentina Aversano (la magica persona che ha lanciato i #3FattiDiOggi) mi ha suggerito Castbox, una app leggera e ordinata per ascoltare i miei adorati podcast anche da lì – il che ha risolto molti dei problemi legati al portarsi in giro un vecchio lettore .mp3 piuttosto capriccioso.
Cosa ascolto?
Ci sono alcuni argomenti che mi piacciono parecchio: scrittura, lettura, crimine, umorismo, relazioni interpersonali, sci-fi, attualità, racconti brevi, creatività, produttività, la condizione femminile, grammatica (soprattutto per l’inglese), libri in generale e umorismo. Come lingue, principalmente, vado con cose in inglese o in italiano.
Un sacco di roba, lo so (senza contare che di più di un argomento ascolto molto più che un paio di podcast).
Con Castbox, ho cominciato a far un po’ di pulizia. Mentre iTunes, essendo nel mio computer fisso, mi dà l’idea di avere infinito spazio a disposizione (so che non è così, come mi ricorda prontamente il mio pc quando ho lasciato troppe puntate come “da ascoltare” e non le può eliminare), la memoria dello smartphone è una risorsa molto più scarsa e mi richiede di essere molto più selettiva. Insomma, in preda all’entusiasmo, ho usato iTunes per iscrivermi ad una marea di roba: cose di più di un’ora sulla scrittura, programmi di youtuber o personaggi famosi vari di cui ho ascoltato un paio di puntate massimo (scusate Grace Helbig e Dan Savage), programmi di Radio 3 o della BBC perché mi piacciono e magari se li trovo lì li ascolto – no, non li ascolto, risorse sulla vita da freelance, versioni radiofoniche di riviste che apprezz(av)o, cose consigliate da conoscenti vari, pubblicazioni in francese o tedesco o spagnolo (lingue che conosco, ma non così bene da capirci qualcosa se non sono completamente concentrata sull’ascolto), programmi che hanno smesso di essere aggiornati da anni… Il mio iTunes è una giungla, il che non mi dispiace, ma alla fine aspetto con impazienza solo alcune cose. Diciamo che Castbox, essendo vergine di iscrizioni e nello smartphone, mi ha costretto ad essere brutalmente onesta: cosa ascolto davvero?
Cos’è finito nel mio telefono (oppure no, ma ti consiglio comunque più che caldamente)?
Come hai già letto, mi interessano un sacco di cose: qui sotto troverai un elenco ristretto con una tassonomia assolutamente arbitraria e personale, giusto per darti una piccola guida, se coi podcast proprio non sai da dove partire.
Alcune cose saranno in una categoria, ma starebbero bene anche altrove, altre stanno bene dove stanno, ma potrebbero aver bisogno di un po’ più di flessibilità da parte della categoria in questione. Siccome ascolto sia in inglese che in italiano trovi EN o IT prima del titolo. Per la durata, ti lascio il brivido della scoperta.
Non ho messo nessun podcast musicale (ne ascolto comunque svariati. Due che adoro sono Sei gradi di Radio 3 perché mi permette di scoprire un sacco di musica nuova e Irish & Celtic music podcast di Marc Gunn perché è celtico, ma indie).
Non so dove lavori, ma non tutte le cose elencate qui sotto sono 100% appropriate per l’ufficio – o, dall’altra parte, per la casa con dei bimbi: alcuni avvisano prima di parlare di squartamenti o sesso, alcuni no, quindi ecco tienilo a mente.
True crime
Se non ti piacciono omicidi e affini, questa non è la categoria per te (anche se ci sono cose che fanno ridere, i programmi parlano comunque di crimini di varia natura).
(EN) Serial racconta un crimine a stagione, riprendendo in mano testimonianze e carte dei tribunali. Sarah Koenig ci guida tra quello che scopre, ma ci lasci la libertà di farci la nostra opinione. Di sicuro l’hai già sentito nominare (perché ha vinto più di qualche premio ed è super famoso), ma se te lo sei perso, recuperalo immediatamente!
(EN) S’laughter nasce dalla frustrazione di Emma e Lucy nel scoprire che molti dei podcast legati agli assassini preferiscono quelli con tante vittime. E quelli che hanno ucciso una volta o un paio di volte sole? Le due presentatrici hanno un modo di interagire tra di loro (e con il loro pubblico) che mi strappa sempre una risata. Le adoro!
(IT) Veleno è inquietante e disturbante. Segue le vicende di sedici bambini allontanati dalle loro famiglie. L’indagine e la storia si svolgono in provincia di Modena e ti entrano dentro come poche cose al mondo. Nel sito si trovano anche foto dei posti e altre cose del genere, nel caso servisse un’ulteriore dose di orrore. Super interessante, ma super angosciante.
Donne
(IT) Morgana di Michela Murgia. Ogni puntata è il racconto della vita di una donna fuori dagli schemi, si va da Moana a Santa Caterina da Siena, passano per Madonna, Margaret Atwood e altre donne un po’ streghe un po’ fate.
(EN) Bodies mentre sto scrivendo ci sono solo una manciata di episodi, ma spero che Allison Behringer ne faccia altri mille. Ogni puntata intervista (e racconta la storia di) una donna con un mistero medico e di come l’ha risolto, a partire dalla storia personale dell’autrice e del suo ciclo particolarmente doloroso. L’ho adorato: è onesto, schietto al punto da essere scomodo e stranamente poetico.
(EN) The history chicks che apre con la frase “Any resemblance to a boring history class is purely coincidental!” e un riassunto di 30 secondi della vita della donna nella storia di cui si parla nella puntata. Questo è uno di quei podcast che appena fa uscire una nuova puntata mi fa fermare tutto e ascoltarlo – nonostante sia decisamente lungo. Adoro il fatto che cerchi di sfatare il mito che nella storia tutte le donne sono state a casa a figliare e lavare i piatti.
(IT) Senza rossetto resta nel mio iTunes, nonostante non ho capito bene che ne sarà di lui. Giulia Cuter e Giulia Perona hanno creato un modo per raccontarele donne di ieri e di oggi attraverso le parole delle scrittrici (la mia puntata preferita è quella della Pitzorno, ma mi sono rimaste dentro quasi tutte). Resta nel mio iTunes perché, nel caso tornasse, voglio essere in prima fila con gli auricolari in mano.
(EN) Good night storie for rebel girls è pure un podcast. Dopo il successo dei libri uno e due, troviamo le favole della buona notte che raccontano donne ribelli anche in formato audio. La cosa che a me è piaciuta molto è che ogni donna è raccontata da una donna diversa, quindi, anche se sono tutte nello stesso progetto, sono tutte uniche.
Storie e affini
(IT) Abisso editoriale Maria De Biase e Alessandra Zengo raccontano il mondo dell’editoria e tutte le sue sfaccettature sfruttando il povero polpo Roger come guida per l’abisso. Sono oneste e il podcast è pieno di informazioni e riflessioni utili, ma sono piuttosto preoccupata per il povero Roger ;).
(EN) The bright sessions è una storia meravigliosa raccontata attraverso le registrazioni della dottoressa Bright, una psicologa specializzata in ragazzi con poteri soprannaturali. Lauren Shippen ha concluso il ciclo narrativo, ma io lo tengo lì nella speranza che torni (e anche perché mi piace riascoltarlo).
(IT) Racconti è il podcast di una rivista letteraria inutile e ci fa arrivare nelle orecchie un racconto inedito a settimana. Le puntate durano meno di venti minuti, quindi sono perfette per la maggior parte dei miei viaggi con i mezzi pubblici.
(EN) Lore starebbe bene anche nella categoria true crime, ma non gli starebbe a pennello. Esplora i fatti reali che danno vita al folklore in un modo che mi ricorda molto le storie di fantasmi che vengono raccontate intorno al fuoco nei film americani (il che spiega perché è qui e non nel true crime).
Per imparare qualcosa
(EN) Banging book club ha chiuso il suo ciclo, ma è letteralmente un gruppo di lettura via podcast. Hannah Witton, Lucy Moon e Leena Norms, tra il 2016 e il 2019, hanno letto libri su sesso e relazioni per poi registrare le loro reazioni sotto forma di podcast. Un piccolo gioiellino.
(EN) Sex nerd Sandra è un podcast di educazione sessuale. La cosa che mi piace è che affronta un sacco di cose che io manco sapevo esistessero, ma con cognizione di causa. Lei, in più, è piuttosto simpatica.
(EN) I’m not being funny but – è il modo in cui Leena Norms fa le domande di cui pensiamo di avere la risposta o che non abbiamo il coraggio di fare (ad esempio ha fatto una puntata sul razzismo, una sull’Irlanda dopo che è stata annunciata la Brexit). Leena è intelligente e curiosa, così come il podcast.
Questi sono i miei quindici podcast preferiti, giuro che nel mio iTunes ce ne sono parecchi altri, ma questi sono quelli che ho voglia di ascoltare appena vengono caricati. Se la prossima volta che ci incrociamo hai nelle orecchie uno di questi podcast, dimmelo, che non vedo l’ora di parlarne con qualcun altro!
L’immagine di copertina è “Headphones” di Jeremy Segrott con licenza CC BY 2.0.
January 10, 2019
Cosa legge un gruppo di lettura?
Ho la fortuna di aver fondato un gruppo di lettura (Cibo per la mente, trovi quello che abbiamo letto il primo anno nel blog e quello che stiamo leggendo sempre nel blog). Siamo un gruppo di donne di varie età, ci troviamo a Trento – o meglio in uno dei ristoranti di Trento – e parliamo di libri. Dato che non sono l’unica lettrice forte del gruppo, le discussioni portano con loro spesso altri percorsi di lettura: autori, scritti e film indipendenti dal libro della serata si intersecano spesso nelle nostre riflessioni.
