Resistenza Quotes

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Cesare Pavese
“- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai.
- Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano. - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista”
Cesare Pavese, La casa in collina

Emanuele Trevi
“[...] non ammetterò
mai che un dolore o una malattia servano a qualcosa, è solo una
consolazione moralistica, e comunque rinuncerei volentieri a questi famosi
frutti della sofferenza. Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere,
scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.”
Emanuele Trevi, Due vite

Beppe Fenoglio
“Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l'onda della paura della battaglia ripensata.”
Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny

Jerome K. Jerome
“Remammo tutto quel giorno sotto la pioggia, e fu una fatica melanconica. Facemmo le viste, in principio, di divertirci un mondo. Dicemmo ch’era un diversivo, e che ci piaceva vedere il fiume sotto tutti i suoi diversi aspetti. Non potevamo aspettarci d’aver sempre sole, né l’avremmo voluto. E poi la natura era bella anche quando piangeva.”
Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca a fumetti

Elio Vittorini
“Vero, disse il Gracco. Egli lo sapeva, e i morti glielo dicevano. Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un'altra donna: questo era il modo migliore di colpir l'uomo. Colpirlo dove l'uomo era più debole, dove aveva l'infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov'era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all'uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura.
Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura.
Aveva paura il Gracco? O Figlio-di-Dio? Scipione? Barca Tartaro? Non potevano averne. O poteva averne Enne 2? Non poteva averne. Allo stesso modo ogni uomo ch'era nella folla non aveva paura.
Ognuno, appena veduti i morti, era come loro, e comprendeva ogni cosa come loro, non aveva paura come non ne avevano loro.”
Elio Vittorini, Uomini e no

Ugo Pirro
“Biciclette, invece, non se ne vedevano affatto. Il misero veicolo, sgusciante e leggero, silenzioso e facilmente occultabile, aveva impensierito i tedeschi, messa in crisi la loro efficienza investigativa e repressiva, al punto che il generale Maltzer ne aveva proibito, con una dura ordinanza, la circolazione nell'intento di ridurre la mobilità dei partigiani.
Feroci e ingenui i nazisti attribuivano alla bicicletta i loro insuccessi nella caccia agli attentatori e, dunque, credettero che eliminando le biciclette, avrebbero eliminato gli attentati, i movimenti dei porta-ordini, la distribuzione dei giornali clandestini.
Forse, se non fosse stata emessa quell'ordinanza, Zavattini e De Sica non avrebbero mai ideato un film come "Ladri di biciclette". Mai come in quei mesi l'assenza di biciclette nelle strade fece emergere la loro utilità, così che anche quando, a liberazione avvenuta, quella proibizione fu seppellita, la bicicletta diventò non solo un bene prezioso, uno strumento di lavoro, un mezzo di comunicazione indispensabile in una città priva di mezzi di trasporto pubblico, ma anche il simbolo di un'epoca.
Nella loro ottusa ferocia i tedeschi erano incapaci di adeguarsi all'astuzia dei romani, di capire quella filosofia spicciola e sorniona che permetteva di beffarli rispettando formalmente le imposizioni. Se, insomma, andare in bicicletta era proibito, non lo era andare in triciclo, conclusero i romani, e allora bastava aggiungere una ruota alla bicicletta, trasformarla in triciclo per restare nella legalità e riacquistare la possibilità di movimento.
Si vedevano così biciclette arrugginite, estratte dai nascondigli, trasformate in tricicli fortunosamente e, dunque, libere di circolare sotto gli occhi dei tedeschi senza temere il sequestro del mezzo e l'arresto del ciclista.”
Ugo Pirro

