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“Le lacrime erano brucianti e affilate come rasoi. Gli incubi, la sua unica compagnia, le ricordavano che era ancora viva.
Sofia si dibatteva per riemergere dal sonno, per sottrarsi a esso, mentre l’urlo di terrore le restava conficcato in gola come una spina o a volte le sfuggiva dalle labbra, trattenuto eppur potente, così acuto da risvegliare i morti della sanguinosa guerra del passato, un passato ancora vivo e vicino. Rammentava quando la madre la portava da bambina in chiesa ad accendere la candelina a Gesù Bambino. Quei ricordi così lontani erano velati da una sottile foschia, essi erano la materia dei sogni quando ci si sveglia: inconsistenti, vaghi, fluidi e come acqua scivolavano via da lei, troppo velocemente per permetterle di ancorarsi a loro. (La grande Purga di Eilan Moon)”
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Sofia si dibatteva per riemergere dal sonno, per sottrarsi a esso, mentre l’urlo di terrore le restava conficcato in gola come una spina o a volte le sfuggiva dalle labbra, trattenuto eppur potente, così acuto da risvegliare i morti della sanguinosa guerra del passato, un passato ancora vivo e vicino. Rammentava quando la madre la portava da bambina in chiesa ad accendere la candelina a Gesù Bambino. Quei ricordi così lontani erano velati da una sottile foschia, essi erano la materia dei sogni quando ci si sveglia: inconsistenti, vaghi, fluidi e come acqua scivolavano via da lei, troppo velocemente per permetterle di ancorarsi a loro. (La grande Purga di Eilan Moon)”
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“La caligine si era diradata e Bor avvertì una morsa al cuore. Avrebbe preferito che la nebbia gli avesse impedito di vederla piangere. Non sopportava le sue lacrime, lo facevano sentire debole perché il cuore lacrimava sangue quando lei soffriva.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
― R.I.P. Requiescat In Pace
“Si fissarono a distanza, come a voler misurare le capacità dell’avversario.
«Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per te, perché fossi felice. Se non ci sono ancora riuscito, allora dimmi cosa manca.»
Eliza scosse il capo e i lunghi capelli ramati si mossero con sinuosità. Lui adorava quel colore, il colore del sangue.
«Non dipende da te, ma dalla menzogna in cui siamo costretti a vivere» gli spiegò, poi andò verso di lui e poso entrambe le mani su quel petto che l’aveva stregata. «Ho paura che la situazione degeneri e che un brutto giorno qualche poliziotto venga a casa per portarti via da me.»”
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«Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per te, perché fossi felice. Se non ci sono ancora riuscito, allora dimmi cosa manca.»
Eliza scosse il capo e i lunghi capelli ramati si mossero con sinuosità. Lui adorava quel colore, il colore del sangue.
«Non dipende da te, ma dalla menzogna in cui siamo costretti a vivere» gli spiegò, poi andò verso di lui e poso entrambe le mani su quel petto che l’aveva stregata. «Ho paura che la situazione degeneri e che un brutto giorno qualche poliziotto venga a casa per portarti via da me.»”
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“Bor era bello da fare male. Il cuore della ragazza saltò un battito quando il suo profumo le raggiunse le narici e inondò la sua mente come una droga. Un accenno di barba disegnava il contorno appuntito del mento e le labbra si schiusero in un ghigno ferino da animale pronto alla caccia.
«Ti voglio attenta e pronta. Ti insegnerò a difenderti. Non sono qui per giocare o rivangare il passato. E ora muoviti, non ho tempo da perdere, anzi, non abbiamo tempo da perdere.» Voltandosi e scendendo le scale tre gradini alla volta aggiunse: «Ti aspetto in strada, sono quello figo sulla moto».
Le guance di Asia divennero paonazze, mentre stringeva i pugni con intensità fino a sentire il sudore delle mani appiccicarle la pelle. Con un'espressione degna di un drago sputa fuoco, Asia rimase a guardare Bor che usciva di casa. Vomitò un urlo a dir poco agghiacciante che miscelava rabbia e frustrazione.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
«Ti voglio attenta e pronta. Ti insegnerò a difenderti. Non sono qui per giocare o rivangare il passato. E ora muoviti, non ho tempo da perdere, anzi, non abbiamo tempo da perdere.» Voltandosi e scendendo le scale tre gradini alla volta aggiunse: «Ti aspetto in strada, sono quello figo sulla moto».
Le guance di Asia divennero paonazze, mentre stringeva i pugni con intensità fino a sentire il sudore delle mani appiccicarle la pelle. Con un'espressione degna di un drago sputa fuoco, Asia rimase a guardare Bor che usciva di casa. Vomitò un urlo a dir poco agghiacciante che miscelava rabbia e frustrazione.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
“«Io non mi sposo, se mi dici che mi ami e vuoi stare con me» azzardai, con il respiro strozzato in gola e le mani gelide per la tensione.
Lui si volse verso di me. «Qui non si tratta di me, Serena» iniziò lui, ed ebbi un brivido di paura: non mi chiamava mai con il mio nome completo. «Non si tratta di Christian o di quello che provo per te. Se ti dicessi che ti amo e tu lo lasciassi e poi tra noi non funzionasse? La colpa sarebbe mia che ti ho portato via da lui.»