I miei percorsi di lettura sono emotivi, frammentari, saltellanti e più casuali di quanto sembri, quindi, mi sono segnata ogni libro che è stato nominato per silenziare quella vocina che mi dice di salvarmi le informazioni (non che poi suddette informazioni le riprenda in qualche modo: non rileggo i miei diari, non riprendo i link che mi salvo, non leggo i tab che mi apro con l’idea di approfondire poi). Segnata è la parola chiave: pagine dedicate nella mia agenda o nel mio bullet journal del momento – essendo al terzo ciclo, ce n’è stato più d’uno -, foglietti volanti, tovagliette dei ristoranti, note sul cellulare – che nel frattempo è cambiato -, scritte a penna sul dorso della mano. All’inizio, ho trasferito quelle annotazioni in una sezione della newsletter che mandavo per organizzarci (conteneva il titolo del libro e il posto dove avremmo cenato, qualche link utile e, appunto, i libri citati durante le discussioni – puoi vederne un esempio qui). La mia idea era che quei consigli sarebbero diventati parte del percorso del gruppo: da lì sarei partita per le letture per l’anno successivo (quelli che effettivamente sono finiti nelle liste per il gruppo di lettura, non li troverai nell’elenco qui sotto, ma nei link che sono sopra). Con il passare degli anni, le cose si sono fatte più informali: ci accordiamo su dove vederci in un gruppo Whatsapp, scegliamo cosa leggere durante la cena e nessuno si aspetta che io mandi le mail (grazie
I consigli di lettura hanno continuato ad essere raccolti, ma hanno smesso di essere condivisi in modo permanente con il gruppo. Da una parte mi dispiace essere l’unico archivio dei consigli del gruppo, quindi ho deciso di trasferire qui le varie annotazioni.
Ma…
Da ottobre 2016 ad oggi, come è facile intuire visti i potenti mezzi di cui mi sono servita, alcuni di questi “pizzini” sono andati irrimediabilmente persi oppure non riesco più a decifrarli, quindi:
in questo post ci sarà un elenco assolutamente parziale e incompleto dei libri che abbiamo infilato nelle discussioni da ottobre 2016 a dicembre 2018 (ho evitato di segnare qualsiasi cosa non fosse un libro – romanzo, saggio, graphic novel, poesie, eccetera -, altrimenti l’elenco sarebbe stato lunghissimo);
non sempre mi sono segnata quando è venuto fuori un libro, quindi l’elenco non è in ordine temporale;
se fai parte di Cibo per la mente e non trovi qualcosa che ci hai consigliato è solo colpa mia e non è una cosa personale nei tuoi confronti (porta pazienza e riparlacene la prossima volta, così andranno nel prossimo post).
Spara il comodo elenco!
Piccola premessa prima di cominciare: se ti aspetti novità editoriali, questo elenco non farà per te, alcuni sono addirittura fuori catalogo (siamo malvagie e vogliamo farti andare in biblioteca). Seconda cosa, se ci sono in digitale troverai un link che rimanda a BookRepublic (sono affiliata, quindi, nel caso tu decida di comprare il libro da lì, riceverò una piccola commissione). Se l’autore (o l’autrice) del libro consigliato ha un sito, sarò felice di segnalarti dove ne parlano, altrimenti metterò un’altra fonte affidabile (una recensione di cui mi fido, il sito dell’editore se è ben curato, qualcuno che legge l’incipit o altro del genere), in modo da renderti più semplice capire se il libro fa per te o no. Trovi anche un paio di righe di accompagnamento, che sono ovviamente enormi riduzioni della complessità di un romanzo o di un saggio.
Detto tutto questo, tra i libri che ci siamo consigliate, senza nessun particolare ordine, ci sono:
Marta che aspetta l’alba di Massimo Polidoro, Edizioni Piemme. Tratto dalla storia vera di un’infermiera triestina e di un medico (Basaglia) che si scontrano con la realtà dei manicomi.
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, Feltrinelli Editore (epub). Grazie alla vita e alla voce di Amal, seguiamo la difficile storia della Palestina degli ultimi sessant’anni. Stefano Accorsi ne ha letto l’incipit per Sky Arte.
L’albero velenoso della fede di Barbara Kingsolver, Beat (epub). Cinque donne, un predicatore battista e il Congo postcoloniale. Una recensione bella ricca l’hanno scritta i tipi di Reader’s Bench. Dato che l’autrice è la preferita di una delle lettrici, puoi tranquillamente recuperare anche altro senza timore di beccare una fregatura.
La trilogia MaddAddam di Margaret Atwood. In una società distopica incontriamo Jimmy, L‘ultimo degli uomini (epub), e Crake e scopriamo come danno vita alla situazione post-apocalittica raccontata in L’anno del diluvio. Per concludere la trilogia, speriamo ne L’altro inizio (pdf, epub).
L’assassino cieco di Margaret Atwood, Ponte alle Grazie (epub, pdf). Iris racconta la storia della sorella Laura e del protagonista del suo (di Laura) romanzo. La stamberga dei lettori ne parla nel blog.
Guai ai poveri di Elisabetta Grande, Gruppo Abele (epub). Un saggio che analizza la povertà negli Stati Uniti, in particolare l’accanimento penale verso le persone povere. Una lunga presentazione con Elisabetta Grande è disponibile su YouTube.
L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, Salani Editore (epub, pdf). La storia – completamente frutto di fantasia – di Elzéard Bouffier e di come ha riforestato una valle in Provenza. Nel 1988, ne è stato fatto un cortometraggio.
Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, Mondadori (epub). Joseph Knecht racconta della sua vita a Castalia, tra intellettuali e conoscenza. Alcune citazioni sono disponibili su Wikiquote.
Streghetta mia di Bianca Pitzorno, Einaudi (audiolibro). Asdrubale deve per forza sposare una strega e la piccola Emilia Zep ne ha tutte le caratteristiche. Sul sito della Rai c’è un’intervista all’autrice in occasione dell’uscita dell’audiolibro. Sono stati nominati anche L’incredibile storia di Lavinia, simpatica bimba che può trasformare tutto in cacca, e Polissena del porcello (epub).
Il complesso di Telemaco di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore (epub). Un saggio sul rapporto tra figli e genitori. La presentazione su YouTube ti darà qualche idea in più.
Un pezzo di terra tutto per me di Lorenza Zambon, Ponte alle Grazie (epub, pdf). Un saggio che parla di terra e di arte. A dirla tutta, abbiamo parlato dell’autrice, più che del libro.
Alaska di Brenda Novak, GIUNTI (epub, pdf). Un thriller che racconta di come una piccola cittadina dell’Alaska venga scossa dall’apertura di un istituto per serial killer.
L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali, Tunué. L’autore, classe 1988, ci racconta di Giulio e del suo incontro con Silvia (e sì, è un romanzo d’amore).
La libreria di piazza delle Erbe di Eric De Kermel, Newton Compton editori (epub). Nathalie fa la libraia in Francia ed è pronta a consigliare un libro per ogni lettore che entra dalla porta.
Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi. Un romanzo che parla di staffette partigiane e di Roma. Finzioni ha pubblicato una bella intervista nel proprio blog.
Il mondo deve sapere di Michela Murgia, Einaudi (epub). Romanzo-diario dal mondo dei call center. La presentazione dell’autrice alla nuova edizione è nel sito di Einaudi.
Scavare Fossati, Nutrire Coccodrilli di Zerocalcare, BAO Publishing (epub). Anche in questo caso, abbiamo parlato più dell’autore che di questo fumetto in particolare.
La casa degli spiriti di Isabel Allende, Feltrinelli Editore (epub). Una saga familiare celeberrima. Se non conosci l’autrice, questa intervista per Repubblica è un buon punto di partenza.
Il sistema periodico di Primo Levi, Einaudi (epub). Qualcuno in Inghilterra l’ha definito il miglior libro di scienza mai scritto, ma per me è un lato inedito di Primo Levi (qualcosa in Amatissima di Toni Morrison ci ha richiamato anche Se questo è un uomo).
Il ducato di Savoia di Alessandro Barbero, Editori Laterza (epub). Abbiamo parlato dell’autore perché è stato ospite al Festival della Mente di Sarzana e qualcuna di noi c’è andata. Le registrazioni sono disponibili su YouTube.
Le nostre anime di notte di Kent Haruf, NN Editore (epub). Una delle lettrici del gruppo ce l’ha descritto come la storia di due vecchietti che passano una notte a parlare, per combattere la solitudine.
Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić, Mondadori. Romanzo storico serbo che Wikipedia dichiara essere uno dei più importanti per la letteratura dell’ex-Jugoslavia. Alcune citazioni sono su Wikiquote.
La moglie di Joza di Květa Legátová, nottetempo. Una donna per sfuggire alla Gestapo è costretta a sposare il pazzo del villaggio, Joza appunto.
The help di Kathryn Stockett, Mondadori (epub). Abbiamo parlato sia del film che del libro, in particolare abbiamo discusso della scena del bagno.
Sula di Toni Morrison, Sperling & Kupfer (epub). Un libro di donne e amicizie. L’autrice, nonostante il nobel, passa sempre un po’ in sordina. minima&moralia le ha dedicato un’intervista qualche tempo fa.
Morty l’apprendista di Terry Pratchett, TEA. Pratchett ha una produzione sconfinata e complessa, per cui ti rimando senza vergogna a Wikipedia per tutte le informazioni.
Facciamo una pausa?
Io te l’ho detto che siamo lettrici! Facciamo che ti ricarichi con questa gif di un dipinto sul taglio di un libro (in inglese si chiama fore-edge painting – la tecnica pittorica, dico, non la gif).
