Sarinys
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I convitati di pi...
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The Vampire Lestat
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Lionel Shriver
“Eppure, mentre rifletto su quella lista, mi colpisce il fatto che, per quanto opprimenti, le classiche remore sul diventare genitori riguardano problemi pratici. Dopotutto, ora che i figli non dissodano il terreno di famiglia e non si prendono cura di te quando diventi incontinente, non c’è alcuna ragione di averli, ed è incredibile come con l’avvento della contraccezione ci sia ancora qualcuno che scelga di riprodursi. Dall’altra parte ci sono concetti come l’amore, il senso della storia, l’appagamento, la fede nell’umanità; gli incentivi moderni sono come i dirigibili – immensi, fluttuanti e scarsi – ottimistici, dal cuore grande, persino profondi, ma terribilmente infondati.”
Lionel Shriver, We Need to Talk About Kevin

Naomi Alderman
“«James,» ha cominciato, sedendosi e lisciandosi i pantaloni con la mano tesa, un suo gesto tipico, «devi dirmi tutte le tue novità».

Novità, ho pensato, novità. Che concetto curioso. Certo, le vite delle altre persone progrediscono in questo modo. C'erano le novità – promozioni, matrimoni e bambini, nuovi acquisti frutto di faticosi risparmi, vacanze programmate, avventure commerciali, sogni prossimi alla realizzazione o abbandonati. Quasi tutte le "novità" in effetti riguardano il denaro. Ottenerlo, spenderlo, accumularlo e accrescerlo. Una volta che si è ottenuto tutto il denaro possibile, che fine fanno le novità? Restano solo gli amori, la procreazione e gli entusiasmi passeggeri, che prendono il posto che ha il lavoro per le altre persone.”
Naomi Alderman, The Lessons

J.G. Ballard
“«Eniwetok e il luna park». Può sembrare strana l'accoppiata fra il luogo dove fu fatto il primo test della bomba H, nelle isole Marshall, e la fiera dei divertimenti di Parigi, così amata dai surrealisti. Ma l'interminabile serie di telegiornali dedicati alle esplosioni nucleari che vedemmo negli anni sessanta (una vera e propria istigazione all'immaginazione psicotica che autorizzava qualsiasi cosa) aveva davvero un'aria carnevalesca. Stanley Kubrick colse perfettamente questa caratteristica dei media nel finale del suo Dottor Stranamore. Mi immagino questi pazienti fare ogni sforzo, a imitazione di Warhol, nel mescolare Freud e Liz Taylor, rifugiandosi immancabilmente a casa ai primi segni di crollo nervoso del proprio dottore. Originariamente la dedica di La mostra delle atrocità avrebbe dovuto essere «Ai pazzi». A loro devo tutto.”
J. G. Ballard

Mary Gaitskill
“Quando ero piccola mia madre mi lesse una storia su una ragazzina cattiva. La lesse a me e a mia sorella: ce ne stavamo rannicchiate contro il suo corpo sedute sul divano, mentre lei leggeva ad alta voce un libro che teneva sulle ginocchia. La luce della lampada splendeva su di noi, avvolte da una coperta. La ragazza della storia era bella e crudele. Sua madre era povera, perciò la mandava a lavorare per una famiglia di persone ricche che la viziavano e la coccolavano, ma le dicevano anche di andare a trovare la madre. Lei però si sentiva troppo importante, e si limitava a farsi vedere. Un giorno quella gente ricca la mandò a casa con una pagnotta per la madre, ma quando la ragazza si trovò davanti a una pozzanghera di fango, per non sporcarsi le scarpe ci buttò il pane, e ci mise i piedi sopra. La pagnotta affondò come in una palude, e lei affondò con essa, scendendo giù giù fino a un mondo popolato di demoni e creature orribili. Dal momento che era bella, la regina dei demoni ne fece una statua per donarla al suo bisnipote. La ragazza venne coperta da serpenti e melma, intrappolata e circondata dall’odio di ogni altra creatura. Soffriva la fame, ma non riusciva a mangiare il pane che non le si staccava dai piedi, e poteva sentire quello che la gente diceva di lei: un ragazzo che passava di lì aveva visto che cosa le era successo e lo aveva raccontato a tutti, e tutti dicevano che se lo meritava, persino sua madre diceva che se lo meritava. La ragazza non poteva muoversi, ma anche se avesse potuto avrebbe finito per torcersi di rabbia. “Non è giusto!”, urlò mia madre, facendo il verso alla ragazza cattiva.
Io me ne stavo seduta contro mia madre mentre ci raccontava la storia, e forse per questo mi sembrò di non sentirla semplicemente con le orecchie: la sentii nel suo corpo. Sentivo una ragazza che voleva essere troppo bella. Sentivo una madre che voleva amarla. Sentivo un demone che voleva torturarla. E li sentivo così strettamente mescolati dentro di me che non c’era modo di separare tutte quelle emozioni. La storia mi terrorizzò e mi misi a piangere. Mia madre mi prese tra le sue braccia. “Aspetta”, disse, “la storia non è finita: lei sarà salvata dalle lacrime di una bambina innocente come te”. Mia madre mi baciò sulla fronte per poi finire di raccontare la storia. E io l’ho dimenticata per molto, molto tempo.”
Mary Gaitskill, Veronica

Margaret Atwood
“Martedì, alle dodici e dieci circa, nella prigione nuova di questa città, a James McDermott, assassino del signor Kinnear, è stata applicata la più grave pena prevista dalla legge. Una folla immensa di uomini, donne e bambini aspettava con ansia di poter assistere agli ultimi tra­vagliati istanti del colpevole. Quali possano essere i sentimenti di quelle donne che sono accorse numerose da vicino e da lontano, nel fango e sotto la pioggia, per presenziare all'orribile spettacolo, non arriviamo a immaginarlo. Osiamo tuttavia affermare che non erano precisamente gentili né raffinati. Lo sciagurato criminale, in quel terribile momento, ha dato prova della stessa freddezza e teme­rarietà che ha caratterizzato il suo contegno fin dall'arresto.

«Toronto Mirror»,

23 novembre 1843”
Margaret Atwood, Alias Grace

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