«Non capisco» tentai di stimolarlo a spiegarsi meglio.
«Tu devi lasciarlo perché vuoi farlo, non perché ci sono io di mezzo.»
Il silenzio si fece pesante e denso.
«Tu vuoi un figlio e vuoi sposarti, io questo non posso farlo» aggiunse lui dopo, distogliendo lo sguardo dal mio che si stava riempiendo di lacrime.
«Ho paura di restare sola» bisbigliai.
«Tutti abbiamo paura di restare soli, ma non si sposano solo per quel timore.»
Pensai che avevo avuto ragione. Nico non sarebbe mai stato mio marito e forse non avremmo avuto dei bei bimbi cicciotti che correvano per casa, ero disposta a rinunciare a quello per lui?
«Io sono innamorata di te, anche se non volevo accadesse. Ma tu cosa provi davvero per me?»
Nico tornò a fissarmi. Era strano, sembrava assente e lontano, freddo come il ghiaccio e pericoloso come la punta di un coltello, e con quello sguardo mi colpì al cuore, dritto, affondando la lama sino all’impugnatura. «Sei importante per me».
Tutto qui? Pensai subito. Solo quello, io ero importante, come poteva esserlo un cane o un animale domestico.
Con le lacrime agli occhi guardai le fiamme spietate nei suoi occhi, fiamme che mi stavano divorando l’anima e tutti i sentimenti che avevo dentro.
«Anche se provassi qualcosa per te, non te lo direi mai. Io sono così e sarò sempre così» aggiunse lui, poco dopo, scostandosi dal mio contatto, non solo da quello visivo. «Se devi piangere vai a farlo da un’altra parte, per favore» commentò lui, la voce fredda, priva di inflessioni che mi fece così male da farmi sentire i polmoni collassare.
Tutto lì. Niente Addio, Serena, niente Chiamami quando starai meglio, niente Scusami, sono un cretino.
Mi asciugai le lacrime dal viso, gli girai intorno, raccogliendo i miei vestiti che infilai velocemente e uscii dalla porta come ero entrata: sola.”
― Il mio lieto fine
Lui si volse verso di me. «Qui non si tratta di me, Serena» iniziò lui, ed ebbi un brivido di paura: non mi chiamava mai con il mio nome completo. «Non si tratta di Christian o di quello che provo per te. Se ti dicessi che ti amo e tu lo lasciassi e poi tra noi non funzionasse? La colpa sarebbe mia che ti ho portato via da lui.»
«Non capisco» tentai di stimolarlo a spiegarsi meglio.
«Tu devi lasciarlo perché vuoi farlo, non perché ci sono io di mezzo.»
Il silenzio si fece pesante e denso.
«Tu vuoi un figlio e vuoi sposarti, io questo non posso farlo» aggiunse lui dopo, distogliendo lo sguardo dal mio che si stava riempiendo di lacrime.
«Ho paura di restare sola» bisbigliai.
«Tutti abbiamo paura di restare soli, ma non si sposano solo per quel timore.»
Pensai che avevo avuto ragione. Nico non sarebbe mai stato mio marito e forse non avremmo avuto dei bei bimbi cicciotti che correvano per casa, ero disposta a rinunciare a quello per lui?
«Io sono innamorata di te, anche se non volevo accadesse. Ma tu cosa provi davvero per me?»
Nico tornò a fissarmi. Era strano, sembrava assente e lontano, freddo come il ghiaccio e pericoloso come la punta di un coltello, e con quello sguardo mi colpì al cuore, dritto, affondando la lama sino all’impugnatura. «Sei importante per me».
Tutto qui? Pensai subito. Solo quello, io ero importante, come poteva esserlo un cane o un animale domestico.
Con le lacrime agli occhi guardai le fiamme spietate nei suoi occhi, fiamme che mi stavano divorando l’anima e tutti i sentimenti che avevo dentro.
«Anche se provassi qualcosa per te, non te lo direi mai. Io sono così e sarò sempre così» aggiunse lui, poco dopo, scostandosi dal mio contatto, non solo da quello visivo. «Se devi piangere vai a farlo da un’altra parte, per favore» commentò lui, la voce fredda, priva di inflessioni che mi fece così male da farmi sentire i polmoni collassare.
Tutto lì. Niente Addio, Serena, niente Chiamami quando starai meglio, niente Scusami, sono un cretino.
Mi asciugai le lacrime dal viso, gli girai intorno, raccogliendo i miei vestiti che infilai velocemente e uscii dalla porta come ero entrata: sola.”
― Il mio lieto fine
“Rimasero in silenzio mentre i loro occhi si cibavano gli uni degli altri, senza parole perché quelle tra loro erano inutili. L’alchimia che c’era stata sin dal loro primo incontro era qualcosa di indescrivibile che nessuno dei due aveva mai provato prima. Lui era lo Yang, il lato virile e potente dell’essenza che creavano insieme, e lei era lo Yin, la femminilità, la delicatezza che colmava le mancanze dell’altro. Solo insieme erano completi, lontani erano come un giocattolo rotto.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
― R.I.P. Requiescat In Pace
“Il Venator insinuò la gamba sotto l’inguine del demone e si abbassò all’altezza degli arti inferiori. L’essere perse l’equilibrio e precipitò a terra. Bor gli fu subito sopra, ma il mostro aveva grande forza nelle braccia e parò il colpo che il cacciatore aveva inferto.