Bello vero? Ora che sei più zen, continuiamo con i libri.
Il prete bello di Goffredo Parise, Adelphi (epub). Un romanzo storico, amatissimo dal pubblico. Ne parlano sul sito della Rai.
Breve storia di (quasi) tutto di Bill Bryson, Guanda (epub, pdf). Libro di divulgazione che racconta la scienza attraverso le scoperte in vari campi. Elisa, l’umana dietro La lettrice rampante, lo recensisce nel suo blog.
Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, Adelphi (epub). Un romanzo fantascientifico con protagonisti alcuni primitivi africani, è un gioiellino che passa di lettore in lettore (lo dice anche l’introduzione e non sto scherzando).
L’imperatore del male. Una biografia del cancro di Siddhartha Mukherjee, Mondadori. Un saggio con protagonista il cancro, la sua diffusione e la lotta che viene fatta alla malattia. Neri Pozza ne parla nel suo magazine.
Perché il sesso è divertente?, Bur. Il terzo scimpanzè Bollati Boringhieri (epub). Entrambi di Jared Diamond, ci raccontano degli esseri umani dal punto di vista evolutivo, partendo da due punti narrativi diversi.
I fratelli Cuordileone di Astrid Lindgren, Salani. Altro libro per ragazzi, ma dalla descrizione che ne fa l’editore, mi incuriosisce molto.
I ferri del mestiere di Franco Lucentini e Carlo Fruttero, Einaudi (epub). Abbiamo parlato di Fruttero e Lucentini ad un incontro (non ricordo quale e perché siano saltati fuori). Ho scelto questo titolo perché è quello che mi ispirava di più, anche se loro sono principalmente giallisti.
I veleni della dolce Linnea di Arto Paasilinna, Iperborea (epub). Pubblicato in Italia da una ben conosciuta casa editrice indipendente, è la versione libro-nordeuropeo di Arsenico e vecchi merletti – il mio vecchio film preferito (almeno stando alla presentazione dell’editore). Assieme è stato nominato Il figlio del dio del tuono (epub), sempre pubblicato da Iperborea.
Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Consigliato e sconsigliato allo stesso tempo. Ci sono mille edizioni, quindi ti segnalo solo l’originale in francese su Wikisource (se non sai cos’è, ne ho parlato qui).
La caverna di Josè Saramago, Feltrinelli Editore (epub). Una rivisitazione del mito della caverna di Platone. Nella pagina di Wikiquote trovi alcune citazioni.
La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz, Mondadori (epub). Ne parla diffusamente Ilenia Zodiaco in un suo video.
Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, Corbaccio (epub). Un malloppone semi-autobiografico di più di 500 pagine. L’ha recensito Marco Valenti per Il Colophon, una rivista letteraria a cui ho collaborato anch’io.
Hucklberry Finn di Mark Twain. Anche di questo ne esistono mille edizioni, ma se hai voglia di testare le tue capacità di ascolto qui trovi l’audiolibro in inglese.
La regina disadorna di Maurizio Maggiani, Feltrinelli Editore (epub). Un romanzo tra Genova e la Polinesia. A Genova ne hanno pure fatto uno spettacolo-percorso.
Il dottor Živago di Boris Leonidovič Pasternak, Feltrinelli Editore (epub). Come tutti i russi non lo so pronunciare. Storia di amore e guerra civile, ti rimando qui per qualche informazione in più.
Via col vento di Margaret Mitchell, Mondadori (epub). Sembra che la condizione degli schiavi afroamericani sia comparsa più di una volta nei nostri discorsi. Per questo romanzo, leggere in digitale è una buona idea, vista la mole. Negli Stati Uniti è un libro piuttosto controverso, almeno stando all’associazione delle biblioteche americane e ad altre fonti.
Rayuela, il gioco del mondo di Julio Cortazar, Einaudi. Si tratta di un libro stratificato (che è quasi un gioco). Trovi trama e come leggerlo qui.
Jolanda, la figlia del corsaro nero di Emilio Salgari. A me piacciono i libri liberi, quindi ti mando su Liber Liber (e se hai un caffé da spendere, offrilo a loro). Se non sai cos’è Liber Liber, devo averne parlato da qualche parte.
V per vendetta di Alan Moore e David Lloyde, RW edizioni. Una graphic novel di cui abbiamo parlato per via di Guy Fawkes (citato in Autobiografia burlesca). Dolorosamente fuori catalogo a quanto pare.
Quindi abbiamo finito?
Giunti fino a qui, ho finito le cose che ci siamo consigliate. Ora posso eliminare i foglietti superstiti, barrare le pagine dell’agenda e fare una spunta sugli elenchi dei bullet journal.
L’immagine di copertina è stata rilasciata in pubblico dominio su Flickr da Newcaste Libraries. L’ultima gif è di Nina Paley, che fa gif straordinarie.
September 14, 2018
10 abitudini italiche sul civic hacking di cui si può fare a meno
[Foglietto illustrativo da leggere attentamente prima di inoltrarsi in questo blogpost.]
Probabilmente ci sono più imprecazioni di quante te ne aspetti da me (a meno che non ci conosciamo di persona, quindi sai che tipo di scaricatore di porto posso essere quando mi infastidisco).
Se non c’è il tuo nome e cognome, non sto parlando di te. Ti riconosci in quello che scrivo? Probabilmente hai la coda di paglia e senti puzza di bruciato, ti assicuro comunque che non c’è niente di nascosto fra le righe, non ce l’ho con te personalmente – altrimenti te l’avrei fatto sapere – e non sto cercando di mandarti a quel paese con un messaggio cosmico cifrato. Se, invece, ti ho girato direttamente questo link, fatti due conti.
Non ho la verità in tasca, altrimenti sarei un oracolo – il che probabilmente si tradurrebbe in uno sballo costante causato dai fumi tossici e, per quanto possa sembrare divertente, non credo lo fosse poi così tanto. Queste sono cose di cui IO mi sono stufata: se la pensi diversamente o trovi che abbia scritto cazzate, possiamo confrontarci civilmente. CIVILMENTE. Altrimenti, molto semplicemente, anche no, grazie.
[Fine del foglietto illustrativo da leggere attentamente prima di inoltrarsi in questo blogpost.]
In questi mesi sono successe un paio di cose che mi hanno attivato i neuroni. La prima sono stata in vacanza (e in aeroporto ho comprato la versione inglese di Il magico potere di sbattersene il ca**o. Come smettere di perdere tempo (che non hai) a fare cose che non hai voglia di fare con persone che non ti piacciono di Sarah Knight). La seconda, decisamente meno piacevole, è caduto un ponte in Liguria e sono stata coinvolta su una discussione a riguardo su Twitter, che non segnalo perché, alla fin fine, non ho partecipato. Sarà che Twitter è uno strumento comunicativo che non mi fa impazzire, sarà che ho bisogno di prendermi del tempo per evitare di dire cazzate, ma a quella discussione proprio non volevo prendere parte. Oltre a non essere d’accordo con l’assunto di partenza (il primo tweet della discussione asseriva letteralmente che ci sarebbe bisogno di fare una mappatura in modalità crowd dei ponti in Italia e del loro stato di manutenzione), tutta la cosa mi faceva sentire a disagio: capivo la necessità di fare qualcosa dopo una tragedia, ma la modalità mi sembrava quanto meno populistica. In più, dall’alto della mia formazione umanistica, non è che proprio mi sentissi a mio agio a dire qualcosa sullo stato delle infrastrutture.
Come faccio spesso quando non mi sento a mio agio ad intervenire, ho lasciato passare il tempo. Invece di rispondere su Twitter ho lasciato sedimentare/fermentare le idee coltivando un certo senso di fastidio che travalicava la discussione specifica.
Mentre scrivo queste righe, sto organizzando il primo compleanno della newsletter di #CivicHackingIT che curo da più di cinquantadue settimane; sto anche fissando un plico di bozze per il libro che sto scrivendo con Matteo sempre sul civic hacking in Italia (abbiamo raccolte le storie un sacco di tempo fa, ma la parte teorica ancora non l’abbiamo finita, anche se siamo vicini a vedere il traguardo). Non ho bisogno di mostrare le mie credenziali, ma lo faccio lo stesso perché in questi ultimi quindici mesi sono stata infilata nel civic hacking e nell’attivismo digitale fino ai gomiti. Le dieci cose di cui mi sono rotta non riguardano solo la suddetta discussione su Twitter: quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Prima che tu continui con la lettura, permettimi di fare un’altra premessa. Io sono una ragazza ponpon nell’animo. Non vedo l’ora che le cose funzionino, che le persone abbiano successo, che i progetti prendano il volo. Magari sarò vagamente gelosa in privato, ma, di fondo, non aspetto che di poter essere orgogliosa delle persone e dei progetti, non vedo l’ora di sbattere in faccia a chi si lamenta quanto, in realtà, la gente sia figa e si prenda cura delle cose. Questa lista non è – ribadisco – non è assolutamente un modo di togliermi dei sassolini dalle scarpe, né un momento di lamentazione pubblica. Saranno pure presenti delle parolacce, ma ciò non dovrebbe inficiare il punto che sto cercando di sottolineare: di alcune cose ci si può sbattere il c***o. Ora senza nessun particolare ordine…
“Ti piace quel progetto? L’ho fatto con un amico!”
La versione breve è: no, cazzo non l’hai fatto con un amico. Il progetto è nato ed è stato sviluppato perché c’erano delle competenze specifiche sul piatto, quindi, al massimo l’hai fatto con un/a professionista che, incidentalmente, è pure un tuo amico o una tua amica.
Non mi credi? Faresti costruire casa tua a Mario, il tuo amico che incidentalmente fa il veterinario? Caso chiuso, direi.
