<< L’uomo sensibile è troppo in balia delle sue emozioni per essere un gran re, un grande politico, un grande magistrato, un uomo giusto, un profondo osservatore, e di conseguenza un sublime imitatore della natura, a meno che non sia in grado di prendere le distanze e andare aldilà di sé, e col supporto di una forte immaginazione non sappia crearsi dei simulacri che gli servano da modelli, e mantenere su di essi l’attenzione tramite una memoria tenace; ma a quel punto non è più lui ad agire, è lo spirito di un altro che lo sta possedendo. >>
a pag. 62 /
<< Ma un fatto decisivo che mi è stato raccontato da un uomo attendibile, dallo spirito originale e arguto, l’abate Galiani (nota 1), e che in seguito mi è stato confermato da un altro uomo attendibile, anche lui altrettanto originale e arguto, il marchese di Caraccioli, ambasciatore del regno di Napoli a Parigi, è che a Napoli, patria di entrambi, c’è un autore di teatro la cui preoccupazione principale non consiste nello scrivere commedie. (…) la sua priorità consiste nello scovare nella vita reale dei personaggi che abbiano l’età, l’aspetto, la voce e il carattere giusti per ricoprire i ruoli da lui scritti. (…) Fa provare i suoi attori per sei mesi, insieme e separatamente. E quando pensate che la compagnia cominci a recitare, ad affiatarsi, ad andare verso quel punto di massima perfezione che lui esige? È nel momento in cui gli attori sono stremati dalla fatica di queste prove infinite, saturi (…). Da questo momento in poi i progressi sono sorprendenti, ognuno si identifica col proprio personaggio. Ed è grazie a questo esercizio estenuante che finalmente vanno in scena e continuano senza interruzione anche per sei mesi riuscendo a regalare al sovrano e ai suoi sudditi il più grande piacere che si possa ricevere dall’illusione teatrale. E secondo voi questa illusione, così potente, così perfetta dalla prima all’ultima rappresentazione, può nascere dalla sensibilità? >>
a pagg. 63-64 / nota 1 = Ferdinando Galiani, economista e letterato (Chieti, 1728 - Napoli, 1787). Dal 1759 al 1769 fu a Parigi segretario dell’ambasciata napoletana: conversatore brillante e ricercatissimo, strinse amicizia con le persone più rappresentative della capitale, specie con Diderot, F. M. Grimm e Madame d’Épinay.
<< SECONDO: E come avete conosciuto il parere di Caillot (nota 2)? PRIMO: Da una donna piena di spirito e di arguzia, la principessa Galitizin (nota 3). Caillot aveva appena finito di recitare Il disertore ed era ancora lì sul palcoscenico e lei aveva appena condiviso, come spettatrice, tutte le angosce di uno sventurato pronto a perdere la propria amante e la propria vita. Caillot si avvicina al suo palchetto e le rivolge, con quel viso sorridente che conoscete, frasi scherzose, oneste ed educate. La principessa, esterrefatta gli risponde: ‘’Ma come! Non siete morto! Io, che sono solo una spettatrice dei vostri tormenti, non mi sono ancora ripresa’’. ‘’No Madame, non sono morto. Sarei da compatire se morissi così spesso’’. ‘’Dunque voi non provate nulla?’’. ‘’No, mi dispiace…’’. (…) La principessa non si ricordava tutte le argomentazioni di Caillot ma aveva notato che questo grande imitatore della natura, nel momento della sua agonia, mentre lo stavano conducendo al supplizio, accorgendosi che la sedia dove avrebbero dovuto piazzare Luisa svenuta era messa male, la sistemava mentre con una voce da moribondo continuava a declamare: ‘’Ma Luisa non viene, e la mia ora si avvicina…’’. >>
a pagg. 66-67 / nota 2 = Caillot (1733-1816), tenore e baritono francese. Fu amico di Rousseau. nota 3 = Adelaide Amélie von Schmettau (Berlino, 1728 - Münster, 1806) sposa del principe Galitzine, intellettuale tedesca. Durante un viaggio a Parigi per incarico di Caterina II, deve aver assistito alla rappresentazione del Deserteur di Sedaine.