Asia tremava. Guardava la scena con ansia e tensione. Non si accorse dell’altra creatura vomitata dalla terra maledetta che l’aveva raggiunta alle spalle. L’Incubo indossava abiti ormai sporchi e laceri, ma il corpo era ancora in uno stato di decomposizione non avanzato. I lineamenti erano definiti e i due occhi che puntavano la sua vittima sembravano ancora vivi.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
Asia tremava. Guardava la scena con ansia e tensione. Non si accorse dell’altra creatura vomitata dalla terra maledetta che l’aveva raggiunta alle spalle. L’Incubo indossava abiti ormai sporchi e laceri, ma il corpo era ancora in uno stato di decomposizione non avanzato. I lineamenti erano definiti e i due occhi che puntavano la sua vittima sembravano ancora vivi.”
― R.I.P. Requiescat In Pace
“Prima di ripartire doveva tentare di dormire almeno qualche ora, oppure sarebbe crollato durante il viaggio e non poteva permettersi un tale e grossolano errore, non con l’esperienza di guerriero che aveva.
Questa era la differenza tra chi non aveva un’educazione alla guerra e chi aveva vissuto sempre in battaglia. Non c’era cosa peggiore del moto incontrollabile della disperazione per portare un combattente a perdere. La mente avrebbe dovuto essere lucida e pronta, il corpo riposato e forte per vincere. Per chi non aveva la mentalità del guerriero poteva sembrare assurdo anche solo vagliare l’idea del riposo in una simile situazione, ma con la lucidità dell’autocontrollo tipica di un Venator, l’unico modo per vincere era proprio quello.”
― R.I.P. De Profundis
Questa era la differenza tra chi non aveva un’educazione alla guerra e chi aveva vissuto sempre in battaglia. Non c’era cosa peggiore del moto incontrollabile della disperazione per portare un combattente a perdere. La mente avrebbe dovuto essere lucida e pronta, il corpo riposato e forte per vincere. Per chi non aveva la mentalità del guerriero poteva sembrare assurdo anche solo vagliare l’idea del riposo in una simile situazione, ma con la lucidità dell’autocontrollo tipica di un Venator, l’unico modo per vincere era proprio quello.”
― R.I.P. De Profundis
“Il mondo attorno a loro non esisteva più, e mentre la neve scendeva, silenziosa testimone dell’amore che incatenava un assassino a una ragazzina, lui rammentò come quel sentimento che lo aveva legato alla sua compagna sin dal primo sguardo lo avesse spinto a divenire un uomo migliore, contro ogni razionale senso della logica, a sforzarsi per smettere di essere un mostro, a smettere di ascoltare quel demone che sentiva vivere dentro di lui.”
― Epistole sporche di sangue
― Epistole sporche di sangue
“Bor era appostato davanti all’entrata di casa, indossava il suo cappotto e un cappellino di lana. Le braccia erano incrociate sul petto e tutto di lui sembrava essere impaziente.
«L’appuntamento con la tua amica è alle dieci, muoviti dai!» esordì.
Asia non rispose e rimase a fissarlo per un tempo indefinito. Era sbigottita.
«E tu che ne sai?», chiese non appena si riprese dallo stupore.
«Tua madre stamattina presto è rientrata. Ti ha lasciato qualcosa da mangiare in cucina.» Cambiò discorso. Non guardava la ragazza mentre parlava, teneva lo sguardo fisso sulle braccia di Asia accartocciate in modo irrequieto.
«Non ho fame. È tua abitudine origliare le conversazioni altrui?» insistette lei con caparbietà.
Solo allora il Venator alzò gli occhi e catturò con il suo sguardo intenso la mente di lei. «Non origlio, sono entrato in camera tua mentre lo dicevi. Semplice. Se non devi mangiare allora copriti e andiamo.»
«Per quale assurda ragione dovresti venire con me?»
«Anche io voglio vedere come sta Nowak.»
Asia non osò ribattere. Afferrò con un moto di stizza il suo piumino e uscì seguendo il Venator. La nebbia copriva il fiume Vistola e rendeva tutto ovattato e silenzioso, nonostante non fosse più mattino presto.
Bor le porse il casco e si sedette sulla sua cavalcatura.
«L’ospedale dista dieci minuti a piedi, non vengo con te in moto. Voglio fare una passeggiata» rifiutò la proposta.
«Come vuoi» rispose secco lui intanto che scendeva e iniziava a camminarle davanti.
Asia rimase ferma per un istante e poi con una rapida corsa lo raggiunse posizionandosi al suo fianco.
«Guarda che la mia passeggiata doveva essere solitaria», affermò.
«Saprò essere invisibile e silenzioso.»
Cosa diavolo vuole questo cavernicolo da me? si domandò lei, mentre manteneva il passo svelto di Bor.
(brano tratto da R.I.P. Requiescat In Pace di Eilan Moon)”
― R.I.P. Requiescat In Pace
«L’appuntamento con la tua amica è alle dieci, muoviti dai!» esordì.
