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Antígnome

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Chinua Achebe
“Real tragedy is never resolved. It goes on hopelessly for ever. Conventional tragedy is too easy. The hero dies and we feel a purging of the emotions. A real tragedy takes place in a corner, in an untidy spot, to quote W. H. Auden. The rest of the world is unaware of it. Like that man in A Handful of Dust who reads Dickens to Mr Todd. There is no release for him. When the story ends he is still reading. There is no purging of the emotions for us because we are not there.”
Chinua Achebe, No Longer at Ease

Percival Everett
“The books began to arrive, boxes of them. At first I could not open a single one, but was taken by them as objects. The covers were all so attractive. The jacket copy made each one sound great, blurbs from established literary icons told me why I should like it. The fat books were praised for being fat, the skinny books were praised for being skinny, old writers were great because they were old, young writers were talents because of their youth, every one was startling, ground-breaking, warm, chilling, original, honest and human. I would have found refreshing:

"Jo Blow’ s new novel takes on the mundane and leaves it right where it is. The prose is clear and pedestrian. The moves are tried and true. Yet the book is not so alarmingly dishonest. The characters are as wooden as the ones we meet in real life. This is a torturous journey through the banal. The novel is ordinary but not insipid, pointless but not meaningless, savorless but not stale.

Jo Blow is a middle aged writer with a family and no discernible special features. He lives in a house and is about as smart as his last novel."

So, I opened the first book and I loved it. Actually, I enjoyed reading. The book sucked. But I did enjoy reading it and so I read another and another. I read three in one night and the better part of the next day. All three were sterile, well-constructed, predictable fare. I decided that perhaps I was jaded. I was familiar with novels the way a surgeon is familiar with blood. I would have to contact my innocent, inner self, the part of me that could be amazed by the dull and commonplace.”
Percival Everett, Erasure

Alba de Céspedes
“Tuttavia si rendeva conto che nulla può distruggere il passato: lo celi, lo occulti, nessuno lo conosce, all’infuori di te, e tu non parlerai mai. Invece tu stessa finirai col parlarne, un giorno: lo disseppellirai dalla polvere, e ti accorgerai ch’è sempre vivo, che sei venuta costruendo la tua vita attorno ad esso, come una farfalla il bozzolo. Si sentiva perseguitata da una sorte avversa: tante ragazze agiscono lo stesso, senza conseguenza. “Perché l’ho fatto?” si domandava. In fondo, non era molto innamorata, e i sensi si possono vincere: o, almeno, così ci sembra, a distanza di tempo: quando il passato, essendo già vissuto, pare semplice e piano. Ma ciò che viviamo oggi, domani sarà il passato. Dovremmo sempre avere la certezza di non trovarlo, ingigantito e minaccioso, a precluderci il futuro.”
Alba de Céspedes, There's No Turning Back
tags: past

Alba de Céspedes
“Silvia alzò le spalle: «Quando Vinca se ne andò, il giorno dopo la dimenticammo. Proprio così» disse, volgendosi a Vinca: «non ti abbiamo nemmeno rimpianta. Perché dovreste rimpiangere me?».
Vinca confessò: «Io pure mi ricordavo vagamente di voi, durante la giornata. Se m’accadeva qualcosa di grave vi chiamavo quasi per rinfacciarvi il privilegio di essere ancora lì dentro: difese dall’amore, dalla guerra… Dalla vita… Tutto ciò è sconsolante: dimostra che non c’è un sentimento, un sodalizio, una condizione che duri».
«Ma no, è naturale» disse Emanuela: «a me la vita pare composta di tante brevi vite successive. In ognuna ricominciamo; e possiamo mostrarci ed essere completamente nuovi. Altrimenti finiremmo col venirci a noia, non vi sembra?»
Silvia rispose perplessa: «Forse è una questione di carattere… Ma compiacersi dei distacchi, dei cambiamenti, mi pare una disposizione alla superficialità o una vocazione per la sofferenza»”
Alba de Céspedes, There's No Turning Back

