Java road, di Lawrence Osborne

Adrian Gyle, mentre passeggia per le strade caotiche di Hong Kong – da qualche mese rese meno sicure dalla protesta studentesca che monta per il ritorno di Hong Kong alla Cina dopo anni di colonialismo britannico – riflette su quel brano studiato a scuola in cui il protagonista si definiva più cronista che giornalista, pensando che in effetti è proprio quello il ruolo che sembra cucito per lui, cioè uno che racconta e riporta ciò che vede. A Hong Kong da più di vent’anni, sbarcato studente universitario da Londra, Gyle infatti conosce oramai moltissimi giornalisti ma anche un buon numero di cronisti che come lui battono le zone più calde della battaglia urbana che impazza sempre più, armati di sola fotocamera del cellulare e taccuino. Ma se dovesse spiegare però esattamente cosa stiano registrando e a beneficio di chi, su questo avrebbe meno certezze. Forse per lui quello è solo un modo per calarsi ancor di più in se stesso. Ciò che viceversa da quei cronisti lo differenzia è che molti di loro sono diventati famosi, mentre lui continua a fare il lavoro sporco, disinteressandosi della fama tanto da essere in realtà considerato un signor nessuno. Solo con l’inizio dell’estate e i primi tumulti studenteschi si è sentito rinascere, come un risvegliarsi da un lungo torpore, e tutto ciò si è palesato quando ha visto un giorno un suo vicino, di cui ignorava persino il nome, vagare in canottiera a mezzanotte in Java Road brandendo un coltello da macellaio. Lì Adrian ha avuto la percezione di quello che sta succedendo in quella città che un po’ come lui è diventata ormai un po’ soporifera, cinica e straripante di degustazioni di vino e tartufo bianco. E anche il rapporto con il suo amico di università Jimmy Tang, divenuto a differenza sua nel frattempo un miliardario inserito ormai nell’alta società, è pronto a mutare inaspettatamente, dopo che ad un ricevimento Jimmy gli ha presentato Rebecca, la sua nuova amante. Una studentessa di buona famiglia ma attivista e in prima linea nei disordini che stanno mettendo a ferro e fuoco la città…
Lawrence Osborne ha il dono di essere tremendamente evocativo quando scrive, soprattutto rispetto ai luoghi dove ambienta le sue storie, che diventano veri e propri protagonisti al pari dei personaggi. Così è anche in questo caso, con una Hong Kong scossa dalle lotte studentesche che imperversano per le vie della capitale, dove davvero sembra di essere durante la lettura, sentendo odori e annusando umori di ogni angolo o anfratto descritto. Qui si innesca la storia del giornalista – o meglio cronista, come lui stesso preferisce considerarsi – Adrian Gyle, un expatried inglese da un ventennio residente a Hong Kong ma in realtà ancora abbastanza un corpo estraneo pur sentendosi tutto sommato abbastanza integrato in usi e costumi locali, estraneità acuita ora ancor di più dalla protesta che monta e spinge in maniera sempre più violenta nella direzione dell’intolleranza verso tutti coloro che sono considerati i nemici, compresi dunque anche gli stranieri, ma soprattutto i ricchi capitalisti milionari tra i quali proprio Jimmy Tang, compagno d’università del disilluso Gyle, rampollo della famiglia Tang, una delle più influenti della capitale, sposato e ovviamente irregimentato nei principi e nei doveri che la sua casta familiare comporta, che però proprio di un’attivista finirà per innamorarsi sconvolgendo gli equilibri della sua famiglia e trascinando l’amico Adrian in un tourbillon di situazioni che ribalteranno completamente il loro rapporto mettendo in discussione più di un principio di lealtà e fiducia reciproca.