Asia non rispose e rimase a fissarlo per un tempo indefinito. Era sbigottita.
«E tu che ne sai?», chiese non appena si riprese dallo stupore.
«Tua madre stamattina presto è rientrata. Ti ha lasciato qualcosa da mangiare in cucina.» Cambiò discorso. Non guardava la ragazza mentre parlava, teneva lo sguardo fisso sulle braccia di Asia accartocciate in modo irrequieto.
«Non ho fame. È tua abitudine origliare le conversazioni altrui?» insistette lei con caparbietà.
Solo allora il Venator alzò gli occhi e catturò con il suo sguardo intenso la mente di lei. «Non origlio, sono entrato in camera tua mentre lo dicevi. Semplice. Se non devi mangiare allora copriti e andiamo.»
«Per quale assurda ragione dovresti venire con me?»
«Anche io voglio vedere come sta Nowak.»
Asia non osò ribattere. Afferrò con un moto di stizza il suo piumino e uscì seguendo il Venator. La nebbia copriva il fiume Vistola e rendeva tutto ovattato e silenzioso, nonostante non fosse più mattino presto.
Bor le porse il casco e si sedette sulla sua cavalcatura.
«L’ospedale dista dieci minuti a piedi, non vengo con te in moto. Voglio fare una passeggiata» rifiutò la proposta.
«Come vuoi» rispose secco lui intanto che scendeva e iniziava a camminarle davanti.
Asia rimase ferma per un istante e poi con una rapida corsa lo raggiunse posizionandosi al suo fianco.
«Guarda che la mia passeggiata doveva essere solitaria», affermò.
«Saprò essere invisibile e silenzioso.»
Cosa diavolo vuole questo cavernicolo da me? si domandò lei, mentre manteneva il passo svelto di Bor.
(brano tratto da R.I.P. Requiescat In Pace di Eilan Moon)”
― R.I.P. Requiescat In Pace
“«Mettiti il casco. È tardi!» le ordinò senza guardarla in viso mentre le porgeva il copricapo.
Asia non disse una parola. Il sole era già scomparso ed era consapevole che con l’oscurità il Male avrebbe potuto fare capolino da un momento all’altro. Il cimitero del Wawel distava pochi minuti dal suo appartamento, ma lei conosceva bene il Venator e sapeva perché si spostava comunque in moto. Le sacche laterali della sua cavalcatura erano piene zeppe di armi, una vera e propria santa barbara sempre pronta all’uso.
Mentre si issava con accuratezza dietro di lui cercò di trattenere il respiro. L’idea di sfiorare di nuovo, dopo quasi due anni, il suo corpo la faceva sentire come una bambina il primo giorno di scuola: tensione a mille, ansia, batticuore e la sensazione che di lì a poco sarebbe morta di infarto. Ma quel momento magico fu bruscamente distrutto, e le acide parole inzuppate nel veleno che uscirono dalle labbra di Bor la scaraventarono con una forza dolorosa nella realtà di quel pomeriggio.
«Aggrappati alle manigliette laterali, non a me. E reggiti forte, non mi va di dovermi fermare a raccogliere i tuoi pezzetti.»
Asia si sentì morire ma mai, per nessuna ragione al mondo, gli avrebbe dato soddisfazione.
«Certo, non temere, non ti accorgerai nemmeno di me», disse a denti stretti mentre la bocca le si seccava per la delusione di essere stata respinta così in malo modo.”
―
Asia non disse una parola. Il sole era già scomparso ed era consapevole che con l’oscurità il Male avrebbe potuto fare capolino da un momento all’altro. Il cimitero del Wawel distava pochi minuti dal suo appartamento, ma lei conosceva bene il Venator e sapeva perché si spostava comunque in moto. Le sacche laterali della sua cavalcatura erano piene zeppe di armi, una vera e propria santa barbara sempre pronta all’uso.
Mentre si issava con accuratezza dietro di lui cercò di trattenere il respiro. L’idea di sfiorare di nuovo, dopo quasi due anni, il suo corpo la faceva sentire come una bambina il primo giorno di scuola: tensione a mille, ansia, batticuore e la sensazione che di lì a poco sarebbe morta di infarto. Ma quel momento magico fu bruscamente distrutto, e le acide parole inzuppate nel veleno che uscirono dalle labbra di Bor la scaraventarono con una forza dolorosa nella realtà di quel pomeriggio.
«Aggrappati alle manigliette laterali, non a me. E reggiti forte, non mi va di dovermi fermare a raccogliere i tuoi pezzetti.»
Asia si sentì morire ma mai, per nessuna ragione al mondo, gli avrebbe dato soddisfazione.
«Certo, non temere, non ti accorgerai nemmeno di me», disse a denti stretti mentre la bocca le si seccava per la delusione di essere stata respinta così in malo modo.”
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“«Merda…» Furono queste le sole parole che riuscirono a raggiungere le labbra di Dima e gli fuoriuscirono dalla bocca.
La pelle di Irina era più bianca del solito, quasi trasparente, e i capelli erano luminosi e setosi come una nuvola di zucchero filato. Nonostante lei fosse avvolta di stracci e di sporcizia, per Dima quella che aveva di fronte non era una donna, ma una dea scesa tra i mortali per illuminare la sera e sostituire la luna nel firmamento notturno.