L’utilizzo delle parole, secondo me, è importante. Dire “l’ho fatto con un amico” sottolinea più il rapporto interpersonale, che la professionalità. Ciò alimenta a sua volta quella spirale pericolosa del lavoro a titolo gratuito di cui mi sono più che rotta le scatole (scatena associazioni del tenore “se è un tuo amico, perché dovremmo pagarvi?” oppure “Vabbé lo faccio fare a mio cugggino” e tutte le alte stronzate conseguenti) .
Ora, dato che anch’io predico bene e razzolo male, devo fare una piccola confessione. Anche a me è capitato di chiamare “amico” qualcuno nella newsletter di #CivicHackingIT, sminuendone così la competenza professionale (e sminuendo anche l’importanza delle relazioni di amicizia). Significa che non stimo la persona in questione? Assolutamente no! Significa che con lui non ho un rapporto cordiale? Assolutamente no! Nonostante questo, è una definizione lontana dall’essere corretta.
Si tratta di una cosa talmente diffusa nell’ambiente del civic hacking che è come la dicitura “leader di settore” nell’home page dei siti di alcune aziende, talmente trita che fa ridere. Non voglio entrare su cosa significa lavorare con gli amici, o avere un capo-amico. Mi fermo prima, ma ti chiedo di fare attenzione a cosa scatta nella tua testa la prossima volta che qualcuno, in qualsiasi ambito, ti dice “lavoro con un amico”.
L’effetto “condominio”
Hai letto bene. Se abiti o hai abitato in un appartamento, sai a cosa mi riferisco (e puoi passare al prossimo punto). Altrimenti, preparati al pippone di spiegazione. Vivere in condominio è al tempo stesso una benedizione e una maledizione. Se da una parte si possono creare relazioni anche molto strette con gli altri condomini, che arricchiscono la nostra vita quotidiana e fanno funzionare il palazzo in maniera più efficiente, dall’altra quando le cose vanno male, vanno male in maniera inversamente proporzionale a quanto andavano bene. Ognuno si prende cura del proprio spazio domestico, ma quando si tratta degli spazi comuni volano urla e attacchi passivi-aggressivi a Tizio o Caio creando un ambiente condominiale terribile (mai avuto una malattia improvvisa per saltare l’assemblea di condominio?).
Anche nel mondo che vogliamo raccontare con il libro si cade un po’ in queste dinamiche. C’è un senso di vicinanza nell’essere impegnati nelle stesse “lotte” – e questa è la parte grandiosa, che permette alle idee di nascere e ai progetti di svilupparsi. Con questo, però, nascono anche dei malintesi o dei risentimenti che, grazie alla fantastica potenza sei social network, migrano da un posto all’altro e, all’improvviso, i poveri spettatori innocenti si trovano sommersi di “lui ha fatto – lei ha detto” (senza considerare tutte le conversazioni in cui lui o lei non sono presenti, ma si parla di loro e di quello che hanno fatto/detto). Tutto ciò è estenuante: ogni volta mi trovo a pensare se non abbiamo un modo migliore di spendere le nostre energie e il nostro tempo (ad esempio risolvendo il conflitto in corso, giusto per dirne una). Fatemelo dire molto chiaramente, per quanto ognuno di noi faccia il proprio, nessuno di noi è un eroe – nonostante siamo tutti cool kids, dobbiamo lavorare insieme ed essere adulti (questo è un problema che hanno anche gli americani, a quanto pare), quindi delle beghe di condominio “francamente cara, me ne infischio!” (Però se non hai mai letto Via col vento hai perso un classico americano davvero bello.)
“Lo faccio per il mio portfolio…”
Ok, ok, ok nessuno dice mai la parola portfolio, ma il senso – espresso con molte più parole – è quello.
Non c’è assolutamente niente di male a voler migliore le proprie competenze, sono una grande sostenitrice dell’idea di Tania Snook sull’atteggiamento hacker, che ho tradotto qualche mese fa.
Potresti anche approfittare di progetti che ti permettano di migliorare le tue conoscenze e abilità: al lavoro devi farti portavoce dei progetti che ritieni importanti e, se non ottieni l’approvazione, falli comunque! Impara dalle persone che conosci, dai colleghi, sperimenta in campi nuovi. Non puoi fare quello che vuoi al lavoro? Trova un modo per collaborare con altre comunità della tua organizzazione. Oppure concentra gli sforzi nei progetti di volontariato che ti permettano di fare ciò che ami. Io stessa ho fatto dei progetti pro bono perché ciò che so fare non era applicabile al mio lavoro: grazie ad un’amico, sono stata indirizzata ad un’associazione locale a cui ho donato il mio tempo — e ciò mi ha permesso di mantenere allenate le mie capacità. Quando trovi opportunità che ti permettono di migliorare o allenare ciò che sai fare, puoi metterle nel curriculum. Hackerando la tua formazione, potresti hackerare la tua carriera.
Quello di cui sto parlando non è questo. Si tratta di quegli attivisti che propongono lo stesso progetto (a volte con delle piccole modifiche, a volte no) a centinaia di contesti diversi. Non importa che tu sia un Comune, una Regione, una squadra di calcio, un’impresa privata, questo particolare tipo di smanettone ti proporrà sempre la stessa soluzione tecnologica su cui lavora da anni. Cara/o attivista, indovina un po’? Quello che fai non si chiama civic hacking, si chiama consulenza ed è quello che fanno le aziende di qualsiasi dimensione quando cercano nuovi clienti. Si chiama procacciarsi nuovi contatti, non civic hacking. Va bene lo stesso, ma chiama le cose con il loro nome (e prenditi un paio di settimane per fare un po’ di analisi preventiva per vedere se la tua soluzione è quella ideale o se stai solo intascando soldi “facili”, che impoveriranno la già fragile rete di fiducia necessaria perché il civic hacking abbia un impatto nel lungo periodo).
La foga dell’ultimo minuto
Non quella che prende gli studenti di qualsiasi ordine e grado quando il giorno prima di qualsiasi verifica o esame. Quella che mi ha stufato è quel desiderio di fare qualcosa perché è di moda o è successo qualcosa (tipo è caduto un ponte), senza essersene mai interessati prima. La parola dell’anno è blockchain e io fino a ieri ho venduto prosciutti? Nessun problema, eccomi sono un esperto di blockchain!
L’unica cosa che mi sento di dire, parafrasando uno dei partecipanti alla suddetta discussione su Twitter legata ai ponti: “dove eravamo noi fino a tre giorni fa su questo tema? Io personalmente non ho fatto nulla”. Anche qui, nessuno vuole essere civico in maniera astratta (e non lo dico io, ma Joshua Tauberer di GovTrack.us):
Tutti abbiamo qualcosa che ci sta a cuore. Le persone non vogliono essere “civiche”, in maniera generica: cercano qualcosa di molto specifico, che è importante per loro.
Non sta a me giudicare se il blockchain è la tua vocazione o se ti interessano i ponti (o qualsiasi altro aspetto civico trendy di cui decidi di occuparti), ma fammi il piacere di non saltare sul carro dei vincitori così per fare: il carro sarà diverso tra un paio di giorni e rischi di restare appiedato.
Ciò mi porta zompettando a…
Essere “civici” in maniera generica
Joshua Tauberer ha parlato a lungo di questo aspetto e del perché dobbiamo occuparci di cose che ci stanno davvero a cuore nel pezzo che ho già segnalato e tradotto, per cui non sento l’esigenza di aggiungere altro.
Se ancora non mi trovi insopportabile, non temere, siamo solo a metà della lista!
Prototipi che non risolvono problemi concreti
Se non sei in grado di individuare che problema risolve quello che stai facendo, stai perdendo tempo. Sul serio, stai letteralmente sprecando il tuo tempo.
Nonostante gli atti di hacking dovrebbero essere divertenti e intelligenti, se applicati al contesto civico DEVONO RISOLVERE UN PROBLEMA CONCRETO E SPECIFICO in uno specifico luogo e in uno specifico arco temporale. Il problema deve essere riassumibile in una frase – o tagline, se ti occupi di comunicazione. Qualche esempio da alcune delle storie di cui parleremo nel libro – sì quello sul civic hacking in Italia che sto scrivendo con Matteo Brunati?
Monithon -> che fine fanno i fondi europei una volta stanziati?
Confiscati Bene -> si possono usare gli Open Data per contrastare la mafia?
Open Genova -> facciamo qualcosa per le competenze digitali in città che non sia legato ai partiti!
FOIA4Italy -> manca un testo di legge per l’accesso civico generalizzato, facciamolo.
Openpolis -> raccogliere dati pubblici, elaborarli e distribuirli sotto forma di informazioni utili e accessibili.
Il dato mancante -> le storie nascoste negli Open Data.
Comment Neelie -> apriamo una conversazione rendendo commentabili i discorsi dei parlamentari.
FoiaPOP -> la tua richiesta di accesso civico e generalizzato in pochi click.
Alcune di queste descrizioni le ho citate letteralmente, altre le ho scritte io senza fare particolare fatica. Di questi prototipi, alcuni sono diventati progetti più concreti, altri sono semplicemente finiti per vari motivi, altri ancora sono diventati la svolta di carriera di alcuni attivisti. Nessuna di queste tagline fa minimamente riferimento a che tecnologie sono state usate per implementare il progetto. Di nuovo, passaggio scontato…
L’ultima figata tecnologica
Per quanto voglia essere di sostegno e scatenare la mia fangirl geek rinchiusa troppo spesso negli abiti dell’umanista, delle tecnologie che usi non me ne può fregare di meno (e se non interessa a me, figurati quanto interessa a chi deve usare le cose a cui stai lavorando). A meno che tu non stia lavorando ad un prototipo rivolto ESCLUSIVAMENTE ad un pubblico estremamente tecnico, cosa c’è nel cofano è importante fino ad un certo punto. Quello che interessa ai tuoi utilizzatori finali – preparati perché qui il tuo piccolo cuoricino smetterà di battere – è quello che possono fare con il tuo prototipo. Scioccante, vero? Eppure milioni di persone usano Android ogni giorno senza aver mai visto nemmeno una riga del codice che fa girare il loro cellulare…
Ora se non credi a me, benissimo, ma ti segnalo che questo punto è anche la tesi che ha sviluppato Rufus Pollock in un post che ho tradotto qualche mese fa. Pollock, quello di Open Knowledge International, non un minchione qualsiasi.
