Sarinys
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I convitati di pi...
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The Vampire Lestat
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Lionel Shriver
“Quando ho smesso di giocherellare con il cappotto, mi ha detto: «Puoi anche prendere per il culo i vicini, le guardie, Gesù e quella rimbambita di tua madre con queste visite da brava mammina, ma io non ci casco. Vai pure avanti se vuoi una medaglia al valore. Ma non trascinare più qui il tuo culo se pensi di farlo per me». Poi ha aggiunto: «Perché io ti odio».
So che i ragazzini dicono cose del genere di continuo, d’impulso: ti odio, ti odio!, gli occhi colmi di lacrime. Ma Kevin ha quasi diciotto anni, e il tono della sua voce era piatto.
Avevo un’idea di ciò che avrei dovuto rispondere: Lo so che non lo pensi davvero, ma sapevo che lo pensava. Oppure: Io ti voglio bene comunque, giovanotto, che ti piaccia o no. Ma mi è venuto il dubbio che così avrei seguito la sceneggiatura che mi aveva aiutata ad atterrare in quella sala surriscaldata che puzzava come il bagno di una stazione in un pomeriggio di dicembre. Perciò gli ho detto, con il medesimo tono da comunicato ufficiale: «Anche io ti ho sempre odiato, Kevin» e ho girato i tacchi.”
Lionel Shriver, We Need to Talk About Kevin

Lionel Shriver
“Eppure, mentre rifletto su quella lista, mi colpisce il fatto che, per quanto opprimenti, le classiche remore sul diventare genitori riguardano problemi pratici. Dopotutto, ora che i figli non dissodano il terreno di famiglia e non si prendono cura di te quando diventi incontinente, non c’è alcuna ragione di averli, ed è incredibile come con l’avvento della contraccezione ci sia ancora qualcuno che scelga di riprodursi. Dall’altra parte ci sono concetti come l’amore, il senso della storia, l’appagamento, la fede nell’umanità; gli incentivi moderni sono come i dirigibili – immensi, fluttuanti e scarsi – ottimistici, dal cuore grande, persino profondi, ma terribilmente infondati.”
Lionel Shriver, We Need to Talk About Kevin

Mary Gaitskill
“Quando ero piccola mia madre mi lesse una storia su una ragazzina cattiva. La lesse a me e a mia sorella: ce ne stavamo rannicchiate contro il suo corpo sedute sul divano, mentre lei leggeva ad alta voce un libro che teneva sulle ginocchia. La luce della lampada splendeva su di noi, avvolte da una coperta. La ragazza della storia era bella e crudele. Sua madre era povera, perciò la mandava a lavorare per una famiglia di persone ricche che la viziavano e la coccolavano, ma le dicevano anche di andare a trovare la madre. Lei però si sentiva troppo importante, e si limitava a farsi vedere. Un giorno quella gente ricca la mandò a casa con una pagnotta per la madre, ma quando la ragazza si trovò davanti a una pozzanghera di fango, per non sporcarsi le scarpe ci buttò il pane, e ci mise i piedi sopra. La pagnotta affondò come in una palude, e lei affondò con essa, scendendo giù giù fino a un mondo popolato di demoni e creature orribili. Dal momento che era bella, la regina dei demoni ne fece una statua per donarla al suo bisnipote. La ragazza venne coperta da serpenti e melma, intrappolata e circondata dall’odio di ogni altra creatura. Soffriva la fame, ma non riusciva a mangiare il pane che non le si staccava dai piedi, e poteva sentire quello che la gente diceva di lei: un ragazzo che passava di lì aveva visto che cosa le era successo e lo aveva raccontato a tutti, e tutti dicevano che se lo meritava, persino sua madre diceva che se lo meritava. La ragazza non poteva muoversi, ma anche se avesse potuto avrebbe finito per torcersi di rabbia. “Non è giusto!”, urlò mia madre, facendo il verso alla ragazza cattiva.
Io me ne stavo seduta contro mia madre mentre ci raccontava la storia, e forse per questo mi sembrò di non sentirla semplicemente con le orecchie: la sentii nel suo corpo. Sentivo una ragazza che voleva essere troppo bella. Sentivo una madre che voleva amarla. Sentivo un demone che voleva torturarla. E li sentivo così strettamente mescolati dentro di me che non c’era modo di separare tutte quelle emozioni. La storia mi terrorizzò e mi misi a piangere. Mia madre mi prese tra le sue braccia. “Aspetta”, disse, “la storia non è finita: lei sarà salvata dalle lacrime di una bambina innocente come te”. Mia madre mi baciò sulla fronte per poi finire di raccontare la storia. E io l’ho dimenticata per molto, molto tempo.”
Mary Gaitskill, Veronica

Roberto Bolaño
“Il giorno in cui non lo si vide più a passeggio per le vie di Concepción con i suoi libri sotto il braccio, sempre correttamente vestito (al contrario di Stein, che si vestiva come un barbone), diretto alla Facoltà di Medicina o a fare la coda davanti a qualche teatro o cinema, quando si volatilizzò, insomma, nessuno ne sentì la mancanza. Molti si sarebbero rallegrati della sua morte. Non per questioni strettamente politiche (Soto era simpatizzante del Partito Socialista, ma niente di più, simpatizzante, nemmeno un elettore fedele, io direi che era un sinistroide pessimista) ma per ragioni di natura estetica, per il piacere di vedere morto chi è più intelligente e più colto di te ed è privo dell’astuzia sociale di nasconderlo. Scriverlo adesso sembra una bugia. Ma era così, i nemici di Soto sarebbero stati capaci di perdonargli persino la sua mordacità; quello che non gli perdonarono mai fu l’indifferenza. L’indifferenza e l’intelligenza.”
Roberto Bolaño, Distant Star

Naomi Alderman
“«James,» ha cominciato, sedendosi e lisciandosi i pantaloni con la mano tesa, un suo gesto tipico, «devi dirmi tutte le tue novità».

Novità, ho pensato, novità. Che concetto curioso. Certo, le vite delle altre persone progrediscono in questo modo. C'erano le novità – promozioni, matrimoni e bambini, nuovi acquisti frutto di faticosi risparmi, vacanze programmate, avventure commerciali, sogni prossimi alla realizzazione o abbandonati. Quasi tutte le "novità" in effetti riguardano il denaro. Ottenerlo, spenderlo, accumularlo e accrescerlo. Una volta che si è ottenuto tutto il denaro possibile, che fine fanno le novità? Restano solo gli amori, la procreazione e gli entusiasmi passeggeri, che prendono il posto che ha il lavoro per le altre persone.”
Naomi Alderman, The Lessons

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