Irina si fermò e rimase immobile senza pronunciare alcuna parola. In attesa. Era cosciente di mostrare molto più di quello che qualcuno avrebbe dovuto vedere, ma della complessità di quel momento la preoccupava solo che l’uomo che amava la guardasse con occhi differenti. Lo sguardo di disprezzo per chi è diverso.
(brano inedito tratto da Teufel, il Diavolo in uscita a fine Marzo)”
― Teufel, il Diavolo
La pelle di Irina era più bianca del solito, quasi trasparente, e i capelli erano luminosi e setosi come una nuvola di zucchero filato. Nonostante lei fosse avvolta di stracci e di sporcizia, per Dima quella che aveva di fronte non era una donna, ma una dea scesa tra i mortali per illuminare la sera e sostituire la luna nel firmamento notturno.
Irina si fermò e rimase immobile senza pronunciare alcuna parola. In attesa. Era cosciente di mostrare molto più di quello che qualcuno avrebbe dovuto vedere, ma della complessità di quel momento la preoccupava solo che l’uomo che amava la guardasse con occhi differenti. Lo sguardo di disprezzo per chi è diverso.
(brano inedito tratto da Teufel, il Diavolo in uscita a fine Marzo)”
― Teufel, il Diavolo
“Dima spostò le gambe della ragazza, se le posò in grembo e iniziò a massaggiarle i piedi. Dopo un attimo di silenzio le rispose con falsa timidezza: «Facciamo pace. Ho un regalo per te, ma a una condizione».
Sul volto di Irina comparve un sorriso malizioso: «Sentiamo».
«Non chiamarmi mai più Dmitrij!» Rispose lui quasi urlando, incollando il suo sguardo a quello furbo di lei.
Irina scoppiò a ridere di gusto. Sembrò una lucciola nella notte.
Lui ricambiò quell’allegria con un sorriso che mostrò la sua dentatura bianca e perfetta.
«Va bene, mio caro Dmitrij, farò la brava.» Lo schernì lei con una smorfia divertita e provocatoria.
Dima la sollevò per i piedi e la ribaltò sul divano, bloccandola con il peso del suo corpo, e i due giovani si ritrovarono con le labbra quasi unite. Poteva sentire il respiro di Irina sotto il suo naso, quella vicinanza lo stordì. Avrebbe voluto baciarla con una tale passione da impedirle di respirare. Lei ridacchiò come una bambina.”
― Teufel, il Diavolo
Sul volto di Irina comparve un sorriso malizioso: «Sentiamo».
«Non chiamarmi mai più Dmitrij!» Rispose lui quasi urlando, incollando il suo sguardo a quello furbo di lei.
Irina scoppiò a ridere di gusto. Sembrò una lucciola nella notte.
Lui ricambiò quell’allegria con un sorriso che mostrò la sua dentatura bianca e perfetta.
«Va bene, mio caro Dmitrij, farò la brava.» Lo schernì lei con una smorfia divertita e provocatoria.
Dima la sollevò per i piedi e la ribaltò sul divano, bloccandola con il peso del suo corpo, e i due giovani si ritrovarono con le labbra quasi unite. Poteva sentire il respiro di Irina sotto il suo naso, quella vicinanza lo stordì. Avrebbe voluto baciarla con una tale passione da impedirle di respirare. Lei ridacchiò come una bambina.”
― Teufel, il Diavolo
“William la osservò ammaliato dalla sua bellezza e non rispose.
«Mi hai sentita?» ritentò lei, alzandosi dal letto.
«Certo che ti ho sentita, ma non devi preoccuparti di queste cose. Mi occupo io degli affari, tu devi solo essere felice.»
Eliza sbuffò, guardò fuori dalla finestra la nebbia che si posava con dolcezza sulla strada. Ripensò agli avvenimenti di quegli ultimi mesi e si rese conto di aver perduto molto più di quanto avesse guadagnato. La libertà non aveva un prezzo, lei invece l’aveva svenduta.
Epistole sporche di sangue”
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«Mi hai sentita?» ritentò lei, alzandosi dal letto.
«Certo che ti ho sentita, ma non devi preoccuparti di queste cose. Mi occupo io degli affari, tu devi solo essere felice.»
Eliza sbuffò, guardò fuori dalla finestra la nebbia che si posava con dolcezza sulla strada. Ripensò agli avvenimenti di quegli ultimi mesi e si rese conto di aver perduto molto più di quanto avesse guadagnato. La libertà non aveva un prezzo, lei invece l’aveva svenduta.
Epistole sporche di sangue”
―
“«Scusa Sasha, ma non avevo previsto di tornare così tardi.» Dima cercò di farsi perdonare per non essere rientrato a effettuare i lavori alla fattoria.
«Ragazzo, lo sai che sto lavorando nei boschi in questi giorni. Il lavoro di taglialegna mi porta via molto tempo, gli alberi devono essere preparati per l’inverno. Puoi trascorrere la notte da Irina tutte le volte che vuoi, ma la mattina devi essere qui, puntuale per la mungitura» lo rimproverò Sasha con severità, alzandosi dalla seggiola che lo ospitava mentre strizzava con vigore le mammelle dell’ultima vacca.
