Mirai

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Illuminazione
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Claire-Louise Bennett
“Comunque sia lei deve avermi preparato una tazza di tè, prima di uscire per piazzare un avviso nei pressi dello stagno, che, tra parentesi, tutto è fuorché profondo. Dipendesse da me, non metterei un cartello vicino a uno stagno con su scritto STAGNO, ci scriverei qualcos'altro, tipo SBOBBA PER MAIALI, o lascerei perdere proprio. So qual è lo scopo, so che si vuole evitare che i bambini si avvicinino allo stagno correndo troppo e ci cadano dentro, eppure non sono granché d'accordo. Non è che io voglia vedere bambini ruzzolare nello stagno, malgrado davvero non capisca che male potrebbe fargli; è che non posso fare a meno di soppesare il problema dalla prospettiva di un bambino. E in tutta franchezza mi sentirei disgustata al punto di ordire una vendetta immediata se in un pomeriggio di settembre inoltrato venissi condotta in un luogo di presunta magia e mi fiondassi sullo stagno, quasi certamente sola, per scoprire la parola stagno scribacchiata in modo illeggibile su un misero e umidiccio pezzo di compensato lì accanto. Oh, mi infurierei. Quel genere di idiota invadenza si ripete con tale fastidiosa regolarità nel corso dell'infanzia ed è sempre fonte di estrema irritazione. Vedi si comincia con l'indagare, con lo sviluppare la capacità di notare davvero le cose e, a forza di tempo e con la pratica necessaria, si entra in sintonia con il logos radicato nella terra e si arriva a conoscere l'arricchente gioia di muoversi in accordo diretto e profondo con le cose. Eppure questo processo vitale viene bruscamente intralciato dall'immancabile e stupido dispiego di nomi letterali e avvisi insensati, tanto che l'intero terreno ne risulta oscurato e inaccessibile finché tutto non diventa temibile. Manco la terra fosse un'immensa ed elaborata trappola mortale.”
Claire-Louise Bennett, Pond

Virginia Woolf
“The words we seek hang close to the tree. We come at dawn and find them sweet beneath the leaf.”
Virginia Woolf, Jacob's Room

Anna Maria Ortese
“Sono lieta, in mezzo alle mie tristezze mediterranee, di essere qui. E dirvi com'è bello pensare strutture di luce, e gettarle come reti aeree sulla terra, perché essa non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare, o quel luogo di schiavi che a molti si dimostra – se vengono a occupare i linguaggi, il respiro, la dignità delle persone. A dirvi come sia buona la Terra, e il primo dei valori, e da difendere in ogni momento. Nei suoi paesi, anche nei suoi boschi, nelle sorgenti, nelle campagne, dovunque siano occhi – anche occhi di uccello o domestico o selvatico animale. Dovunque siano occhi che vi guardano con pace o paura, là vi è qualcosa di celeste, e bisogna onorarlo e difenderlo. So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell'assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.
C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo splendore in scatolame e merce, ma deve vivere e essere felice con altri sistemi, d’intelligenza e di pace, accanto a queste forze celesti. Che queste sono le guerre perdute per pura cupidigia: i paesi senza più boschi e torrenti, e le città senza più bambini amati e vecchi sereni, e donne al disopra dell’utile. Io auspico un mondo innocente. So che è impossibile, perché una volta, in tempi senza tempo e fuori dalla nostra possibilità di storicizzare e ricordare, l’anima dell’uomo perse una guerra. Qui mi aiuta Milton, e tutto ciò che ho appreso dalla letteratura della visione e della severità. Vivere non significa consumare, e il corpo umano non è un luogo di privilegi. Tutto è corpo, e ogni corpo deve assolvere un dovere, se non vuole essere nullificato; deve avere una finalità, che si manifesta nell'obbedienza alle grandi leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate. Noi, oggi, temiamo la guerra e l’atomica. Ma chi perde ogni giorno il suo respiro e la sua felicità, per consentire alle grandi maggioranze umane un estremo abuso di respiro e di felicità fondati sulla distruzione planetaria dei muti e dei deboli – che sono tutte le altre specie –, può forse temere la fine di tutto? Quando la pace e il diritto non saranno solo per una parte dei viventi, e non vorranno dire solo la felicità e il diritto di una parte, e il consumo spietato di tutto il resto, solo allora, quando anche la pace del fiume e dell’uccello sarà possibile, saranno possibili, facili come un sorriso, anche la pace e la vera sicurezza dell’uomo.”
Anna Maria Ortese, Corpo celeste

Peter    Cameron
“Mi piaceva moltissimo il posto dove mi trovavo in quel momento e la sensazione era molto precisa e intensa: stavo lì, nella cucina di mia nonna, a bere il caffè appena fatto, in una tazza vera e non in un bicchiere di carta col coperchietto, nella sua cucina ordinata e perfetta, con la porta sul retro aperta giorno e notte, il pavimento di linoleum era liscio come cuoio dopo tanti anni di pulizie, e davanti a me, con un vestito comprato probabilmente quarant'anni fa e messo migliaia di volte, c'era mia nonna che mi ascoltava, che sembrava accettarmi come mi accettava solo lei, e fuori, tutt'intorno a noi, un sereno sabato estivo e un mondo non ancora completamente sopraffatto dalla stupidità, dall'intolleranza e dall'odio.”
Peter Cameron

Anna Maria Ortese
“Ora, io vorrei chiedere a chiunque mi ascolti – aspettando risposta, naturalmente, solo nel cuore: credete davvero che la vita umana sia sempre e solo trionfo sull'altro? che per essere contenti della propria vita bisogna aver posato il piede sul capo dell’altro? Credete che i deboli – paesi o individui – debbano essere eliminati anche se in modo indolore? Credete che zingari, poveri, pastori di greggi; che poeti, scrittori, preti e maestri non di parte o isolati, che attraversano questa vita lieti come fanciulli e vigili come madri, non servano proprio a nulla, e la vita, lo Stato possano fare a meno di essi? Credete che tutte le diversità interiori – assolutamente prima delle accidentali diversità fisiche o di comportamento – non siano, insieme alle macchine e a una ordinata produzione, gran parte della ricchezza reale di un paese? E che un paese non sia tale, non sia un paese, se non a causa della sua lingua, dei suoi pensieri, altrimenti lo vedremmo decadere a massa informe? Molte, a queste domande, potranno essere le risposte, ma oso pensare che, sostanzialmente, si sia d’accordo. Un paese, come non deve mancare di corsi d’acqua, di sorgenti, di nuvole, deve avere cura, o consentire la crescita, di anime, coscienze, grazia, linguaggi puri, ombre azzurre, altissime: o perirà. Si asciugherà il suolo, se mancano acque e foreste; si perderà la nazione se mancano anime e coscienze. Se non sarà legittima qualsiasi forma di profondità e di coscienza, il paese più forte perirà. Si asciugherà il suolo, se mancano acque e foreste; si perderà la nazione se mancano anime e coscienze. Se non sarà legittima qualsiasi forma di profondità e di coscienza, il paese più forte perirà.
È stata questa la mia massima esperienza.”
Anna Maria Ortese, Corpo celeste

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