Benaltrismo
Ti presento l’occasione unica di conoscere unaparolaalgiorno, nel caso non ti fosse mai capitato che le vostre strade si incrociassero (non mi pagano per far loro pubblicità, è solo un sito che amo con tutto il mio cervellino umanista). La loro definizione è completa e puntuale, piena di esempi ed estremamente chiara. Ma non fa ridere, quindi copio da Wikiquote quella attribuita a Stefano Bartezzaghi, il noto enigmista:
Il “benaltrismo” è quell’atteggiamento che rifiuta di affrontare qualsiasi problema poiché ne trova sempre uno più grosso e importante. L’ipotesi che per ogni problema è sempre possibile trovarne uno più grosso e importante ha basi solo induttive e non può essere verificata: ma di fatto non è mai stato trovato un singolo caso che la smentisse. Che sia introdotto da un “Benaltro” o da un più leggendario “Non dimentichiamoci che” si tratta sempre del passaggio da un palo a una frasca, nei casi più giustificabili, da una pagliuzza a una trave. Se non è un modo per sviare un discorso sgradito, è comunque sintomo di nevrosi, di un eterno decentramento del focus, una bulimia del problematico che si può risolvere solo con ben altro che una battuta di spirito.
Nel caso del civic hacking, volevo fare un illuminante esempio con dei gattini, ma la cosa si risolve con ben altro che con una battuta di spirito.
I progetti che nascono dalle emergenze
Questo è un argomento delicato. Da una parte, capisco davvero l’esigenza di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per non essere inermi di fronte a cose che vanno al di là del nostro controllo. Questo slancio lo rispetto moltissimo, ma lavorare nel-, con, sul- le emergenze è un lavoro difficile, in cui si rischia di fare più danni che altro.
Vuol dire immobilizzarsi di fronte al pericolo? No. Ci sono persone che fanno cose più che utili in momenti più che spinosi (dal lato civic hacking, mi sembra quasi inutile citare il lavoro fatto da Terremoto Centro Italia dal 2016. Dal lato di narrazione, cose come le inchieste di Valigia Blu o il debunking di Pagella Politica mi sembrano ogni giorno più necessarie). Però c’è una differenza tra mettere le proprie capacità al servizio di qualcosa e stare tra i piedi. Il populismo è a portata di click e mi sono decisamente stancata di vedere la versione civic hacking dei tweet in cui cercano di venderti scarpe sfruttando un hashtag legato ad un’emergenza, solo perché l’hashtag è in trending topic. Sono profondamente convinta che siamo migliori di così!
Ora la bomba che mi farà odiare da chi ancora è rimasto a leggere queste parole. Ultima posizione, ma si tratta della cosa che più mi fa girare i coglioni. Un’indizio? Riguarda il rapporto con le Pubbliche Amministrazioni.
Civic hacking = volontariato e sopperisce alle mancanze delle PA
In un mondo ideale, non dovrei scrivere queste righe. Opereremmo tutti in un ecosistema in cui ci sono investimenti sia pubblici che privati per far crescere le iniziative utili ed interessanti.
Non siamo in un mondo ideale e, nel caso te lo fossi perso, Matteo qualche mese fa ha scritto un lunghissimo blogpost su Code for America in cui sfata una serie di miti, tra cui il fatto che l’impegno civico sia a senso unico, tutto sulle spalle degli attivisti. Ti consiglio di leggerlo (o rileggerlo) e adottare come principio di vita di non lavorare gratis.
Ancora qui? Vai a fare la tua lista di cose di cui ci si può sbattere il c***o!
Ps. Se questo blogpost non ti ha spaventato e vuoi discutere con me civilmente delle cose che ho scritto, per il 23 settembre 2018 sto organizzando, con Matteo, un pranzo per festeggiare #CivicHackingIT, la newsletter che curo da più di un anno. Dall’archivio, c’è un bottone SUBSCRIBE in alto a sinistra per iscriverti alla newsletter (ti arriva nella mail il sabato pomeriggio) e avere i dettagli del pranzo – nonché un ottimo spunto settimanale per riflettere sul civic hacking in italico suolo.
L’immagine di copertina è Don’t Give di Shanna – CC BY su Flickr
August 17, 2018
Cibo per la mente, il mio gruppo di lettura comincia il terzo ciclo
Il 29 agosto comincerò il nuovo ciclo di incontri con il mio gruppo di lettura di Trento, che ora ha anche un nome: Gruppo di Lettura Cibo per la Mente. Per questa occasione, ci ospiterà una libreria che ancora non ha aperto (ma che già sta facendo sentire la sua presenza nel territorio), la due punti in via San Martino. Dopodiché, seguendo la nostra vena un po’ nomade, vedremo dove trovarci di volta in volta. Il 29 discuteremo de Il Barone rampante, perché abbiamo tutti bisogno di più Calvino nella nostra vita. La volta successiva la dedicheremo a Yeonmi Park con la sua autobiografia La mia lotta per la libertà perché ha attirato l’attenzione di una di noi. La lettura successiva la decideremo tutte insieme.
Durante l’ultimo anno scolastico abbiamo letto libri che hanno vinto dei premi, scritti da donne di varie nazionalità. L’esperienza è stata interessante e mi piacerebbe dedicarci un post a parte. Il primo “anno” in cui abbiamo condiviso le letture, invece, è stato a tema libero (e avevo scritto un post sulla selezione dei libri che avevo fatto).
Ora siamo pronte ad affrontare il tema della libertà, che ha proposto una delle partecipanti. Come sempre, i libri li ho scelti io, consultando anche i vari romanzi che ci siamo consigliate durante i due anni passati a leggere insieme.
Chi siamo
Se sei particolarmente perspicace, avrai notato che per il mio gruppo di lettura uso il femminile. Questo perché siamo un gruppo di lettrici di varie età che si incontrano una volta al mese (circa), cenano assieme e parlano di libri. Insomma, il cibo del nome è sia metaforico che letterale.
Lettrici, tutte donne. Non che non ci piacciano i maschi, ma il gruppo è sempre stato tutto femminile e ora siamo al punto in cui, temo, se si unisse un uomo si sentirebbe quanto meno spaventato (ma se vuoi provare ad unirti, sei il benvenuto).
Le regole
Come in tutti i gruppi, anche in questo ci sono delle regole. Le abbiamo stabilite prima ancora di cominciare ad incontrarci per parlare di libri.
Riporto integralmente dal mio primo post.
Le regoleDato che ogni gruppo ha le proprie regole, anch’io come prima cosa ho voluto mettere nero su bianco cos’è questo gruppo di lettura (ovviamente concordando con le altre lettrici).
Posti pubbliciA quanto pare non sono l’unica che ama spiare la gente. Alla domanda “che dite se metto il veto sulle case private?”, la risposta è stata veloce e decisa: “Beh ovvio, io voglio vedere le persone che passano, mica solo i miei figli” :D.
Uno dei motivi principali per cui i ritrovi saranno in bar, circoli o la biblioteca è che in un gruppo di persone che non si conoscono c’è già abbastanza pressione: ci si agita, non si sa bene cosa dire, etc. Sentivo l’esigenza che il luogo di ritrovo fosse neutro, che ci si potesse godere un bicchiere di vino, volendo, e in cui l’unico impegno richiesto fosse arrivare (non pulire, sistemare, cucinare). Dopodichè, Trento è una città piena di spazi pubblici, che però hanno la dimensione di ritrovi privati (in uno dei papabili candidati ci sono pure i divani).
Chi può partecipareIl gruppo è semi-pubblico. Ci troviamo in luoghi pubblici in modo che chi vuole si possa unire, ma vorrei tenere il gruppo sulle dieci-dodici persone. Mi sembra il numero ideale per poter parlare tutti e per evitare la formazione di sottogruppi durante la discussione.
L’unica cosa a cui tengo davvero è la possibilità per ognuno di esprimere la propria opinione, senza sentirsi sminuito e/o preso in giro. Tutte le mie esperienze di letture condivise sono state proficue, da tutte ho imparato qualcosa (tra cui che non mi piace quando chi fa la voce più grossa è più ascoltato). Mi piacerebbe che fosse così anche per gli altri partecipanti.
Chi propone i libri (e come vengono scelti)Avendo avuto varie esperienze, ho deciso di proporre io i libri, cercando di pescare da generi diversi (proporre, perché se non convincono gli altri lettori, si possono cambiare). Leggere tutti lo stesso libro mi sembra un buon modo per creare un terreno comune e per guidare la discussione.
Ho scelto di non legare le letture ad un tema specifico: alla biblioteca di Bassano del Grappa le facilitatrici avevano scelto di far ruotare tutti gli incontri attorno ad un argomento. Gli incontri erano sempre molto interessanti, ma mentre pensavo alle proposte, mi sembrava troppo stringente. Se il tema non piaceva? Sarebbe stata una cosa in più di cui preoccuparsi. Nel caso organizzassi qualcosa di diverso (tipo in biblioteca o in una libreria), sicuramente seguirei un filone, ma per questo primo gruppo va bene così.