Dima fece cenno affermativo con il capo, anche se Sasha era visibilmente infastidito dal suo comportamento lui non riusciva a non essere felice, i suoi occhi verdi brillavano come due gemme e il fratello lo notò subito.
«Hai fatto pace con la nostra Irina, eh?» chiese sorridendo, mostrando uno sguardo malizioso e sfacciato che lasciava poco da intendere.
Dima si limitò a fissarlo senza ribattere.
«Tutto tranquillo alla collina?» lo sollecitò Sasha, inarcando un sopracciglio.
«Sì, certo» rispose lui troppo velocemente.
«Mi sono perso qualcosa?» insisté di nuovo Sasha.
Dmitrij brontolò perché non si era aspettato che il fratello capisse subito che era successo qualcosa durante la notte. «Non ho fatto niente!» protestò di rimando, roso dal senso di colpa per essere così chiaramente leggibile agli occhi degli altri.
«Può anche darsi…» Il fratello maggiore scrutò Dima negli occhi. «In tal caso, peggio per te» concluse con ironia, ostentando un sorriso arrogante.
«Ma che stai dicendo?»
«Ti conosco da quando ciucciavi le tette di mamma, pensi di potermi nascondere qualcosa?» affermò Sasha abbandonando completamente il lavoro. Si alzò e una volta vicino al fratello lo afferrò per le spalle e lo strattonò con vigore. «Sarebbe anche ora!» brontolò mentre sfiorava la fronte del fratello minore con la sua.
Dima si liberò da quella morsa e lo sfidò: «Anche se fosse non è affar tuo, mi pare».
«Ah, tu dici? Irina è come una di famiglia e se finalmente vi siete decisi a smettere di essere scemi e a fidarvi l’uno dell’altra, io non posso che esserne felice. Ho sempre fatto il tifo per voi due!»
Dima scoppiò a ridere. Quell’energumeno sempre gelido con tutti aveva tutto sommato un cuore caldo. Sasha era un uomo rude e di poche parole, con pochi amici, ma buoni. Era stato per lui un secondo padre più che un fratello e non si aspettava una dichiarazione così diretta.
«Questa notte è stata la più bella di tutta la mia vita. E ce ne saranno ancora!» confessò Dima, stampandosi un sorriso luminoso sull’ovale del viso.
«Certo, sei mio fratello, non puoi aver fatto cilecca!» commentò Sasha, ridendo in modo sguaiato e mostrando così non solo i denti, ma anche le tonsille.
«Ben detto, sono andato dritto all'obbiettivo!»
Risero entrambi.”
― Teufel, il Diavolo
«Ragazzo, lo sai che sto lavorando nei boschi in questi giorni. Il lavoro di taglialegna mi porta via molto tempo, gli alberi devono essere preparati per l’inverno. Puoi trascorrere la notte da Irina tutte le volte che vuoi, ma la mattina devi essere qui, puntuale per la mungitura» lo rimproverò Sasha con severità, alzandosi dalla seggiola che lo ospitava mentre strizzava con vigore le mammelle dell’ultima vacca.
Dima fece cenno affermativo con il capo, anche se Sasha era visibilmente infastidito dal suo comportamento lui non riusciva a non essere felice, i suoi occhi verdi brillavano come due gemme e il fratello lo notò subito.
«Hai fatto pace con la nostra Irina, eh?» chiese sorridendo, mostrando uno sguardo malizioso e sfacciato che lasciava poco da intendere.
Dima si limitò a fissarlo senza ribattere.
«Tutto tranquillo alla collina?» lo sollecitò Sasha, inarcando un sopracciglio.
«Sì, certo» rispose lui troppo velocemente.
«Mi sono perso qualcosa?» insisté di nuovo Sasha.
Dmitrij brontolò perché non si era aspettato che il fratello capisse subito che era successo qualcosa durante la notte. «Non ho fatto niente!» protestò di rimando, roso dal senso di colpa per essere così chiaramente leggibile agli occhi degli altri.
«Può anche darsi…» Il fratello maggiore scrutò Dima negli occhi. «In tal caso, peggio per te» concluse con ironia, ostentando un sorriso arrogante.
«Ma che stai dicendo?»
«Ti conosco da quando ciucciavi le tette di mamma, pensi di potermi nascondere qualcosa?» affermò Sasha abbandonando completamente il lavoro. Si alzò e una volta vicino al fratello lo afferrò per le spalle e lo strattonò con vigore. «Sarebbe anche ora!» brontolò mentre sfiorava la fronte del fratello minore con la sua.
Dima si liberò da quella morsa e lo sfidò: «Anche se fosse non è affar tuo, mi pare».
«Ah, tu dici? Irina è come una di famiglia e se finalmente vi siete decisi a smettere di essere scemi e a fidarvi l’uno dell’altra, io non posso che esserne felice. Ho sempre fatto il tifo per voi due!»
Dima scoppiò a ridere. Quell’energumeno sempre gelido con tutti aveva tutto sommato un cuore caldo. Sasha era un uomo rude e di poche parole, con pochi amici, ma buoni. Era stato per lui un secondo padre più che un fratello e non si aspettava una dichiarazione così diretta.