Elena Ferrante
“È stata la prima e l’ultima volta in cui ha cercato di chiarirmi il sentimento del mondo dentro cui si muoveva. Finora, disse – e qui riassumo a parole mie di adesso –, ho creduto che si trattasse di momenti brutti che venivano e poi passavano, come una malattia di crescenza. Ti ricordi quando ti ho raccontato che s’era spaccata la pentola di rame? E del capodanno del 1958, quando i Solara ci spararono addosso, ti ricordi? Gli spari furono la cosa che mi fece meno paura. Mi spaventò invece che i colori dei fuochi d’artificio fossero taglienti – il verde e il viola soprattutto erano affilati –, che ci potessero squartare, che le scie dei razzi strusciassero su mio fratello Rino come lime, come raspe, e gli spaccassero la carne, che facessero sgocciolare fuori da lui un altro mio fratello disgustoso che o rimettevo subito dentro – dentro la sua forma di sempre –, oppure mi si sarebbe rivoltato contro per farmi male. Per tutta la vita non ho fatto altro, Lenù, che arginare momenti come quelli. Mi faceva paura Marcello e mi proteggevo con Stefano. Mi faceva paura Stefano e mi proteggevo con Michele. Mi faceva paura Michele e mi proteggevo con Nino. Mi faceva paura Nino e mi proteggevo con Enzo. Ma proteggere che significa, è solo una parola. Dovrei farti, adesso, un elenco minuto di tutte le coperture grandi e piccole che mi sono costruita per starmene nascosta, e invece non mi sono servite. Ti ricordi quanto mi faceva orrore il cielo di notte a Ischia? Voi dicevate com’è bello, ma io non potevo. Ci sentivo un sapore di uovo marcio col tuorlo gialloverdognolo chiuso dentro l’albume e dentro il guscio, un uovo sodo che si spacca. Avevo in bocca stelle-uova avvelenate, la loro luce era di una consistenza bianca, gommosa, si attaccava ai denti insieme alla nerezza gelatinosa del cielo, la tritavo con disgusto, sentivo uno scricchiolio di granuli. Mi spiego? Mi sto spiegando? Eppure a Ischia ero contenta, piena d’amore. Ma non serviva, la testa trova sempre uno spiraglio per guardare oltre – sopra, sotto, di lato –, dove c’è lo spavento. Nella fabbrica di Bruno, per esempio, mi si spezzavano le ossa degli animali sotto le dita solo a sfiorarle e ne usciva un midollo rancido, ho provato una tale repulsione che ho creduto di essere malata. Ma ero malata, avevo veramente il soffio al cuore? No. L’unico problema è sempre stato l’agitazione della testa. Non la posso fermare, devo sempre fare, rifare, coprire, scoprire, rinforzare, e poi all’improvviso disfare, spaccare. Tu prendi Alfonso, mi ha messo ansia fin da quando era ragazzino, ho sentito che il filo di cotone che lo teneva insieme stava per rompersi. E Michele? Michele si credeva chissà chi, e invece è bastato trovare la linea di contorno e tirare, ah, ah ah, l’ho spezzato, ho spezzato il suo cotone e l’ho ingarbugliato con quello di Alfonso, materia di maschio dentro materia di maschio, la tela che tessi di giorno si disfa di notte, la testa trova il modo. Ma serve a poco, il terrore resta, se ne sta sempre nello spiraglio tra una cosa normale e l’altra. Se ne sta lì in attesa, l’ho sempre sospettato, e da stasera lo so di sicuro: non regge niente, Lenù, anche qua nella pancia, la creatura sembra che duri e invece no. Ti ricordi quando mi sono sposata con Stefano e volevo far ricominciare il rione punto e daccapo, solo cose belle, il brutto di prima non ci doveva essere più? Quant’è durato? I sentimenti gentili sono fragili, con me l’amore non resiste. Non resiste l’amore per un uomo, non resiste nemmeno l’amore per i figli, presto si buca. Guardi nel foro e vedi la nebulosa delle buone intenzioni confondersi con quella delle cattive. Gennaro mi fa sentire in colpa, questo coso qui dentro la pancia è una responsabilità che mi taglia, mi graffia. Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna volontà sana.”
Elena Ferrante, The Story of the Lost Child

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