<< Se per assurdo un’attrice fosse dotata di una sensibilità tale da dare risultati pari a quelli prodotti da una tecnica del massimo livello, il teatro presenta tuttavia così tanti caratteri da imitare, e un solo ruolo può condurre a situazioni talmente diverse tra loro, che questa pur eccezionale strappalacrime, incapace di interpretare due ruoli differenti, sarebbe efficace giusto in qualche passaggio isolato di un unico ruolo; (…) Se le capitasse di azzardare uno slancio, il sopravvento della sua sensibilità non tarderebbe a ricondurla alla mediocrità. Più che un vigoroso destriero che si lancia al galoppo sembrerebbe un fiacco ronzino con il morso ai denti. Il suo momento di energia passeggera, brusca, senza sfumature, senza preparazione, senza omogeneità, vi sembrerebbe un accesso di follia. (…) A conti fatti essere sensibili è una cosa, far sentire qualcosa a qualcuno è un’altra. Una è una questione di animo, l’altra una questione di intelligenza. Possiamo sentire qualcosa con passione e non saperlo esprimere; possiamo esprimere qualcosa da soli, nella vita di tutti i giorni, di fronte a un caminetto, leggendo e recitando per qualche spettatore, ma a teatro non saper esprimere nulla di valido. In realtà a teatro, attraverso quello che definiamo sensibilità, animo, passione, possiamo essere credibili solo in una o due battute ma fallire in tutto il resto; abbracciare l’intero arco di un personaggio, renderne le sfumature, i momenti dolci e fragili, avere la stessa qualità nei passaggi forti e in quelli tranquilli, variare nei dettagli, essere armoniosi e coerenti nell’insieme e saper costruire una tecnica solida di declamazione che possa rendere giustizia al talento del poeta - tutto ciò è opera di una mente fredda, di una capacità di giudizio profonda, di un gusto raffinato, di uno studio faticoso, di una lunga esperienza e di una capacità mnemonica fuori dal comune. La regola ‘qualis ab incoepto processerit et sibi constet’ (nota 4) , assai rigorosa per il poeta, lo è fin nei minimi dettagli per l’attore; colui che entra in scena senza aver chiaro come recitare e chi sia il suo personaggio, ricoprirà per tutta la vita il ruolo del principiante oppure, se dotato di coraggio, spavalderia ed estro, e se farà affidamento sulla sua prontezza di spirito e sulla sua esperienza, quest’uomo si imporrà attraverso la sua energia e la sua foga e voi applaudirete la sua recitazione nello stesso modo in cui un intenditore di pittura sorride di fronte a uno schizzo in cui tutto è mostrato ma niente ha forma. >>
a pagg. 69-71 / nota 4 = Orazio, Ars Poetica, v. 127: ‘’Prosegui sulla strada intrapresa e rimani coerente con te stesso’’.
<< Non capita forse nella vita di dire di un uomo che è un grande attore? Non vogliamo dire con ciò che quello sente fortemente ma al contrario che è superbo nel simulare, nonostante non senta niente. >> a p. 78 /
a pag. 62 /
<< Ma un fatto decisivo che mi è stato raccontato da un uomo attendibile, dallo spirito originale e arguto, l’abate Galiani (nota 1), e che in seguito mi è stato confermato da un altro uomo attendibile, anche lui altrettanto originale e arguto, il marchese di Caraccioli, ambasciatore del regno di Napoli a Parigi, è che a Napoli, patria di entrambi, c’è un autore di teatro la cui preoccupazione principale non consiste nello scrivere commedie. (…) la sua priorità consiste nello scovare nella vita reale dei personaggi che abbiano l’età, l’aspetto, la voce e il carattere giusti per ricoprire i ruoli da lui scritti. (…) Fa provare i suoi attori per sei mesi, insieme e separatamente. E quando pensate che la compagnia cominci a recitare, ad affiatarsi, ad andare verso quel punto di massima perfezione che lui esige? È nel momento in cui gli attori sono stremati dalla fatica di queste prove infinite, saturi (…). Da questo momento in poi i progressi sono sorprendenti, ognuno si identifica col proprio personaggio. Ed è grazie a questo esercizio estenuante che finalmente vanno in scena e continuano senza interruzione anche per sei mesi riuscendo a regalare al sovrano e ai suoi sudditi il più grande piacere che si possa ricevere dall’illusione teatrale. E secondo voi questa illusione, così potente, così perfetta dalla prima all’ultima rappresentazione, può nascere dalla sensibilità? >>
a pagg. 63-64 /
nota 1 = Ferdinando Galiani, economista e letterato (Chieti, 1728 - Napoli, 1787). Dal 1759 al 1769 fu a Parigi segretario dell’ambasciata napoletana: conversatore brillante e ricercatissimo, strinse amicizia con le persone più rappresentative della capitale, specie con Diderot, F. M. Grimm e Madame d’Épinay.