«Questa notte è stata la più bella di tutta la mia vita. E ce ne saranno ancora!» confessò Dima, stampandosi un sorriso luminoso sull’ovale del viso.
«Certo, sei mio fratello, non puoi aver fatto cilecca!» commentò Sasha, ridendo in modo sguaiato e mostrando così non solo i denti, ma anche le tonsille.
«Ben detto, sono andato dritto all'obbiettivo!»
Risero entrambi.”
― Teufel, il Diavolo
“Quella sera attendeva con pazienza la convocazione. Avrebbe voluto potersi addormentare, chiudere gli occhi e sognare, ma non era possibile perché l’ansia non arretrava e restava conficcata in gola come una spina. Rimase a guardare in alto, verso il cielo, a osservare una pioggia di stelle cadenti che graffiavano la notte con il loro gelido fuoco argenteo. Ecco cosa amava del palazzo dove aveva dimora l’intero Casato Asar e quello degli Astrum: l’oscurità. La mancanza totale di luce artificiale che le permetteva di innamorarsi tutte le volte del cielo notturno. In alto, sulla sua testa, luccicavano le stelle, vivide e immutabili scintille della buia pelle dell’universo.
Sorrise.
Solo a lei era stato concesso godere di quelle piccole cose che rendevano la vita meravigliosa, gli altri non provavano nulla, erano cadaveri senza anima, creature vuote, eppure avrebbe desiderato tanto essere uguale al resto della sua famiglia, a tutti gli altri Eletti, ma la Dea le aveva fatto un crudele scherzo e l’aveva creata diversa e proprio questa diversità era la causa di tutti i suoi guai.”
― Daìmon
Sorrise.
Solo a lei era stato concesso godere di quelle piccole cose che rendevano la vita meravigliosa, gli altri non provavano nulla, erano cadaveri senza anima, creature vuote, eppure avrebbe desiderato tanto essere uguale al resto della sua famiglia, a tutti gli altri Eletti, ma la Dea le aveva fatto un crudele scherzo e l’aveva creata diversa e proprio questa diversità era la causa di tutti i suoi guai.”
― Daìmon
“Lo amavo. Io ero innamorata di Nico, un suicidio per il mio cuore e una fatale verità dalla quale non potevo più nascondermi. Scacciarlo dai miei pensieri era diventata un’impresa ardua e anche inutile, perché lui era sempre lì. Nella mente il suo sorriso furbo, lo sguardo da cacciatore che mi fissava, le calde mani che mi toccavano in punti che non credevo potessero donarmi un tale piacere, avevo dentro di me tutto questo e non sarei riuscita a scappare a quel sentimento nemmeno se mi fossi strappata il cuore dal petto e lo avessi gettato nelle fiamme dell’inferno. Era impossibile perché l’inferno stesso, con le sue braci divoratrici, albergava proprio in quel cuore che volevo scacciare lontano da me.”
― Il mio lieto fine
― Il mio lieto fine
“«Mi dispiace di aver rovinato questo momento, ma non posso starmene zitto mentre fai il più grande sbaglio della tua vita.»
Il sudore iniziò a scorrermi lungo la schiena. Nicola Guidoni voleva rovinare la mia vita, voleva dire a tutti che era stato il mio amante e io avrei perso anche quel poco di felicità che avrei potuto avere al fianco di Christian.
«Non ho mai conosciuto una donna come te. Tu mi provochi, mi sfidi, mi tieni testa. Sei forte e delicata al tempo stesso. Mi fai desiderare di essere un uomo migliore. Non ho intenzione di rinunciare a te senza lottare perché tu hai paura di te stessa e della splendida donna selvaggia che sei. Smetti di fingere di essere un’altra e vieni via con me.»
Il respiro si bloccò ed ebbi voglia di piangere. Perché non mi aveva detto quelle cose quando ancora poteva?”
― Il mio lieto fine
Il sudore iniziò a scorrermi lungo la schiena. Nicola Guidoni voleva rovinare la mia vita, voleva dire a tutti che era stato il mio amante e io avrei perso anche quel poco di felicità che avrei potuto avere al fianco di Christian.
«Non ho mai conosciuto una donna come te. Tu mi provochi, mi sfidi, mi tieni testa. Sei forte e delicata al tempo stesso. Mi fai desiderare di essere un uomo migliore. Non ho intenzione di rinunciare a te senza lottare perché tu hai paura di te stessa e della splendida donna selvaggia che sei. Smetti di fingere di essere un’altra e vieni via con me.»
Il respiro si bloccò ed ebbi voglia di piangere. Perché non mi aveva detto quelle cose quando ancora poteva?”
― Il mio lieto fine
“Bor scoppiò a ridere. Asia adorava il suo sorriso perché lui era un uomo virile come nessun altro, ma quelle poche volte che rideva, il viso si trasformava e a lei sembrava di poter leggere quell’anima complessa come fosse divenuta d’improvviso trasparente, e quello che vi scorgeva era un individuo dalla sensibilità distruggente e dal coraggio più folle. Ecco perché lo amava in modo tanto doloroso e immenso, perché lui era la completezza. Lui era forte e fragile, sapeva amare e odiare, era la luce e le tenebre, ma solo a lei era permesso guardare nell’antro della bestia e trovarvi il principe.”