Vogli(am)o leggere storie BELLE. Ben scritte, con dei bei personaggi, con una bella trama. Il genere importa poco (anche se il genere rosa a quanto pare non piace molto). Questa (e il fatto che i libri siano di genere diversi) è un’esigenza mia, soprattutto. Frequento un gruppo in biblioteca, i partecipanti hanno una certa età e si finisce sempre a leggere libri di un certo filone (possibilmente pubblicati prima degli anni ’80, possibilmente di autori americani o latino-americani, possibilmente di scrittori maschi). Nonostante alcuni dei libri letti con loro siano stati meravigliosi, sento il bisogno di leggere altro, di discutere altro, di spaziare. Troppo esigente?
AltroOgnuno si procura i libri come meglio crede. Non ho scelto ultimissime uscite, per cui ci sono in biblioteca, su MLOL, in libreria, usati e nuovi, in digitale e in cartaceo. Per me il supporto non inficia la lettura, ma per molti lettori sì, quindi ognuno faccia come meglio crede ;).
Se sarà possibile, mi piacerebbe fare qualcosa anche per la città (magari qualche autore tra quelli italiani ha piacere di venire a fare una presentazione a Trento, o qualcosa del genere). Trovare una formula affinché non si sia solo un salotto privato o un gruppo di lettori, ma anche un attivatore culturale per la città: sto pensando al modo per coinvolgere la biblioteca. Vediamo come va.
Rispetto a quanto abbiamo già deciso, le cose che sono cambiate sono:
la cena. Ci troviamo sempre la sera, ma ci piace cenare assieme (e io sfrutto le povere signore del gruppo per provare ristoranti nuovi in città). Ceniamo per lo più in ristoranti non troppo cari e sufficientemente tranquilli da permetterci di chiacchierare. Un paio di volte all’anno ci troviamo a casa di una delle lettrici (se si offre). Non sopportiamo i posti che ci fanno fretta o che ci cacciano, né quelli che ci trattano male. Tendiamo a trovarci tra le diciannove e le venti e a finire tra le ventidue e le ventitré.
Il giorno. Ci troviamo di mercoledì sera. Abbiamo provato altre soluzioni (tipo il sabato mattina o altre sere della settimana), ma non fanno per noi.
Il tema. Conoscendoci un po’ più a fondo, abbiamo scelto di leggere intorno ad un tema (per quest’anno la libertà), ma questo non cambia la nostra voglia di leggere storie belle di generi (e lunghezze) diversi.
Come ci si procura il libri. Resta che ognuna fa come crede, ma abbiamo un accordo con la biblioteca comunale, per cui, se più di qualcuna lo vuole dalla biblioteca e i volumi a disposizione non sono molti, possiamo chiedere di tenerceli da parte.
Incontrare gli autori non fa per noi, o meglio, non fa per noi durante la nostra cena. Siamo andate ad un paio di presentazioni tutte insieme e abbiamo discusso in privato, ma parlare direttamente con chi scrive non ci fa sentire troppo a nostro agio. I nostri incontri sono tuttora semi-pubblici, ma tenere la discussione circoscritta e privata ci aiuta ad essere più oneste.
Abbiamo una regola su quello che non leggiamo. Non affrontiamo niente che non ci convinca, il che significa anche che non dobbiamo finire i libri: se la narrazione ci tiene incollate fino all’ultima pagina, benissimo, altrimenti benissimo lo stesso.
Dimmi cosa leggerete per il 2018/19!
Come ho già detto, leggeremo libri sulla libertà, intesa nel senso più ampio possibile. Alcuni li ho già letti, altri invece no (e spero vivamente non siano una delusione). Ho scritto una riga per ognuno, così ti fai un’idea senza cercare online (ma se vuoi leggere qualcosa in più, ho linkato la presentazione degli editori sul nome della casa editrice di ogni libro).
L’ordine non è quello di lettura e non leggeremo tutti i libri (ci piace avere una selezione ampia da sui scegliere qualcosa che ci entusiasma davvero). Sono libri di scrittori e scrittrici, di varie nazionalità e orientamenti sessuali. Sono romanzi, ma non solo. C’è qualche editore indipendente, ma non solo. C’è sicuramente qualcosa che potrebbe essere controverso, ma il mio gruppo di lettura è uno spazio positivo, in cui si può discutere di tutto con rispetto.
La Tigre Bianca di Aravind Adiga, Einaudi
Balram Halway, detto la Tigre Bianca, è il protagonista di questo libro. Intelligente, inventivo e sfrontato, in sette lettere ci racconta della sua vita. Se vuoi, l’ho recensito per la rivista letteraria Il Colophon
Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson, Neri Pozza
Miss Pettigrew è come il suo cappotto: anonimo, indefinibile e tristotto, finché non finisce a lavorare per Miss LaFosse, esuberante soubrette.
Cara Ijeawele di Chimamanda Ngozi Adichie, Einaudi
L’autrice raccoglie in questo libricino quindici consigli per crescere una bambina femminista. L’autrice si rivolge ad una bambina specifica (figlia della Ijeawele del titolo).
Artemisia di Anna Banti, SE
Un romanzo ormai fuori catalogo che racconta la vita della pittrice Artemisia Gentileschi, una delle prime donne a fare della pittura la propria professione.
Toccare le nuvole (The walk) di Philippe Petite, Ponte Alle Grazie
La storia di un funambolo e di una traversata apparentemente impossibile. Se vuoi, l’ho recensito per la rivista letteraria Il Colophon.
La sovrana lettrice di Alan Bennett, Adelphi
Cosa succede quando una delle persone più potenti (e piene di responsabilità) del mondo scopre la lettura?
12 anni schiavo di Solomon Northup, Newton Compton
Se ti senti avventurosa, lo puoi leggere in inglese. Si tratta della storia autobiografica di Solomon, un uomo di colore nato libero, ma ridotto in schiavitù dopo essere stato rapito.
Lisistrata di Aristofane, BUR
Una commedia classica in cui si cercano soluzioni alternative per far terminare la guerra che sta mettendo in ginocchio il Peloponneso.
L’una e l’altra di Ali Smith, SUR
Due novelle intrecciate sul rapporto tra arte e potere. Due vite legate da un ciclo di affreschi e dall’interrogazione sul ruolo dei generi sessuali nella società.
La vegetariana di Han Kang, Adelphi
La storia di una ragazza che fa un sogno, decide di smettere di mangiare la carne e di come questo cambi la sua vita (e abbia un enorme impatto su chi le sta intorno).
Bunker diary di Kevin Brooks, Pickwick
Chi ha rapito Linus e come è finito in un bunker con altri tre ragazzini? Scopriamolo in questo young adult.
Tutti i colori del mondo di Giovanni Montanaro, Feltrinelli
Teresa prevede che nel futuro di Vincent ci sia la pittura. Scoprirà di avere ragione una decina di anni dopo, quando lo ritrova in un sanatorio e gli scrive lunghissime lettere.
Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, Salani
Pippi vive da sola, senza i genitori, piena di libertà. Sfrontata, coraggiosa e allegra, nonché ricchissima.
Solo il mimo canta al limitare del bosco di Walter Tevis, Minimum Fax
Un romanzo distopico sull’animo umano e sul ruolo di controllo indisciminato affidato alla tecnologia.
Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg, BUR
Il romanzo da cui è stato preso l’omonimo film degli anni Novanta. Ruth e Idgie gestiscono un bar nel cuore dell’Alabama, bar in cui succede di tutto, compreso un omicidio.
Godere di Mary Roach, Einaudi
Un saggio divulgativo su sesso e scienza, con una breve capatina ai miti del passato.
La mia lotta per la libertà di Yeonmi Park, Bompiani
Il racconto autobiografico della fuga da una dittatura. La storia di una ragazza, classe 1993, e della sua esperienza in Corea del Nord, dalla nascita alla fuga.
La confraternita di Pierdomenico Baccalario, Einaudi
Un mago dei videogiochi che viene obbligato ad infiltrarsi nella N.S. Iunctio, un’associazione segreta che «connette» fra loro giovani destinati per nascita o talento a carriere formidabili.
Il barone rampante di Italo Calvino, Mondadori
Cosimo Piovasco di Rondò sale su un albero e decide di non scendere più. In questo romanzo, la libertà sta in luoghi inaspettati.
Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, Einaudi
Un saggio sulle mestruazioni, argomento considerato delicato, ma che non dovrebbe spaventarci.
Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda, Baldini&Castoldi
Storia vera di Enaiatollah Akbari, bambino afgano, e del suo viaggio verso l’Europa.
Vorrei partecipare…
Se vuoi venire il 29 o uno degli altri incontri, mandami una mail (la trovi nella pagina contatti). Sono disponibile ad arrivare un po’ prima per presentarci e spiegarti tutto, ma, dato che il gruppo di lettura occupa il mio tempo libero, non sono disponibile a rincorrerti (ti faccio un esempio concreto. Qualche tempo fa mi scrisse una persona che era interessata, ci siamo sentite diverse volte via mail, lei era timorosa e le ho proposto di prenderci un caffè. Ci siamo viste al bar e non ne ho più avuto notizie). Un’altra cosa che non sono disposta a fare è tollerare i prepotenti o i troll (tranne quelli di montagna, che hanno un loro perché). Detto questo, hai la piena libertà di venire, curiosare e decidere che il gruppo di lettura non fa per te, soprattutto se è il primo a cui partecipi.