<< SECONDO: E come avete conosciuto il parere di Caillot (nota 2)? PRIMO: Da una donna piena di spirito e di arguzia, la principessa Galitizin (nota 3). Caillot aveva appena finito di recitare Il disertore ed era ancora lì sul palcoscenico e lei aveva appena condiviso, come spettatrice, tutte le angosce di uno sventurato pronto a perdere la propria amante e la propria vita. Caillot si avvicina al suo palchetto e le rivolge, con quel viso sorridente che conoscete, frasi scherzose, oneste ed educate. La principessa, esterrefatta gli risponde: ‘’Ma come! Non siete morto! Io, che sono solo una spettatrice dei vostri tormenti, non mi sono ancora ripresa’’. ‘’No Madame, non sono morto. Sarei da compatire se morissi così spesso’’. ‘’Dunque voi non provate nulla?’’. ‘’No, mi dispiace…’’. (…) La principessa non si ricordava tutte le argomentazioni di Caillot ma aveva notato che questo grande imitatore della natura, nel momento della sua agonia, mentre lo stavano conducendo al supplizio, accorgendosi che la sedia dove avrebbero dovuto piazzare Luisa svenuta era messa male, la sistemava mentre con una voce da moribondo continuava a declamare: ‘’Ma Luisa non viene, e la mia ora si avvicina…’’. >>
a pagg. 66-67 /
nota 2 = Caillot (1733-1816), tenore e baritono francese. Fu amico di Rousseau.
nota 3 = Adelaide Amélie von Schmettau (Berlino, 1728 - Münster, 1806) sposa del principe Galitzine, intellettuale tedesca. Durante un viaggio a Parigi per incarico di Caterina II, deve aver assistito alla rappresentazione del Deserteur di Sedaine.
<< Se per assurdo un’attrice fosse dotata di una sensibilità tale da dare risultati pari a quelli prodotti da una tecnica del massimo livello, il teatro presenta tuttavia così tanti caratteri da imitare, e un solo ruolo può condurre a situazioni talmente diverse tra loro, che questa pur eccezionale strappalacrime, incapace di interpretare due ruoli differenti, sarebbe efficace giusto in qualche passaggio isolato di un unico ruolo; (…) Se le capitasse di azzardare uno slancio, il sopravvento della sua sensibilità non tarderebbe a ricondurla alla mediocrità. Più che un vigoroso destriero che si lancia al galoppo sembrerebbe un fiacco ronzino con il morso ai denti. Il suo momento di energia passeggera, brusca, senza sfumature, senza preparazione, senza omogeneità, vi sembrerebbe un accesso di follia. (…) A conti fatti essere sensibili è una cosa, far sentire qualcosa a qualcuno è un’altra. Una è una questione di animo, l’altra una questione di intelligenza. Possiamo sentire qualcosa con passione e non saperlo esprimere; possiamo esprimere qualcosa da soli, nella vita di tutti i giorni, di fronte a un caminetto, leggendo e recitando per qualche spettatore, ma a teatro non saper esprimere nulla di valido. In realtà a teatro, attraverso quello che definiamo sensibilità, animo, passione, possiamo essere credibili solo in una o due battute ma fallire in tutto il resto; abbracciare l’intero arco di un personaggio, renderne le sfumature, i momenti dolci e fragili, avere la stessa qualità nei passaggi forti e in quelli tranquilli, variare nei dettagli, essere armoniosi e coerenti nell’insieme e saper costruire una tecnica solida di declamazione che possa rendere giustizia al talento del poeta - tutto ciò è opera di una mente fredda, di una capacità di giudizio profonda, di un gusto raffinato, di uno studio faticoso, di una lunga esperienza e di una capacità mnemonica fuori dal comune. La regola ‘qualis ab incoepto processerit et sibi constet’ (nota 4) , assai rigorosa per il poeta, lo è fin nei minimi dettagli per l’attore; colui che entra in scena senza aver chiaro come recitare e chi sia il suo personaggio, ricoprirà per tutta la vita il ruolo del principiante oppure, se dotato di coraggio, spavalderia ed estro, e se farà affidamento sulla sua prontezza di spirito e sulla sua esperienza, quest’uomo si imporrà attraverso la sua energia e la sua foga e voi applaudirete la sua recitazione nello stesso modo in cui un intenditore di pittura sorride di fronte a uno schizzo in cui tutto è mostrato ma niente ha forma. >>
a pagg. 69-71 /
nota 4 = Orazio, Ars Poetica, v. 127: ‘’Prosegui sulla strada intrapresa e rimani coerente con te stesso’’.
<< Non capita forse nella vita di dire di un uomo che è un grande attore? Non vogliamo dire con ciò che quello sente fortemente ma al contrario che è superbo nel simulare, nonostante non senta niente. >>
a p. 78 /