― R.I.P. De Profundis
― R.I.P. De Profundis
“«Ero troppo affascinato dai tuoi movimenti che mi sono perso, non c’ho pensato.»
Prese la sua tazza e la posò sul tavolino di fronte a noi, poi tolse anche la mia dalle mani e mi abbracciò. Chiusi gli occhi e lasciai che mi baciasse. Aspettavo il suo bacio da quando ci eravamo salutati. Nascosta sotto il suo atteggiamento controllato e dolce, c’era una grande passione che emergeva quando le nostre labbra si univano. Lui voleva possedermi, e lo dimostrava in ogni carezza, con ogni bacio, ogni volta che i nostri corpi si univano nell’amplesso, lui mi divorava l’anima. Era come se fossi di sua proprietà.”
― Il mio lieto fine
Prese la sua tazza e la posò sul tavolino di fronte a noi, poi tolse anche la mia dalle mani e mi abbracciò. Chiusi gli occhi e lasciai che mi baciasse. Aspettavo il suo bacio da quando ci eravamo salutati. Nascosta sotto il suo atteggiamento controllato e dolce, c’era una grande passione che emergeva quando le nostre labbra si univano. Lui voleva possedermi, e lo dimostrava in ogni carezza, con ogni bacio, ogni volta che i nostri corpi si univano nell’amplesso, lui mi divorava l’anima. Era come se fossi di sua proprietà.”
― Il mio lieto fine
“I mesi erano trascorsi veloci e la scia di sangue che l’assassino si era lasciato alle spalle sembrava finita.
La faccia nello specchio rotto, quella faccia da perdente, lo fissava e lo accusava.
Gli occhi, quelli di uno sconosciuto, erano vitrei e fissi. I denti erano snudati.
«Al diavolo», disse Abberline. Era il momento di bere qualcosa. Era sempre il momento di bere qualcosa da quando le indagini avevano raggiunto un punto morto e non sapeva chi o cosa fosse l’essere abominevole che squartava le vittime come fossero animali da macello, di cui nutrirsi una volta frollata al punto giusto la carne.
La posta che era stata consegnata il mattino presto e aspettava ancora in silenzio sulla sua scrivania, lo accusava di negligenza. Come tutto in quell’ufficio che da troppo tempo era divenuto un appartamento in cui vivere ventiquattro ore su ventiquattro.
Ma il cervello di Abberline si rifiutava di diventare operativo, si rifiutava di eseguire i semplici ordini del proprio padrone. L’unica attività in cui le sinapsi erano coinvolte: rimanere catatonico.
La giornata era trascorsa veloce come tutti i giorni di quegli ultimi dannati mesi e la notte aveva scacciato con violenza la luce del giorno senza che lui potesse far nulla per impedirlo. La detestava perché poteva trasformarsi in un altro scenario di morte per il mostro di Londra.
Non aveva più una vita propria. La sua esistenza era di Jack.
Abberline rabbrividì e si assestò sulla poltroncina, incrociò le braccia sul petto e attese che i pensieri riprendessero forma. Si sporse verso il bicchiere semi vuoto di Whiskey e lo bevve in un unico sorso come se fosse stato pieno di acqua invece che di liquido bruciante e caldo.
(Epistole sporche di sangue-prossima pubblicazione con Bookabook)”
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La faccia nello specchio rotto, quella faccia da perdente, lo fissava e lo accusava.
Gli occhi, quelli di uno sconosciuto, erano vitrei e fissi. I denti erano snudati.
«Al diavolo», disse Abberline. Era il momento di bere qualcosa. Era sempre il momento di bere qualcosa da quando le indagini avevano raggiunto un punto morto e non sapeva chi o cosa fosse l’essere abominevole che squartava le vittime come fossero animali da macello, di cui nutrirsi una volta frollata al punto giusto la carne.
La posta che era stata consegnata il mattino presto e aspettava ancora in silenzio sulla sua scrivania, lo accusava di negligenza. Come tutto in quell’ufficio che da troppo tempo era divenuto un appartamento in cui vivere ventiquattro ore su ventiquattro.
Ma il cervello di Abberline si rifiutava di diventare operativo, si rifiutava di eseguire i semplici ordini del proprio padrone. L’unica attività in cui le sinapsi erano coinvolte: rimanere catatonico.
La giornata era trascorsa veloce come tutti i giorni di quegli ultimi dannati mesi e la notte aveva scacciato con violenza la luce del giorno senza che lui potesse far nulla per impedirlo. La detestava perché poteva trasformarsi in un altro scenario di morte per il mostro di Londra.
Non aveva più una vita propria. La sua esistenza era di Jack.
Abberline rabbrividì e si assestò sulla poltroncina, incrociò le braccia sul petto e attese che i pensieri riprendessero forma. Si sporse verso il bicchiere semi vuoto di Whiskey e lo bevve in un unico sorso come se fosse stato pieno di acqua invece che di liquido bruciante e caldo.
(Epistole sporche di sangue-prossima pubblicazione con Bookabook)”
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