Se scrivi e hai voglia di discutere di libri, ti accoglieremo volentieri, ma non aspettarti di parlare dei tuoi libri o dei tuoi scritti (non parliamo nemmeno di quello che scrivo io). Se hai bisogno di feedback sui tuoi manoscritti, sappi che è un lavoro e moltissime persone preparate vivono di quello, ti consiglio caldamente di rivolgerti a loro. Se hai bisogno di pubblicità, non siamo un’agenzia di promozione letteraria. Se hai bisogno di farti riempire di complimenti e gonfiare il tuo ego, non siamo tuoi amici, quindi perché lo chiedi a noi?
Detto questo, se ti piace leggere, vuoi provare a parlare di libri con altre lettrici, la selezione di titoli ti incuriosisce o hai semplicemente una curiosità incontenibile, ti aspettiamo il 29!
La foto in alto è di noodle12 – CC-BY-NC-ND.
June 15, 2018
CHE RUOLO C’È PER GLI SCRITTORI NEL XXI SECOLO?
Pubblicato originariamente su Il Colophon il 9 giugno 2018.
Una riflessione su cosa significa scrivere oggi, a partire dalla produzione di Arundhati Roy di Erika Marconato
Scena: interno. Due poltrone marroni, una di fronte all’altra.
Intervistatore: “Come si sente all’uscita del suo nuovo romanzo? Non scrive da vent’anni…”
La frase resta in sospeso, mentre negli occhi dell’autrice passa un guizzo. Le si forma un sorriso di cortesia agli angoli delle labbra.
Roy: “Non capisco il perché di quest’affermazione. Negli ultimi due decenni ho scritto saggi, articoli e interviste sui temi che sentivo più urgenti”.
Sipario. Fine.
Perché nel 2017 è stato pubblicato dai tipi di Guanda Il ministero della suprema felicità, il secondo romanzo di Arundhati Roy. In Italia, come nel resto del mondo, questa è stata l’uscita letteraria dell’anno: tutti aspettavano da più di vent’anni che Roy decidesse di dare alle stampe un suo romanzo. E molti hanno reagito come il suddetto intervistatore: perché ci ha fatto aspettare tanto? Il suo lavoro non è fare la scrittrice? Perché non ci ha dato prima un altro romanzo da leggere?
Ma facciamo un passo indietro. Nel 1996, dopo quattro anni di gestazione, esce The God of Small Things (tradotto in italiano Il dio delle piccole cose), un romanzo semi-autobiografico, che catapulta l’autrice sotto le luci della ribalta internazionale. Nel 1997, il romanzo viene insignito del Man Booker Prize e il New York Times lo inserisce nella lista dei libri degni di nota. Pubblicato in maggio in India, per la fine di giugno case editrici di diciotto paesi diversi ne acquistano i diritti. I lettori amano la scrittura della Roy, la sensazione di realismo magico del romanzo, l’ambientazione indiana. Arundhati Roy diventa il volto della nuova India. Tutti le chiedono: “a quando il prossimo romanzo?” e lei a tutti risponde di sentirsi “creativamente esausta” e che “la scrittura richiede il suo tempo”. Nei video di alcune interviste reperibili online, si vede la tensione nel volto dell’autrice mentre cerca di non farsi strappare promesse che non può mantenere. Non sa quando scriverà il prossimo romanzo. In più, lei è una romanziera lenta: le piace passare molto tempo con i propri personaggi, ha bisogno di conoscerli bene prima di scriverne.
Nel frattempo, la nuova India, di cui Roy è il volto proprio malgrado, cambia: il subcontinente vive un paio d’anni di forte instabilità (e tensione) politica, che culminano, nel 1998, in una serie di test nucleari sotterranei, sanzionati da Stati Uniti e Giappone. L’autrice, successivamente, dichiarerà che se non avesse detto nulla a proposito, le sarebbe sembrato di essere scambiata per una sostenitrice del fenomeno. Così nasce La fine delle illusioni, un saggio caustico e gonfio di accusa nei confronti di una classe politica inetta e corrotta. Questo è solo il primo di una serie di saggi su democrazia, capitalismo, politica, India, imperialismo, guerra, ingiustizia sociale. Non tutti questi saggi e questi articoli vengono tradotti in italiano, ma, anche confrontandosi solo con le opere tradotte, è chiaro che Roy si sta ritagliando un ruolo di scrittrice diverso. Scrivere, per lei, non significa abilitare il cambiamento in maniera astratta, ma prendere posizioni concrete su problemi urgenti e immediati. Non è la prima scrittrice a farlo (basti pensare alla denuncia sociale di Dickens), nè sarà l’ultima (J. K. Rowling, ad esempio, esprime costantemente le sue opinioni su Twitter. Penso, in particolare, alla polemica nata dalla scelta di un’attrice nera per il ruolo di Hermione nella pièce teatrale Harry Potter and the Cursed Child, a cui la Rowling ha risposto in 140 caratteri: “Canon: brown eyes, frizzy hair and very clever. White skin was never specified. Rowling loves black Hermione ;*”. Traduzione: “Canone: occhi marroni, capelli crespi e molto intelligente. La pelle bianca non è mai stata specificata. Rowling ama l’Hermione nera ;*”). La scrittura diventa una piattaforma per veicolare un messaggio e il ruolo dello scrittore è scegliere con cura quale messaggio esporre. Il fatto che la romanziera Roy si dedichi anima e penna a questioni sociali, la rende meno “scrittrice”? No, la rende una “scrittrice aumentata”, in un certo senso.
La Roy, in ogni intervista sul suo nuovo romanzo, sottolinea che Il ministero della suprema felicità è a tutti gli effetti un romanzo, non un manifesto politico mascherato da romanzo. Nonostante l’impegno sociale e la produzione saggistica, l’autrice tiene all’aspetto creativo e totalmente opera di finzione del suo lavoro. Essere uno scrittore oggi, significa anche discernere — e far discernere — cos’è narrativa e cos’è risposta alla realtà. La realtà si insinua nella tua vita e nel tuo lavoro, ma nell’epoca della post verità in cui sembrano dominare le bufale e le fake news, essere uno scrittore significa tracciare i confini tra ciò che succede davvero e ciò che inventi. Anche scegliendo una forma di espressione, piuttosto che un’altra. Scrittrice aumentata, dicevamo. Le opere d’arte — intese nel senso più ampio possibile — non sono più solo quelle che intendi come tali: se sei un’artista, la tua vita è una performance. Quello che scrivi e che dici — e come lo esprimi — hanno un peso diverso. Fino all’estremo di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico con La cura. Nel 2012 a Iaconesi viene diagnosticato un tumore al cervello. Lui è un hacker e decide di “lasciare l’ospedale per avviare La cura, una performance globale per riappropriarsi del proprio corpo e della propria identità creando una cura partecipativa open source per il cancro”. Ci scrive un libro, costruisce un sito web e condivide l’esperienza con migliaia di sconosciuti. La malattia — e la sua risoluzione — smettono di essere una questione privata. Se per Arundhati Roy è il mondo ad inserirsi nel processo creativo, attraverso la necessità di avere un impatto su cose specifiche e concrete, per Iaconesi e Persico è l’esperienza personale ad innestare il processo creativo pubblico e sociale, sempre con la necessità, però, di avere un impatto su una cosa specifica e concreta. Due diverse sfaccettature sul mestiere della scrittura. Gli autori de La cura hanno applicato competenze e sensibilità sviluppate prima dell’atto della scrittura. Anche se non è così lampante, è lo stesso anche per Roy. Laureata in architettura, in una recente intervista ha dichiarato che per lei scrivere romanzi richiede molto tempo perché vede molto chiaramente la struttura portante e le fondamenta della storia, ma i personaggi ha bisogno di frequentarli, come a dire prima i muri, poi la decorazione d’interni.
Tornando alla massiccia produzione di saggistica della Roy, viene da chiedersi se essere scrittori significhi: a) avere un’opinione su tutto e b) sapere qualsiasi cosa. La risposta, ovviamente, è no, non è assolutamente necessario né avere opinioni a bizzeffe, né essere informati su tutto. La musa della Roy, tuttavia, è capricciosa e la porta a scrivere di argomenti apparentemente molto diversi tra loro. In un’intervista per Waterstones (una delle maggiori catene di librerie inglese), la Roy ha dichiarato che, nonostante le apparenze, tutta la sua scrittura riguarda le ingiustizie perché qualcosa dentro di lei reagisce in modo molto forte, se posto di fronte all’ingiustizia. Come possono un romanzo semi-autobiografico, una sconfinata raccolta di saggi e articoli e un romanzo sugli aspetti più violenti dell’India racchiudersi tutti sotto l’ombrello “ingiustizia”? La risposta non è semplice ed è nascosta tra le parole scritte (e dette) dall’autrice. Cercare una risposta a questa domanda fornisce un fil rouge attraverso cui interpretare la produzione della scrittrice.
Questo ci porta alla questione successiva. Cosa è lecito considerare parte della produzione di uno scrittore? Nel caso di Roy, la risposta dell’intervistatore con cui abbiamo aperto questo pezzo è, chiaramente, solo i suoi romanzi. Noi abbiamo allargato lo sguardo ai suoi articoli e ai suoi saggi. Ma che dire delle interviste a cui ha risposto? E delle interviste in cui l’autrice rivestiva il ruolo di intervistatrice? E le lectio magistralis? E le conferenze? Roy non è su Twitter, ma se lo fosse come considereremmo i suoi tweet? Ognuno di questi modi per veicolare un messaggio pone una questione a sè stante, la cui risposta non è così cristallina come si potrebbe pensare. Qualche esempio? Per le interviste, pensa di escludere Interviste con la storia dalla produzione di Oriana Fallaci o Cose che non si possono dire da quella della Roy. Se non consideriamo parte della produzione di uno scrittore le lectio magistralis, non avremmo mai avuto Quando siete felici, fateci caso di Kurt Vonnegut. I tweet di tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America vengono conservati alla biblioteca del Congresso, in quanto strumenti fondamentali di comunicazione politica. Forse la questione riguarda più il mestiere dell’archivista che dello scrittore. Forse no.
