Angela M. Convertini

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Chiese chiuse
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Mar 16, 2025 07:13AM

 
Ferito a morte
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Oct 31, 2024 09:52AM

 
Il giardino napol...
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Mar 14, 2024 07:06AM

 
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J.D. Salinger
“La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell'esquimese aveva sempre appena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano ancora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeverandosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L'unico a essere diverso eri tu. Non è che fossi molto più grande né niente di simile. Non era proprio questo. Era solo che eri diverso, ecco tutto. Stavolta avevi addosso il soprabito, magari. Oppure il bambino che era stato vicino a te l'ultima volta si era preso la scarlattina e ora avevi un altro compagno. Oppure non era la signorina Aigletinger ad accompagnare la scolaresca ma una supplente. Oppure avevi sentito papà e mamma che litigavano come due forsennati nella stanza da bagno. O per la strada eri appena passato vicino a una di quelle pozzanghere dove la benzina fa l'arcobaleno. Voglio dire, eri diverso, per una ragione o per l'altra – non so spiegare quello che ho in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia.”
J.D. Salinger

Virginia Woolf
“Clarissa un tempo, quando andavano in giro insieme sull’imperiale degli omnibus, Clarissa almeno in apparenza si emozionava facilmente, talvolta disperata, talvolta di ottimo umore, era argento vivo a quell’epoca e un’eccellente compagnia, quando individuava buffe scenette, nomi, persone dall’imperiale degli omnibus, avevano infatti l’abitudine di esplorare Londra e di tornare con borse piene di tesori dal Caledonian Market – Clarissa aveva una teoria a quell’epoca – avevano montagne di teorie, sempre teorie, come tutte le persone giovani. Una teoria per spiegare la loro insoddisfazione, di non conoscere le persone, di non essere conosciuti. Del resto come ci si poteva conoscere? Ci si incontrava ogni giorno, e poi non ci si vedeva per sei mesi, o per anni. Era deprimente, su questo concordavano, conoscere così poco le persone. Ma lei, seduta sul bus che risaliva Shaftesbury Avenue, sosteneva di sentirsi sé stessa dovunque, non «qui, qui, qui», e picchiettava lo schienale del sedile, ma dovunque. Indicava con la mano, mentre percorrevano Shaftesbury Avenue. Lei era quello e quello e quello. Sicché per conoscere lei, o chiunque altro, bisognava trovare le persone, e perfino i luoghi, che li completavano. Sentiva strane affinità con persone a cui non aveva mai parlato, una donna nella via, un uomo dietro un bancone – perfino con gli alberi, con i granai. Approdava a una teoria trascendentale che, visto il suo orrore per la morte, le consentiva di credere, o dire di credere (malgrado il suo scetticismo) che, essendo le nostre apparizioni, la parte di noi che appare, così transitorie rispetto all’altra, la parte invisibile di noi, che si dispiega immensa, l’invisibile potrebbe sopravvivere, e ritrovarsi in qualche modo attaccato a questa o quella persona, o perfino infestare certi luoghi, dopo la morte. Chissà – chissà.”
Virginia Woolf

Jonathan Franzen
“Duecento ore, oscurità, la Gunnar Myrdal: tutt'intorno al vecchio l'acqua scorreva cantando misteriosamente dentro tubi di metallo. Mentre la nave fendeva il mare nero a est della Nuova Scozia, l'asse orizzontale si inclinava leggermente, da poppa a prua, come se, nonostante la sua grande solidità d'acciaio, la nave fosse inquieta e potesse risolvere il problema di una collina d'acqua soltanto attraversandola a tutta velocità; come se la sua stabilità dipendesse dalla dissimulazione del terrore da galleggiamento. Lì sotto c'era un altro mondo, questo era il problema. Un altro mondo dotato di volume ma non di forma. Di giorno il mare era una superficie blu con onde spumeggianti, una realistica sfida nautica, e il problema diventava trascurabile. Ma di notte la mente si immergeva nel nulla cedevole – violentemente solitario – su cui viaggiava la pesante nave d'acciaio, e in ogni flutto in movimento si poteva scorgere uno sberleffo alla fissità delle coordinate, si capiva quanto un uomo sarebbe stato realmente ed eternamente perduto se fosse finito dieci metri sott'acqua. La terraferma non aveva la dimensione della profondità. La terraferma era come essere svegli. Persino in un deserto senza mappa ci si poteva inginocchiare e prendere a pugni la terra senza che quella cedesse. Naturalmente anche l'oceano aveva una superficie di veglia. Ma in ogni punto di quella superficie si poteva affondare e scomparire.”
Jonathan Franzen

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