Ugo Pirro
“[...]De Sica fece appello a tutto il suo mestiere di attore brillante e patetico per mostrarsi disinvolto. Ancora qualche convenevole e sarebbe scattato in piedi chiedendo al generale di dirgli che cosa volesse da lui.
Finalmente Maltzer gli porse una lettera senza aggiungere nulla. De Sica riuscì soltanto a leggere la firma di Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich. Sorridendo come se quella lettera fosse un indovinello difficile chiese al generale di illustrargliene il contenuto, dal momento che egli, purtroppo, e lo disse assai bene quel "purtroppo", non conosceva la meravigliosa lingua di Goethe. Disse la battuta così bene che si sentì su un palcoscenico, di fronte al pubblico. Bastò ad animarlo e a sentirsi addirittura fuori pericolo.
Maltzer con il suo italiano inamidato gli spiegò che Goebbels in persona gli chiedeva di trasferirsi a Venezia per partecipare alla rinascita del cinema italiano e fascista.
"Ma che cosa gliene frega, poi, ai tedeschi del cinema italiano?" avrebbe voluto rispondere, ma era una battuta che avrebbe rovinato il crescente drammatico della scena.
"Conoscendo i suoi sentimenti patriottici e il suo prestigio di artista, il ministro è sicuro di poter contare ciecamente su di lei... Quando intende partire, herr De Sica?" concluse Maltzer.
De Sica assunse un'espressione addolorata, allargò le braccia in un gesto di disappunto, come a dire che il destino era crudele con lui e con il cinema fascista.
"Non posso... e sono mortificato di non poter accettare questa straordinaria offerta che mi viene da un uomo di riconosciuta cultura" e si interruppe per un attimo, come a chiedere perdono agli amici per quel riconoscimento servile "ma purtroppo ho firmato proprio la settimana scorsa un contratto con il Vaticano per dirigere un film di argomento religioso... Comincio a girare a giorni...".
"Il Vaticano?!... Il Vaticano produce film?!" Maltzer era rosso di indignazione, ma l'espressione esprimeva anche la sua impotenza.
"Proprio così... Sa... è uno stato estero... e ha la sua cinematografia nazionale..."
Ora De Sica gli dava dentro, come se avvertisse che il pubblico invisibile fosse già pronto all'applauso.
"Ma voi non siete un prete!" ribatté Maltzer "Anzi... un adultero... un peccatore!"
"E chi non pecca?... Del resto né voi, né noi siamo in guerra con la Santa Sede...."
"E la pellicola?... Chi vi darà la pellicola?... Tutta la pellicola esistente a Roma è stata sequestrata... Ha una fabbrica di pellicola il Vaticano?"
"No... ma ha la pellicola!"
"Chi gliel'ha data?" il tono di voce del generale saliva parola per parola eppure faceva sempre meno paura.
"Non saprei... dovete chiederlo al cardinal segretario di Stato... o addirittura al Santo Padre..."
"Non vi chiedete chi dovrà rilasciare i permessi per le riprese? Io!"
"Gireremo nei territori vaticani" rispose De Sica con un sorriso che voleva essere di scusa, ma che gli riuscì male: troppo evidente era l'ironia trionfante che lasciò trapelare.
Maltzer tacque. Fra tutte le possibili scuse, pretesti che si aspettava di sentire, non aveva pensato di trovarsi di fronte a uno scritturato dalla cinematografia vaticana. Tambureggiava le dita sul tavolo.
"Se ne vada, commediante!" disse fra i denti il generale. "Penserò io a spedirla in Germania appena sarà finito questo film del papa!"
De Sica raccolse il cappello, si alzò, ebbe la forza di dire: "Non sono un commediante... sono un artista... un uomo...".
Indietreggiò verso la porta. Era felice, ma non poteva mostrarlo, scese le scale una a una, lentamente, gustando il suo trionfo a ogni gradino. Appena all'aperto, avviandosi verso il Bristol, canticchiò la canzone che aveva contribuito alla sua celebrità, quell'indimenticabile Parlami d'amore Mariù.”
Ugo Pirro, Celluloide

Mehmet Murat ildan
“Sólo los honorables resisten las injusticias. El resto- los que no tienen honor- incluso le temen a su propia sombra.”
Mehmet Murat ildan

Carlos Liscano
“Ma scrivere, pure se in democrazia, non è anch’esso un atto di resistenza? La letteratura stessa non dovrebbe essere sempre una forma di resistenza?”
Carlos Liscano, Lo scrittore e l'altro

Thich Nhat Hanh
“Resistenza, alla radice, deve significare qualcosa di più di semplice resistenza alla guerra. Si tratta di resistenza a qualsiasi cosa somigli alla guerra [...]. Allora, forse, resistenza significa opposizione: non lasciarsi invadere, occupare, assassinare e distruggere dal sistema. Lo scopo della resistenza, in questo caso, è cercare di guarire sé stessi in modo da imparare a vedere con chiarezza [...]. Io credo che le comunità di resistenza dovrebbero essere luoghi dove ritornare più facilmente a sé stessi, luoghi che permettano a ognuno di guarire e recuperare la propria dignità.”
Thích Nhất Hạnh