In conclusione, come dimostra l’esperienza della Roy, ci troviamo di fronte ad un cambio di paradigma piuttosto consistente: anche per gli scrittori (la cui opera è pubblica, ma la cui faccia spesso no) sembra assottigliarsi sempre di più il confine tra pubblico e privato. La scrittura sembra diventare un mestiere pubblico, in cui dividere l’opera dall’autore diventa sempre più complesso. Così come diventa complesso definire cos’è il frutto del lavoro di uno scrittore.
Quindi, perché la Roy non ci ha dato prima un nuovo romanzo?
Perché il suo lavoro è fare la scrittrice, non la romanziera.
Immagine di copertina: Joy VanBuhler – 287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND
IL RAGAZZO GIUSTO di Vikram Seth, TEA
Pubblicato originariamente su Il Colophon il 9 giugno 2018.
Siamo in India, nella città immaginaria di Brahmpur, appena dopo la dichiarazione d’indipendenza indiana. Savita, nel giorno delle sue nozze, incarna la perfetta timida sposa che ci si aspetta da una ragazza di buona famiglia. Per la madre, Rupa Mehra, è un chiaro segno che anche per la figlia minore, Lata, sia tempo per un matrimonio combinato. Cercarle un buon partito diventa la missione principale di Rupa Mehra: poco importa che Lata abbia altre idee. In questo romanzo seguiamo le vicende dei Mehra, dei Kapoor, dei Khan e dei Chatterji: quattro famiglie legate grazie a matrimoni e rapporti di amicizia. Tutte e quattro queste famiglie sono abbastanza in vista da essere impegnate attivamente nella vita politica ed economica di Brahmpur (che è la protagonista indiscussa di questo romanzo).
Seth, in questo libro, si prende tutto il tempo per raccontarci con dovizia di particolari cosa significa vivere in India: dai matrimoni combinati, alle caste, alla vita post-coloniale. La ricerca di un buon partito (Rupa Mehra ha le idee molto chiare su chi deve essere assolutamente escluso dalla rosa: tutti i maschi di casta inferiore — poveri o ricchi che siano; tutti i pretendenti troppo ricchi, per evitare che Lata venga emarginata; tutti coloro che hanno la carnagione troppo scura, per evitare di avere nipoti dalla pelle scura; tutti coloro che non hanno frequentato il college; tutti i mussulmani e tutti i filo-inglesi) diventa una metafora della quotidianità indiana: un equilibrio superficiale e difficile da mantenere, in cui ad ogni passo si rischia di cadere in fallo; una società fatta di tolleranza apparente, ma pronta ad esplodere ad ogni piccola scossa. Se da una parte ci sono le rivolte di classe sociale, come lo sciopero dei calzolai, o gli scontri di religione, in particolare tra indù e mussulmani, dall’altra parte della narrazione troviamo personaggi segnati da fatti storici concreti, come Abida Khan, parlamentare il cui marito è espatriato in seguito alla separazione dal Pakistan. L’autore usa i rapporti familiari per saltellare da un luogo all’altro: dalla relativa sicurezza domestica, ci ritroviamo nel caos cittadino, fino ad avere tra le mani un enorme guazzabuglio che riguarda l’India intera, man mano che i personaggi si spostano da una città — o una provincia — all’altra.
Anche il romanzo, come l’India di cui ci racconta, è contraddittorio: la mole intimorisce (con le sue milleseicento pagine — milletrecentoventi in edizione inglese — è il libro in lingua inglese più lungo mai pubblicato), ma, una volta immersi nella lettura, il libro sembra troppo breve; i dettagli di cui Seth costella le pagine sembrano inutili e fondamentali al tempo stesso; i personaggi sembrano reali e fittizzi al contempo. Seguire la ricerca del ragazzo giusto diventa una narrazione da romanzo rosa, da romanzo storico e da saga familiare: la scrittura dell’autore segue un filo — non sempre logico — di pensieri che ricorda i giochi d’infanzia, quando ci si rincorreva per acchiapparsi e il bimbo di turno diventava protagonista suo malgrado. I cambi di punto di vista non sempre sembrano sensati, ma, con il passare delle pagine, chi legge si rende conto che sono sempre giustificati.
L’autore richiede al lettore di essere presente e vigile, ma flessibile riguardo a cambi di personaggi, di punti di vista, di luoghi. In un certo senso, è un romanzo corale: come abbiamo già detto, la protagonista è la città i cui abitanti sono solo mezzi per raccontarne la storia. Non c’è dubbio che Il ragazzo giusto sia un romanzo frutto di accurate ricerche e di una buona inventiva, ma è realistico al punto di far dubitare dell’idea che sia frutto di fantasia. Al lettore viene chiesto di perdersi nella rappresentazione di un’India che non è mai esistita, ma che è estremamente verosimile e storicamente accurata. Sospendere l’incredulità e il giudizio di fronte a una real(istici)tà sfaccettata è il patto che Seth chiede di sottoscrivere a chi lo legge. E noi lettori siamo ben felici di adempiere.
Immagine di copertina: Joy VanBuhler – 287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND
IL SIGNOR CRAVATTA di Milena Michiko Flašar, Einaudi
Pubblicato originariamente su Il Colophon il 9 giugno 2018.
Cosa significa essere soli in Giappone?
Per Taguchi Hiro e Ohara Tetsu due cose diverse. Il primo è un giovane Hikikomori: un ragazzo che ha deciso volontariamente di isolarsi completamente dalla società. Il secondo è un signore maturo che passa le sue giornate in un parco perché incapace di confessare alla moglie di essere stato licenziato. Incontriamo Hiro durante la sua prima uscita dopo due anni rinchiuso nella sua camera da letto. “È la nostra panchina, quella su cui sto seduto. Prima di diventare la nostra, era stata la mia. Ero venuto qui per capire se la crepa nel muro, quella finissima incrinatura dietro gli scaffali, valeva dentro come fuori. Due interi anni avevo passato a fissarla. Due interi anni nella mia stanza, in casa dei miei genitori. […] A volte desideravo che il sole mi sfiorasse. […] Una fredda mattina di febbraio cedetti a quel desiderio […] andai tastoni lungo le pareti della mia stanza fino alla porta, la aprii con una spinta, mi misi il cappotto e le scarpe, più piccole di un numero, uscii per strada e fiancheggiai case e piazze. Nonostante il freddo, il sudore mi scorreva sulla fronte e provavo per questo una strana soddisfazione: Ci riesco ancora. Riesco a mettere un piede davanti all’altro. Non l’ho disimparato. Tutti gli sforzi per disimparare sono stati inutili. Non cercavo di illudermi. Come sempre, mi interessava starmene per conto mio. Non volevo incontrare nessuno. Incontrare qualcuno vuol dire restare avviluppati. Si stringe un filo invisibile. Tra una persona e l’altra. Soltanto fili. In lungo e in largo. Incontrare qualcuno vuol dire diventare parte della sua rete, e questo andava evitato”. L’esperienza è sconvolgente: per il giovane tutto urla, tutto è troppo intenso, ci sono troppe persone, il parco è un rifugio calmo e sicuro. Dopo quella mattina, Hiro torna al parco ogni giorno a guardare il mondo passare. Finché non sbuca il Signor Cravatta, Tetsu: “Oggi capisco che è impossibile non incontrare nessuno. Finché ci sei e respiri, incontri il mondo intero. Il filo invisibile ci ha uniti l’uno con l’altro dal momento della nascita. Per tagliarlo non basta una morte, e non serve a niente opporsi. Quando lui sbucò fuori, di questo io non avevo idea. Dico: Sbucò fuori. Perché fu proprio così. Una mattina di maggio sbucò fuori all’improvviso. Io ero seduto sulla mia panchina, con il bavero sollevato. Un piccione si alzò in volo. Quel battito d’ali mi diede le vertigini. Quando chiusi gli occhi e poi li riaprii, lui era lí. Un salaryman. Sui cinquantacinque. Portava un completo grigio, una camicia bianca, una cravatta a strisce rosse e grige”.
Entrambi i protagonisti di questo libro sono isolati e alieni dalla società in cui si muovono. Proprio per questo loro tratto in comune, tra i due si sviluppa un’amicizia dapprima circospetta, ma, successivamente, sempre più reale e onesta — un’amicizia che ricorda molto quella tra la Volpe e il Piccolo Principe. I due continuano ad erodere le rispettive solitudini, senza che fra loro succeda nulla di eclatante: gli spazi interpersonali si riducono; le parole vengono pronunciate, delicate e lievi; entrambi liberano, giustificando, la solitudine dell’altro.
Il linguaggio quasi lirico (reso molto bene dall’ottima traduzione di Daniela Idra), il tono malinconico, ma speranzoso, la lunghezza sempre maggiore dei capitoli, tutto sembra portare ad un lieto finale — e in un certo senso lo è. L’autrice, però, non ci fornisce vie d’uscita comode: i fili delle vite che si incrociano non sono rette tangenti, ma ragnatele in cui ogni esistenza si incrocia con tutte le altre (a partire dalle famiglie di queste due solitudini). La solitudine non è — e non può essere — isolamento totale: la famiglia di Hiro, pur nell’imbarazzo della situazione — comunica con lui attraverso piatti colmi di cibo e panni puliti; la moglie di Tetsu anche. Entrambi i nuclei famigliari in attesa di qualcosa, di qualcuno. Oppure, esattamente come i protagonisti, in attesa di essere forti abbastanza da rompere la solitudine.
Immagine di copertina: Joy VanBuhler – 287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND

